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Governo, o si fa la riforma elettorale o si rimpasta

Letta avrebbe preferito presentarsi a Bruxelles con un governo stabile e un piano di riforme. Ma deve andare in Europa con una maggioranza che traballa e un esecutivo che può saltare se non viene raggiunto l'accordo sulla riforma elettorale.

Enrico Letta

Il premier avrebbe voluto presentarsi la prossima settimana a Bruxelles, in Commissione europea, con un programma di governo per il 2014 definito e già concertato con gli alleati. Invece si presenta in Europa con un governo claudicante, alle prese con il caso De Girolamo e, soprattutto, con le spaccature interne al Pd, che ne minano la stabilità. Il piano per le privatizzazioni (si comincia con Poste ed Enav)maschera solo in parte la debolezza dell'esecutivo e rinvia soltanto di qualche giorno o settimana la resa dei conti. Per il momento ha vinto Renzi, che tiene sotto scacco l'esecutivo e che non darà il via libera né al rimpasto né al varo di una nuova agenda di governo almeno fino a quando non si sarà trovato un accordo definitivo sulla nuova legge elettorale. Il ricatto del segretario Pd è evidente: se naufraga l'italicum, il governo salta e si va a votare. L'ipotesi B, cioè un'incoronazione del sindaco di Firenze come nuovo presidente del consiglio senza passare per le urne, rimane assai lontana dalla realtà, sia perchè il diretto interessato non vuole bruciarsi e fare la fine che fece Massimo D'Alema circa quindici anni fa, quando sostituì a Palazzo Chigi Romano Prodi, sia perchè l'eventuale nuovo governo, visti i numeri al Senato, non potrebbe essere molto diverso da quello attuale.

Ormai il segretario Pd vuole chiudere la stagione delle larghe intese e inaugurare la Terza Repubblica, quella del bipolarismo maturo, e quindi non accetterebbe mai di farsi fagocitare nei giochi di Palazzo di queste ore. A meno che l'intero Pd non gli chieda di accettare l'incarico di formare un nuovo governo che vari misure più incisive in campo economico e accompagni il lavoro parlamentare di approvazione delle riforme istituzionali ed elettorali. A quel punto, il centrosinistra andrebbe alle urne, l'anno prossimo o anche più avanti, necessariamente con Renzi candidato premier.

Ma per ora l'ipotesi più probabile rimane quella di un Letta-bis, che possa prendere forma non appena sulla riforma elettorale sarà stata approvata una bozza definitiva. I partiti, al momento, appaiono ancora molto distanti. Pd, Forza Italia e Nuovo Centrodestra hanno i numeri per far passare l'italicum, anche se il voto segreto potrebbe riservare insidie impreviste. I piccoli partiti, da Scelta Civica a Popolari per l'Italia, dalla Lega a Fratelli d'Italia, da Sel all'Udc, senza dimenticare il Nuovo Centrodestra, premono per il ripristino delle preferenze e per una soglia più alta per l'assegnazione del premio di maggioranza. Forse alzare al 40% l'asticella per l'ottenimento del premio potrebbe dare maggiore stabilità e rappresentatività a chi vince le elezioni, mentre sull'indicazione degli eletti difficilmente Renzi e Berlusconi cederanno e quindi il "muro contro muro" sulle liste bloccate, se portato alle estreme conseguenze, potrebbe determinare il naufragio del dialogo sulle regole del voto.

Se saltasse la trattativa sulla riforma elettorale si arenerebbe anche quella sugli altri punti dell'accordo tra i due leader (riforma del titolo V della Costituzione, trasformazione del Senato in Camera delle autonomie, riduzione dei costi della politica) e a quel punto entrambi avrebbero buon gioco nell'alzare la voce per chiedere un ritorno anticipato alle urne.

Un'intesa potrebbe forse trovarsi sulle modalità di applicazione delle soglie di sbarramento: alcuni partiti piccoli, in particolare la Lega, chiedono che esse vengano applicate su base regionale, non nazionale. Il Carroccio in questo modo sarebbe in grado di racimolare deputati nelle principali regioni del Nord, dove certamente supererebbe la soglia di sbarramento. Stessa cosa per l'Udc o altri partiti di centro, molto forti in alcune regioni del sud, dove il ceto politico ex democristiano continua ad avere un peso elettorale.

Forza Italia, intanto, è pronta a fare nuovamente quadrato attorno al suo leader, dopo l'apertura del terzo filone d'inchiesta su Ruby e le Olgettine (questa volta Berlusconi verrà processato per falsa testimonianza, insieme con i suoi avvocati). Il 10 aprile ci sarà inoltre l'udienza per decidere sul suo affidamento in prova ai servizi sociali. Nel frattempo, però, un varco europeo si potrebbe aprire per il Cavaliere: il ricorso di un ex consigliere regionale del Molise, escluso dalle liste elettorali in applicazione della legge Severino, è stato accolto dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha considerato fondate le ragioni del politico socialista molisano, in quanto i fatti a lui contestati erano accaduti prima dell'approvazione di quella norma. I berlusconiani gioiscono perchè sottolineano le affinità tra i due casi e, nel frattempo,danno il benvenuto a Giovanni Toti, nuovo consigliere politico di Forza Italia, che lascia la direzione dei tg Mediaset per entrare a tempo pieno in politica. Sarà lui l'anti-Renzi gia' alle prossime elezioni europee? Forse Toti potrebbe gettare un ponte agli alfaniani ai fini di una ricomposizione o preparare la strada alla discesa in campo di Marina. Intanto, al secondo congresso di Sel, a Riccione, in prima fila sedeva la presidente della Camera, Laura Boldrini. È corretto che la terza carica dello Stato partecipi a riunioni di partito? Forse l'ex portavoce dei rifugiati fiuta la fine anticipata della legislatura e vuole cominciare a seminare per una nuova candidatura in Parlamento senza piu' rimanere fuori dai giochi?