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Giubileo Domenicano, una grazia del Santo Fondatore

Il 6 gennaio, con la Messa solenne per l’Epifania, si è chiuso definitivamente il Giubileo Domenicano, ben riuscito malgrado il Covid e celebrato per l’ottavo centenario della morte di Domenico. Il santo spagnolo è stato chiamato Lumen Ecclesiae per la grandezza della sua missione, che fu quella di predicare Cristo e portare a Lui le anime.

Da un’Epifania all’altra, dal 6 gennaio 2021 al 6 gennaio 2022: questa è stata, infatti, la durata del Giubileo in onore di san Domenico che si è concluso una settimana fa a Bologna nella Basilica patriarcale dell’Ordine dei Predicatori. Per un anno intero, quindi, attraverso celebrazioni, concerti, convegni ed eventi, ovviamente in forma ridotta per via del Covid-19, si è voluto ricordare a tutto il mondo la morte o, per meglio dire, la nascita al Cielo, avvenuta 800 anni fa (precisamente il 6 agosto 1221) di uno dei santi più importanti della storia della Chiesa tanto da essere noto con l’appellativo di Lumen Ecclesiae (“Luce della Chiesa”).

San Domenico da un po’ di tempo viene chiamato di Caleruega, dal luogo in Spagna dove nacque all’incirca nel 1174 (la data esatta non si conosce) e non più di Guzman, visto che oramai è appurato che il Santo non c’entrasse nulla con la nobile casata dei Guzman e, quindi, con i discendenti di Enrico II Trastamare, i reali spagnoli di Castiglia che, invece, avevano cercato in tutti i modi di accreditarsi una  parentela con lui (tanto da far portare il fonte a cui era stato battezzato da Caleruega a Madrid affinché potessero usufruirne gli Infanti reali). Egli muore sfinito da penitenze e preghiere, più o meno cinquantenne, a Bologna, nella cella di un confratello nell’attuale Convento domenicano. All’inizio, viene sepolto sotto il pavimento del coro di San Niccolò delle Vigne, come allora si chiamava l’attuale Basilica patriarcale, che dopo la morte del Santo Fondatore fu cambiata, ingrandita e a lui dedicata.

Il Santo padre Domenico era, infatti, così umile non solo da non avere una sua cella nel convento da lui fondato, ma anche da voler essere “calpestato” dai suoi frati. “A Dio non piaccia ch’io sia sepolto in altro luogo, che non sia sotto i piedi dei miei frati” aveva detto ed era stato preso in parola. In seguito, però, prima della canonizzazione, il suo corpo venne esumato e trasferito (24 maggio 1233) in un sarcofago di marmo, che si trova nella cappella a lui dedicata, alla quale nel corso di due secoli collaborarono vari artisti, compreso un giovane Michelangelo. Il risultato è la preziosa e famosissima Arca marmorea: un’opera talmente importante da far diventare noto chi la completò come Niccolò dell’Arca.

Tornando al Giubileo domenicano, la scelta della data dell’Epifania non è casuale: il Padre fondatore voleva, infatti, che i Domenicani, come verranno fin da subito chiamati i frati dell’Ordine dei Predicatori, avessero lo stesso atteggiamento di adorazione dei Re Magi nei confronti di Gesù Bambino, che cercassero Cristo con la stessa assiduità e passione e che pure tenessero quei tre re “come punto di riferimento per l’approccio che avrebbe dovuto avere la loro vita, la loro preghiera il loro  studio”. Forse pochi sanno che l’immagine dell’Adorazione dei Magi è una presenza costante nelle chiese domenicane.

E proprio dall’Epifania è cominciato il discorso che il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, ha tenuto durante i Vespri solenni che ha presieduto il 5 gennaio scorso, quando per la Chiesa cattolica era già cominciata la festa della manifestazione di Dio incarnato in Gesù, la Luce delle Genti, Lumen Gentium, ringraziando i frati domenicani, che custodiscono il carisma di san Domenico di illuminare la Chiesa, per “la capacità di essere epifania del Signore nelle tante tenebre che avvolgono i popoli della terra, per dare la possibilità a tanti di trovare la luce del Signore nell’incontro con questa Comunità”.

Poi il cardinale Zuppi ha parlato dell’accoglienza domenicana, della fraternità “dell’apparecchiare la tavola, d’invitarvi le persone, della condivisione di cui tanti possano godere i frutti”, prendendo spunto dal titolo di questo Giubileo, “A tavola con San Domenico”, che ha come logo la splendida “Tavola della Mascarella” su cui è stato dipinto il primo ritratto giunto fino a noi di san Domenico, eseguito poco dopo la sua canonizzazione, avvenuta nel 1234.

Questa tavola, da un anno in restauro all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, chiamata così perché si trova nella chiesa di Santa Maria (della Purificazione) e San Domenico della Mascarella, a Bologna, non solo è un unicum, di inestimabile valore, ma è anche una gigantesca reliquia, visto che era proprio la tavola utilizzata da san Domenico quando nel 1218 condivideva il cibo con la prima comunità dei suoi frati che, appena arrivati a Bologna, si erano appunto insediati nella zona della Mascarella. La Tavola della Mascarella, che nel tempo è stata suddivisa, rappresenta il Fondatore con l’aureola che siede al centro di un tavolo apparecchiato, mentre ai lati sono seduti a due a due 40 confratelli (in realtà 39 perché uno è andato disperso) che all’origine erano però 48.

La celebrazione che ha concluso definitivamente il Giubileo domenicano per l’ottavo centenario del dies natalis del Fondatore è stata la Messa solenne dell’Epifania, presieduta dall’88° Maestro dell’Ordine dei Predicatori, padre Gerard Timoner, il primo frate asiatico a ricoprire un ruolo “inaugurato” più di otto secoli fa da Domenico. Il santo, primo frate e primo maestro dell’Ordine dei Predicatori, nel 1220 e 1221 presiedette a Bologna anche i primi due capitoli generali destinati a redigere la “magna carta” e a precisare le fondamenta della missione domenicana, che di base è quella di “predicare Cristo”, come ha ricordato padre Timoner. “Stare a tavola con san Domenico - ha detto il Maestro dell’Ordine - è come stare a tavola con Gesù, con cui il santo parlava”. È noto che i suoi confratelli testimoniarono di averlo sentito ogni notte, anziché dormire, gemere e piangere in Basilica mentre ripeteva davanti al Crocifisso: “Signore, abbi pietà del tuo popolo: che ne sarà dei peccatori?”. Parole che fanno venire alla mente quelle pronunciate sette secoli più tardi da san Massimiliano Kolbe: “Non abbiamo diritto di riposare finché un’anima sola rimane sotto la schiavitù di Satana”.

La “Luce della Chiesa” conosceva, infatti, la compassione, perché era “tenero come una mamma e forte come un diamante” (Lacordaire) e proprio come una mamma il Santo padre Domenico aveva dato una meravigliosa speranza ai suoi figli in pianto nell’ora della sua morte: aveva assicurato per sempre il suo aiuto dal Cielo e, a quanto pare, continua a farlo. Basti solo pensare a questo Giubileo, incredibilmente ben riuscito nonostante il Covid-19.

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