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Grecia e UE, troppo poco e troppo tardi

La crisi dimostra la fragilità di una costruzione europea senza una volontà politica comune. Ora anche le sono diventano parte del problema.

scontri in grecia

La crisi della Grecia è la dimostrazione più evidente di come, magari con le migliori intenzioni, sia possibile indicare soluzioni capaci di aggravare ancora di più i problemi. Attorno al caso greco infatti si sono accumulati negli anni tutta una serie di ritardi, di incomprensioni, di passi falsi che hanno reso la situazione non solo inestricabile, ma soprattutto socialmente drammatica. E con una doppia responsabilità: quella dell'Europa e quella del Governo di Atene.


Come ha scritto con grande efficacia Michele Salvati sul Corriere della Sera: "Se i Paesi della zona euro fossero regioni di uno Stato sovrano, le difficoltà in cui alcuni di essi incorrono nel finanziare i loro debiti pubblici non avrebbero ragion d'essere: nel suo insieme, l'Eurozona sarebbe perfettamente in grado di finanziarli senza conseguenze negative sui mercati. Il nostro ipotetico Stato sovrano avrebbe infatti partite correnti in equilibrio e non necessiterebbe di continui afflussi di capitale, come invece avviene per altre aree valutarie; il suo disavanzo pubblico sarebbe modesto, e del tutto sostenibile sarebbe anche il rapporto tra debito e Pil; soddisfacenti sarebbero infine i suoi equilibri monetari: l'inflazione dell'Eurozona è minore che in altri grandi Stati e non ci sono segnali di tensioni nel prossimo futuro. Rifinanziare il debito in scadenza e anche crearne di nuovo, entro certi limiti, non porrebbe dunque alcun problema. I problemi sorgono perché i Paesi dell'Eurozona non sono regioni di un unico Stato sovrano, perché la Grecia o l'Italia non sono il Nebraska o la California".

Il problema di fondo è proprio questo. L'Unione europea si è dimostrata forte e decisa quando negli anni scorsi ha compiuto due scelte di fondo coraggiose come la realizzazione della moneta unica da una parte e l'allargamento ai paesi dell'Est dall'altra. Ma quando sono sorti i primi problemi, come riflesso della crisi della finanza globale del 2009, è subito balzata in primo piano la fregilità di una costruzione priva di una "governance" adeguata e di una vera volontà politica comune.

Vista con il senno di poi la crisi greca si sarebbe potuta facilmente prevenire se si fossero percorse due strade: in primo luogo una vigilanza non formale al momento dell'ingresso prima nella Ue e poi nella moneta unica; in secondo luogo un affiancamento costante per aiutare Atene a tenere i propri conti sotto controllo.


Ma l'Unione europea non ha alzato un sopracciglio di fronte ai conti della Grecia che non solo ha truccato le carte con la consulenza di grandi banche d'affari internazionali, ma si è progressivamente servita dell'Europa per nascondere i problemi interni piuttosto che risolverli. Invece di seguire il percorso virtuoso di rientro dal debito la Grecia ha continuato nella politica della crescita della spesa pubblica sia sul fronte degli interventi sociali (pensioni, impieghi pubblici, assistenza...), sia con uscite straordinarie come quelle decise per realizzare le Olimpiadi del 2004.


Ma tra le disattenzioni, le complicità, i mancati controlli la crisi greca è arrivata ad un punto che mostra drammaticamente tutta la disarmante inefficacia, anzi la pericolosità sociale, delle tradizionali politiche economiche europee. Perchè si è arrivati al punto che le soluzioni sono diventate esse stesse parte del problema, anzi sono tali da aggravare progressivamente la situazione.


Il perchè è presto detto. Si sta cercando di sciogliere attraverso le strade dell'economia reale i nodi creati dalle strategie finanziarie. "La Grecia non può fallire" è stato ripetuto più volte nelle ultime settimane dai massimi esponenti politici dei paesi europei con la Germania in prima fila. Ma con una preoccupazione dettata solo in piccola parte dai rischi di impoverimento del popolo greco, ma determinata soprattutto dalle pericolose sorti delle banche francesi e tedeschi che hanno i forzieri pieni dei remunerativi (un tempo) titoli greci, garantiti formalmente dalla denominazione in euro. Ecco quindi l'offerta ad Atene di nuovi prestiti, ma imponendo un pareggio di bilancio a breve termine con  conseguenti drastici tagli alla spesa pubblica.


Ma bisogna chiedersi: l'unica soluzione per salvare i conti della Grecia è quella di soffocare l'economia greca?

In effetti è giusto ricordare che nel piano di salvataggio della Grecia è compresa anche la rinuncia da parte degli investitori di parte dei loro crediti. E' questo un passo indispensabile perchè i nuovi prestiti non divengano un'ulteriore zavorra sull'attività economica, ma posssano costituire un punto fondamentale perchè evitare che la crisi si avviti su se stessa. Facendo in modo che almeno in parte il sistema finanziario risolva in proprio interno i propri problemi.


Una nuova politica di bilancio del Governo di Atene resta comunque fondamentale. Ma il pareggio si può raggiungere in due modi: al ribasso, tagliando le spese, oppure al rialzo, sollecitando la crescita economica e innescando un circolo virtuoso tra consumi, produzione, posti di lavoro, redditi, gettito fiscale. La prima strada è la più semplice e immediata, ma con conseguenze sociali devastanti. La seconda strada è più complessa, legata a tanti elementi diversi e quindi con risultati tutt'altro che sicuri.


Il problema di fondo è che per Atene è troppo tardi per imboccare questa seconda strada. Troppo tardi perchè negli anni scorsi si è fatto ricorso al debito pubblico non per finanziare la modernizzazione del paese, e quindi per offrire un contesto in grado di produrre le risorse necessarie per ripagare il debito, quanto per finanziare interventi destinati a sollecitare il consenso politico attraverso l'assistenzialismo sociale. E quindi stipendi pubblici slegati dalla produttività,  pensioni privilegiate non collegate all'effettivo pagamento dei contributi, larga impunità verso l'evasione fiscale.  


E ora Atene ha bisogno come l'ossigeno di nuovi prestiti, ma fino ad ora la scarsa solidarietà europea ha fortemente limitato questi interventi. E quello che sarebbe stato un intervento del tutto normale all'interno di una vera unità politica, è diventato un lungo braccio di ferro con troppo pochi fondi a disposizione.


Troppo tardi, troppo poco. La crisi greca si può riassumere in queste parole. E' mancata una vera volontà politica tanto a Bruxelles quanto ad Atene.