Gli "scarafaggi" della Generazione Z si ribellano a Modi. La Chiesa è con loro
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Un concorso di medicina rinviato ha fatto scoppiare la più grande protesta giovanile in India degli ultimi anni. Ora è un movimento politico a tutto tondo, gli "scarafaggi". La Chiesa li ascolta e condanna la repressione.
Si chiamano “scarafaggi” i giovani della generazione Z in rivolta in queste settimane in India. Hanno creato un movimento, il Cockroach Janta Party, CJP, il Partito popolare degli scarafaggi. Per il nome si sono “ispirati” al presidente della Corte suprema, Surya Kant, che a maggio, durante una udienza, aveva paragonato i giovani disoccupati che tentano la via del giornalismo e dell’attivismo politico a scarafaggi e parassiti. Inoltre Cockroach Janta Party CJP, fa il verso al partito di governo, il Bharatiya Janata Party, BJP.
Da centinaia che erano all’inizio, adesso sono decine di migliaia e gremiscono le vie della capitale federale New Delhi. Inizialmente chiedevano una radicale riforma del sistema scolastico nazionale e le dimissioni del ministro della pubblica istruzione Dharmendra Pradhan. Tutto è incominciato il 3 maggio quando quasi 2,8 milioni di candidati si sono presentati per sostenere il difficile esame d’accesso alla facoltà di medicina. Si erano preparati per mesi, in certi casi per anni. Ma l’esame è stato annullato in seguito alla scoperta che c’era stata una fuga di notizie relative alle domande. Non era la prima volta che succedeva. La prova è stata ripetuta dopo alcune settimane, ma nel frattempo molti ragazzi non hanno retto allo stress e hanno rinunciato a presentarsi. Almeno 20 si sono suicidati, incapaci di sopportare ulteriormente la tensione.
I giovani indiani sono in ansia per il futuro, temono di non trovare lavoro e hanno ragione. Il tasso di disoccupazione nella fascia di età che va da 15 a 29 anni è del 16,02% e sale al 40% per i giovani con un titolo di studio. Questo li unisce e li mobilita, al di là delle differenze sociali e religiose, ma c’è di più. Ormai infatti sono andati oltre e contestano l’intero apparato governativo, mettono in discussione il governo del primo ministro Narendra Modi, la sua politica economica, lo accusano di corruzione, discriminazioni, clientelismo, affermano di non credere nei partiti tradizionali, nella magistratura. Il movimento si sta estendendo ad altre città e con loro si sono schierati diversi i leader dell’opposizione. Rahul Gandhi, leader del Congresso Nazionale Indiano, il principale partito all’opposizione, ha attaccato il governo sostenendo che le proteste e le richieste dei giovani sono legittime. Ha definito Modi «il primo ministro più ostile ai giovani nella storia dell’India».
Il 20 luglio a New Delhi si è svolta la manifestazione di protesta più grande degli ultimi anni. Benchè fosse una protesta pacifica, la polizia è intervenuta brutalmente. Ha cercato di disperdere la folla con cariche e gas lacrimogeni. Decine di persone, almeno 60 tra manifestanti e agenti di polizia, sono state ferite. Rahul Gandhi e altri leader dell’opposizione che si erano uniti ai giovani sono stati fermati dalla polizia e successivamente rilasciati. La polizia ha anche smantellato il palco e le tende a Jantar Mantar, da oltre un mese il principale punto di ritrovo del Cjp. Ma i giovani sono rimasti, tante persone hanno continuato a raggiungerli durante la notte, nonostante la pioggia battente, e il giorno dopo erano di nuovi pronti a manifestare.
Dalla loro parte gli “scarafaggi” hanno anche la Chiesa. Monsignor Savio Fernandes, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Bombay, all’indomani degli scontri con le forze dell’ordine ha diffuso un comunicato in cui difende il diritto esercitato dai giovani e da chi si è unito a loro di far sentire le proprie ragioni. «I video che circolano dal luogo della protesta – scrive il vescovo – sembrano mostrare agenti di polizia mentre usano la forza contro giovani che, nelle immagini disponibili, appaiono impegnati in una manifestazione pacifica ispirata ai principi gandhiani. Se quei filmati restituiscono fedelmente quanto accaduto nel suo complesso, essi sollevano interrogativi molto seri sulla proporzionalità della risposta delle forze dell'ordine e sulla tutela dei diritti costituzionali». «Una democrazia sicura di sé – prosegue – non teme una protesta pacifica. La ascolta. Dialoga con chi manifesta, risponde alle domande più difficili e si assume le proprie responsabilità quando le istituzioni falliscono. Se manifestanti pacifici sono stati davvero sottoposti a un uso sproporzionato della forza, il messaggio che ne deriva è esattamente opposto: che il dissenso debba essere represso invece che ascoltato. La risposta del governo avrebbe dovuto essere improntata all'umiltà, non sulla difensiva. La fiducia dei cittadini non si ricostruisce attraverso narrazioni mediatiche che promuovono i propri interessi, ma con un confronto sincero con la popolazione. Un governo sicuro della propria legittimazione democratica avrebbe dovuto invitare i rappresentanti dei manifestanti a un dialogo, anziché lasciare che gli eventi degenerassero in scene che hanno sconvolto l'intera nazione».
«I giovani dell'India – scrive ancora monsignor Fernandes – meritano di meglio. Meritano un sistema educativo equo e affidabile. Meritano istituzioni che ispirino fiducia, non ansia. Soprattutto meritano un governo che non li consideri una minaccia da reprimere, ma cittadini la cui voce conta».
Le parole di monsignor Fernandes riecheggiano quelle di monsignor Maurice Muhatia Makumba, vescovo di Kisumu, Kenya, che il 19 luglio ha inaugurato a Nairobi, la capitale del paese, l’Assemblea Plenaria dell’Associazione dei Membri delle Conferenze Episcopali dell’Africa Orientale. I giovani sono stati al centro delle riflessioni dei partecipanti all’incontro. Anche in Kenya la generazione Z protesta, ormai da due anni, denuncia la corruzione del proprio governo e non si rassegna a un futuro altrettanto incerto di quello degli “scarafaggi” indiani. «Non fatevi rubare la speranza» li ha esortati monsignor Makumba.
I giovani kenyani hanno già pagato un altissimo prezzo e come loro quelli del vicino Tanzania. I governi dei due paesi hanno risposto alle loro richieste ordinando a polizia ed esercito di sparare. Ne sono stati uccisi decine.
