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Great reset, la Superlega degli interessi economici

Se per “gioco” si prova ad effettuare un ardito parallelismo tra la Superlega e il presunto progetto di revisione del sistema di governo mondiale noto con il nome di Grande Reset si possono riscontrare analogie sia in termini culturali che di metodo. 

Sono trascorsi ormai diversi giorni dal tentativo di rivoluzionare l’assetto del calcio europeo attraverso la creazione, da parte dei principali club europei, della cosiddetta Superlega: un torneo calcistico fatto su misura per una selezionata cerchia di squadre famose e blasonate, con l’aggiunta di pochi invitati per meriti calcistici che di anno in anno avrebbero dovuto guadagnarsi sul campo l’accesso e la permanenza in questo esclusivo “Olimpo del calcio”.

Sappiamo tutti come è finita e di come le pressioni politiche in primis e della piazza in secundis ne abbiano, almeno per il momento, interrotto o rallentato la realizzazione.

Se per “gioco” si prova ad effettuare un ardito parallelismo tra questo, seppur goffo, tentativo e il presunto progetto di revisione del sistema di governo mondiale noto con il nome di Grande Reset si possono riscontrare analogie sia in termini culturali che di metodo.

Dal punto di vista culturale il presupposto, come nel Grande Reset, è che solo una ristretta e selezionata èlite di persone può avere la reale conoscenza e il concreto appannaggio di come si governa e di ciò che, di conseguenza, è buono e giusto per il football. Ciò che dà a questi signori questa prerogativa esclusiva nasce da una presunta superiorità insita nel DNA della loro storia, dalla numerosità di titoli in bacheca, dal giro d’affari che queste società presidiano, dalla diffusione a livello planetario di brand, magliette e vari gadget e, non ultimo, dalla capacità di avvalersi dei più prestigiosi e immancabili partners finanziari a livello mondiale, i quali metterebbero a disposizione ingentissimi capitali per il bene e per la tutela della pelota.

Sulla base di questo presupposto culturale le regole per la gestione del nuovo assetto di governo vengono quasi da sé: sono i fondatori di questo club esclusivo che, in forza di quanto detto poco sopra, sanno come meglio impiegare le risorse disponibili (calciatori, stadi, ingaggi, sponsor, diritti tv….), distribuirle: innanzitutto tra di loro e poi a cascata, secondo criteri o algoritmi elaborati magari da presunti esperti, a tutti gli attori in gioco (leghe nazionali e tutte le altre società professionistiche e forse anche non) come un magnanimo, generoso buon filantropo.

Poi, finalmente, ci siamo noi gli appassionati e innamorati del “gioco” del pallone: noi potremo partecipare da spettatori sempre più paganti e narcotizzati sui nostri comodi divani in una specie di lockdown permanente (chi si illude di poter tornare come cantava Celentano in 100.000 allo stadio?) ad uno spettacolo il cui confine tra play station e realtà sarà sempre più sfumato e, per certi versi, potremmo dire a questo punto, anche irrilevante.

Ecco se proviamo a trasportare tutto ciò, dal piano del calcio con i suoi importantissimi interessi in “gioco” al governo di una nazione, all’economia, alla giustizia, all’educazione, alla salute, al tempo libero fino alla nostra libertà individuale ecco che ancora una volta il “gioco” è fatto e l’esempio di quanto appena accaduto ci può fornire forse un primo assaggio di quello che qualcuno si sta immaginando per il futuro di tutti noi.

Questa volta è finita in niente, a parte la figuraccia di qualcuno, anche perché, se proprio dovevano provarci, hanno scelto forse uno degli interessi dove la pancia della gente mostra ancora un qualche sussulto. Ma la prossima volta? E se questo non fosse un primo goffo tentativo? Se fosse un modo per sondare l’orizzonte, verificare la rotta e regolare timone di una navigazione già in atto mentre i passeggeri ignari sono distratti da altro?   

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