• L'ANNIVERSARIO

Grande guerra, la vittoria nascosta risplende in Cristo

I cento anni dalla fine della Grande Guerra, ma l'anniversario è stato snobbato per imbarazzo. Un dibattito sul Corsera e un siparietto imbarazzante alla Camera lo dimostrano. E' la cultura antitaliana che non aiuta a comprendere il sacrificio dei nostri soldati. Provarci è indispensabile, cominciando dall'epopea struggente del milite ignoto e il suo significato Cristologico. 

Ricorrono oggi i cento anni dalla fine della Grande Guerra: il 3 novembre 1918 l’Austria firmò con l’Italia l’armistizio di Villa Giusti che entrò in vigore, appunto, il 4 novembre, giorno in cui gli italiani entrarono a Trento e a Trieste.

L’anniversario della Prima guerra mondiale, rincorso solo all’ultimo istante, è stato largamente snobbato, forse per l’imbarazzo di non sapere come presentare la contrastata ricorrenza. Già ad agosto, sul tema, si rintracciavano sul Corriere della Sera le prime polemiche. Un lettore friulano contestava la proposta di rendere il 4 novembre festa nazionale: «Festa per la vittoria? Non c’è stata nessuna vittoria: tutti hanno perso». Intervenne allora Aldo Cazzullo, storico e giornalista, il quale ricordò che «sul Piave e sul Grappa si combatté per salvare la Patria e le famiglie, per evitare che ad altre donne italiane toccasse quel che stavano subendo le friulane e le venete al di là del fiume, per difendere il miracolo dell’unificazione avvenuta appena mezzo secolo prima”.

Rivolgendosi direttamente al lettore, la cui visione  – lo vediamo in questi giorni – è ancora quella di tanti, Cazzullo aggiunse: «C’è dietro il tono della sua lettera, l’eco di quello sprezzo per quanto di buono e di coraggioso hanno fatto i nostri padri [..] che è molto nelle corde del nostro tempo, in cui si pensa che essere italiani sia una vergogna o una sfortuna. Resto convinto però che non sia così». Se è vero che per un credente le parole con cui Benedetto XV definì quella guerra, “l’inutile strage”, non devono essere mai dimenticate, altrettanto vero è che ancora oggi da quella tragedia continuano a emergere storie non solo di rispetto ma anche di grande umanità, di coraggio, di enorme senso del sacrificio.

Che il ricordo della Grande Guerra sia però ancora lontano dall’essere tarato e meditato lo racconta in maniera plastica, ahinoi, il siparietto accaduto qualche giorno fa a Montecitorio. Mentre Luca De Caro (Fdi) chiedeva di intervenire per ricordare il centenario della guerra e dai banchi del suo partito veniva srotolato un grande tricolore, il Presidente della Camera Roberto Fico intimava i commessi di.. «levare lo striscione». Chiamare “striscione” la bandiera italiana ha ovviamente scaldato gli animi («Non siamo in un centro sociale», si è sentito ribadire) ma a quel punto la difesa del tricolore si è trasformata quasi in una partita di rugby: deputati Fdi a difendere la bandiera e commessi a cercare di prenderla.

Al di là delle responsabilità (è chiaro che il lapsus di Fico, che fa il paio con le sue mani in tasca a Palermo durante l’esecuzione dell’Inno di Mameli, dice molto di una certa cultura anti-italiana) dubitiamo fortemente che episodi di questo tipo, per di più inscenati all’interno del Parlamento, possano aiutare le giovani generazioni a comprendere il sacrificio dei nostri soldati, cioè quanto nella giornata di oggi dovrebbe davvero stare a cuore a tutti. Se le posizioni ideologiche della sinistra e di molta base del M5S sono ben note, anche la campagna di Fratelli D’Italia (“Oggi come ieri non passa lo straniero”) non rende però un buon servizio alla causa, mescolando non senza forzature «l’impero di burocrati e speculatori» che oggi attacca l’Italia con i 700.000 soldati italiani morti per la Patria.

Come ricordare, allora, la Grande Guerra? Come essere sicuri di non dimenticare e allo stesso tempo di non strumentalizzare, foss’anche per una giusta causa, il sangue di migliaia di connazionali? Come dare vero onore ai nostri caduti? Basterebbe ricordare cosa fecero gli italiani a guerra terminata, ripensare cioè la straziante cerimonia del Milite ignoto nella basilica di Aquileia. In quel 28 ottobre 1921, la scelta tra undici soldati morti senza nome, raccolti su tutto l’arco del fronte, fu affidata da una Commissione parlamentare ad una contadina di Gradisca d'Isonzo. Si chiamava Maria Bergamàs, era nata sotto l’impero asburgico e aveva perso il figlio irredento mentre combatteva per l’Italia.

Raccontare agli studenti italiani di quel soldato senza nome che dal Friuli a Roma, su un treno scoperto che procedeva a 15 all’ora, fu acclamato da 8 milioni di persone in ginocchio e in preghiera (ne sono testimoni i filmati d’epoca) sarebbe un buon punto di partenza. Ancora: spiegare loro che quello fu uno dei pochi avvenimenti che contribuirono a unificare il nostro paese; che l’unità tanto agognata fu trovata – incredibile a dirsi – sulla pietà per un ragazzo morto senza croce, diventato all’improvviso il fratello, il marito ed il padre di tutti, centrerebbe il punto più di tante parole. Nella storia patria non successe mai più che l’Italia omaggiasse così un suo figlio. É un fatto.

E siccome, come spesso accade, la poesia arriva dove la retorica non trova più le parole, non è un caso che sia stato un poeta colui che in quest’ultimo anno più si è speso per ricordare l’epopea struggente del Milite Ignoto. Parliamo di Massimo Bubola, conosciuto ai più per il fecondo sodalizio con De Andrè, autore di “Ballata senza nome” (Frassinelli), romanzo candidato allo Strega e vincitore del “Premio Benedetto Croce” e del “Premio Mario Rigoni Stern”. Studiando migliaia di lettere dal fronte, Bubola ha squadernato i sogni, i valori di riferimento e le aspettative di quei giovani soldati, tanto da tracciarne una sorta di identikit. «Erano per la gran parte contadini timorati di Dio – così in un’intervista al Timone – rispettosi delle persone e delle cose. Catapultati in pochi giorni dal lavoro dei campi alle trincee, senza nessuna idea di cosa potesse essere la guerra [..]. Trovarsi in mezzo ai gas nervini, o alle bombe dei mortai capaci di scavare voragini profonde cinque metri, dover sgozzare dei cristiani, contadini come loro, fu un vero shock collettivo, da cui non si ripresero mai, neanche dopo anni».

Creare un racconto epico su una guerra che così tanto aveva segnato la sua famiglia, per Massimo Bubola è stato un dovere morale. Il suo libro sul Milite Ignoto, ma anche le canzoni della Grande Guerra da lui riarrangiate o composte (da Il testamento del Capitano, amata anche da papa Francesco e da tutta la comunità degli italiani d’Argentina, alla splendida Andremo via), altro non sono – sostiene Bubola – che «un atto di profonda gratitudine verso mio nonno e quella generazione che così duramente ha pagato per i peccati altrui». Questo e altro è quanto il cantautore ha raccontato a Radio Maria mettendo totalmente a nudo il suo “sentire” cattolico, in una trasmissione (ascoltabile qui) che, fin dal titolo, dell’epica della Grande Guerra andava alla ricerca della sua “chiave cristologica”. É questa chiave, quella del sacrificio e della gratitudine, l’unica cifra onesta e rispettosa per celebrare i nostri fratelli che cent’anni fa, a costo della vita, ci diedero la vittoria.