• COMUNISMO

Gli Usa non sanno che fare delle proteste cubane

Le proteste a Cuba sono organizzate negli Stati Uniti? Questo è quanto ripete L’Avana da quando sono incominciate le manifestazioni contro il regime. Ma i fatti suggeriscono un’altra storia: l’amministrazione Biden, che voleva discontinuità con il predecessore Trump anche alleggerendo le sanzioni a Cuba, è stata colta impreparata.

Manifestazione di cubani di fronte alla Casa Bianca

Le proteste a Cuba sono organizzate negli Stati Uniti? Questo è quanto ripete L’Avana (e i suoi simpatizzanti sparsi nel mondo), dall’11 luglio scorso, da quando sono incominciate le manifestazioni contro il regime. Ma i fatti suggeriscono un’altra storia: l’amministrazione Biden, che voleva discontinuità con il predecessore Trump anche alleggerendo le sanzioni a Cuba, è stata colta di sorpresa dallo scoppio della protesta. E in dieci giorni non ha ancora elaborato una risposta coerente.

La narrazione della propaganda cubana parte dall’assunto che la causa della povertà, della fame, della crisi energetica e della carenza di medicinali anche nel pieno della pandemia, siano tutte dovute all’embargo statunitense. Ma una nota del governo dell’Avana ha inconsapevolmente smentito questa tesi: «Si autorizza, in via eccezionale e temporanea, l'importazione da parte dei passeggeri, nel loro bagaglio, di alimenti, prodotti per l'igiene e medicinali, senza limiti di valore e senza dazi doganali». Leggasi: alimenti, medicine e igiene personale si potevano importare. Era il regime cubano, semmai, a ostacolarne l’acquisto imponendovi dazi e limitandone la quantità. I motivi per cui Cuba si isola, anche sui beni di prima necessità, sono sia politici (auto-sufficienza), sia economici (paura che si sviluppi il mercato nero su prodotti che, come in ogni regime comunista, vengono distribuiti solo dallo Stato).

Se non ci sono gli Usa alle spalle della carenza di beni di prima necessità, non è neppure corretto dire che a Washington abbiano organizzato le proteste di questi dieci giorni, che il regime sta reprimendo con estremo vigore: oltre 5mila arresti, tra i 180 e i 500 scomparsi, più di 10 morti è un bilancio ancora provvisorio. Il presidente Diaz Canel istiga i suoi sostenitori a “riappropriarsi” delle piazze contro i “mercenari” degli Stati Uniti.

A parole, anche l’amministrazione democratica sta dalla parte dei manifestanti. Già il 12 luglio, Biden si schierava apertamente con i manifestanti, definendo “memorabile” la loro protesta: «Gli Stati Uniti sono fermamente con il popolo cubano nel momento in cui reclama i suoi diritti universali e ci appelliamo al governo affinché rinunci alla violenza e tenti di far tacere la voce del popolo di Cuba». In un successivo discorso ancora più duro, Biden aveva dichiarato: «Cuba, purtroppo, è uno Stato fallito e sta reprimendo i suoi cittadini». Nella stessa occasione, aveva affermato anche che il comunismo ha fallito ovunque sia stato sperimentato.

Ma, nei fatti, le uniche misure che sono state prese ufficialmente dall’amministrazione Biden, al di là dei proclami, sono contro le manifestazioni cubane. La guardia costiera statunitense, al largo della Florida, ha scoraggiato la partenza di attivisti cubani e statunitensi che volevano mostrare in acque internazionali il loro sostegno alla protesta, con una manifestazione marittima, con striscioni sventolati da motoscafi. Il segretario alla Sicurezza nazionale, Alejandro Mayorkas, sin dai primi giorni delle manifestazioni sull’isola caraibica, ha invitato esplicitamente i cubani (e gli haitiani) a «non cercare di entrare negli Stati Uniti via mare». Una frase che, pronunciata in questo momento, suona veramente dura e che smentisce anche la propensione all’accoglienza dell’immigrazione del Partito Democratico. I Repubblicani, sia in Florida che su scala nazionale, chiedono un modo semplice per aiutare i dissidenti: visto che il regime dell’Avana ha interrotto Internet, gli Usa potrebbero fornire all’isola una copertura wi-fi. Lo chiede Ron De Santis, governatore della Florida, così come il senatore Marco Rubio, di origine cubana. Biden ha promesso di poter fare qualcosa in merito, ma non ha specificato né il come, né il quando e in dieci giorni non ha ancora fatto nulla.

Un comportamento così prudente si spiega soprattutto con la difficile posizione politica in cui si trova il presidente democratico. È notorio che la comunità cubana abbia tendenzialmente votato sempre per i Repubblicani e le elezioni del 2020 non hanno fatto eccezione. I Democratici, dunque sono meno vincolati alla questione cubana dal punto di vista elettorale. Durante la campagna elettorale, Biden aveva promesso di abolire alcune delle sanzioni imposte da Trump, soprattutto la stretta sulle rimesse degli emigranti (che il regime potrebbe benissimo intascare). La politica di Obama puntava ad una graduale normalizzazione delle relazioni fra Usa e Cuba, diplomatiche, economiche e politiche. Il suo diretto successore democratico faceva presagire di riprendere questa stessa linea di apertura nei confronti (del regime) di Cuba. Lo scoppio improvviso delle proteste ha indotto Biden a mantenere le sanzioni di Trump, per lo meno nel breve periodo. E a rinviare ulteriori aperture a data da destinarsi. Ma evidentemente vuole lasciare una porta aperta al dialogo con il regime.

C’è anche un problema partitico: non tutti, nel Partito Democratico, sono d’accordo con la politica anti-castrista. La deputata di estrema sinistra Alexandria Ocasio Cortez, pur manifestando il suo sostegno per le proteste democratiche a Cuba, ha chiesto in Congresso la fine dell’embargo. «L’embargo è assurdamente crudele e come troppe altre politiche statunitensi contro i latino-americani, la crudeltà è il problema. Io respingo fermamente la difesa dell’embargo da parte dell’amministrazione Biden». Dalla parte opposta, invece, si schierano i Democratici della Florida. In vista della prossima campagna elettorale (l’anno prossimo si vota per il governatore) non vogliono lasciare la questione cubana ai soli Repubblicani, che la stanno monopolizzando. Per questo stanno chiedendo a Biden di fare qualcosa a sostegno delle proteste. Prima che sia troppo tardi.

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