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Gender Film Festival, follia con soldi pubblici

Anche quest’anno, nel capoluogo pugliese, andrà in scena il Gender Film Festival, con un programma all’insegna della trasgressione più spinta. Colpisce lo smarrimento esistenziale veicolato nei vari eventi Lgbt previsti dal 21 al 28 settembre, dai cinema alle librerie, all’università statale. Qual è il senso di un festival così distruttivo, finanziato perfino con fondi pubblici?

La delirante introduzione del programma del “Gender Film Festival” che anche quest’anno, come da sette anni a questa parte, si svolgerà nella città di Bari, la dice lunga sulla concezione dell’identità sessuale (una, nessuna, centomila) che ancora una volta, nei prossimi giorni, si cercherà di propinare nel capoluogo pugliese.

Un caleidoscopio di parole che approda alla pura confusione non solo contenutistica ma anche logico-linguistica. Ma ecco come inizia il programma: «Cambiare forma. Eludere la norma. Trasgredire il confine. Straripare. La natura è un gioco incessante di libertà e trasformazione: rifiuta i limiti, spiazza, eccede. Non ha misura se non la sua misura. Per un essere umano, affermare la propria natura significa esistere al di là delle condizioni della propria esistenza sociale, dettate o riprodotte dal potere. Vuol dire partorire il proprio Sé irripetibile, prendersene cura, metterlo in gioco, performarlo».

A scorrere il programma c’è da rimanerne turbati, per il totale “smarrimento esistenziale” che è il vero contenuto delle tante proiezioni, conferenze, spettacoli che si svolgeranno dal 21 al 28 settembre, nei luoghi più diversi (dai cinema alle librerie). Un evento promosso e organizzato dalla Cooperativa AL.I.C.E, con la direzione artistica di Tita Tummillo e Miki Gorizia e patrocinato, ça va sans dire, dalla Regione Puglia e dal Comune di Bari.

Ed è proprio grazie al Comune che questo evento accade in modo inesorabile dal 2012, da quando cioè il sindaco Antonio Decaro ha scelto di aderire alla famigerata Re.ad.y, la rete nazionale tra Pubbliche amministrazioni atta a promuovere, in soldoni, iniziative che diffondano e diano impulso al pensiero e alle politiche Lgbt. Concretamente tutto ciò ha causato, a Bari e non solo, un moltiplicarsi di eventi “culturali” in salsa arcobaleno, ovviamente finanziati con fondi pubblici.

Tra questi vi è appunto il Gender Film Festival che farà tappa persino in un luogo istituzionale come l’Università degli Studi di Bari, nella cui aula magna, il 24 settembre, dopo i saluti niente poco di meno che del rettore, si parlerà della “performatività del genere” predicata da Judith Butler da cui prenderà le mosse la regista Adele Tulli per parlare del suo film “Normal”, che di “normal” non ha proprio niente. E che, anzi, rispecchia molto bene il senso del sovvertimento della realtà che si intende veicolare in queste manifestazioni. Un sovvertimento folle ma che sta finendo per imporsi, come in questo caso e in tanti altri, persino in luoghi di istruzione pubblica.

Ma vale la pena soffermarsi un attimo sul lavoro della Tulli per comprendere quanto di scientifico, in questi dibattiti, non ci sia nemmeno l’ombra. Come afferma la regista stessa: «L’idea è di creare degli accostamenti che riescano a provocare un senso di straniamento e di sorpresa davanti allo spettacolo della ‘normalissima’ realtà di tutti i giorni».

E quali sarebbero le scene che provocherebbero “straniamento”? È presto detto: la preparazione al matrimonio, con i consigli per le future spose, le madri che fanno ginnastica nel parco usando il passeggino per aiutarsi negli esercizi, i piccoli ferri da stiro rosa presentati come giocattoli per bambine, il coach che si fa complice dei suoi ragazzi mostrando loro come fare conquiste e intrattenere le ragazze, eccetera. Insomma il quotidiano più spicciolo, presentato però dalla regista tramite un accostamento e un susseguirsi di immagini “ad hoc” come una sorta di “normal-anormal”. E allora viene da chiedersi se veramente questa singolare e, a dirla tutta, “patologica” concezione della realtà meriti un contesto così importante come l’aula magna dell’Università Aldo Moro.

Scorrendo ancora il programma, ci si imbatte in una sorta di danza o mimo, che vedrà come protagonista sul Fortino Sant’Antonio, la sera del 24 settembre, un essere indefinito di nome “Bob”. Come ci illustra la presentazione dell’evento, “Bob” «è un essere che vive al buio, instabile come tutto ciò che lo abita, e che apprende come muoversi come se fosse appena nata. Scopre del suo peso, dei suoi peli, di quanto si può fare piccola e grande. Ed è un gioco. Si disarticola, si crea e si ricrea avvicinandosi alla soglia. A volte maschio, a volte femmina, a volte entrambi o nessuno. Scopre la bocca, mangia, mastica, ha fame».

E se ciò non bastasse a rendere l’idea dell’intenzionale e sistematico tentativo di straniamento dalla percezione del reale, ecco che nel turbinio dei tanti eventi inneggianti alla fluidità di genere spicca un singolare documentario sui disabili. Poiché nell’onda travolgente e distruttiva del gender diktat nessuno deve rimanere “impunito”, il filmato racconta senza indugio e con chiarezza d’immagini la vita erotica e sessuale di alcune persone affette da disabilità gravi: «Miriam ha una storia d’amore con un uomo indiano; Sole vuole sperimentare l’autoerotismo con l’aiuto di Teo, un giovane trans che vuole diventare assistente sessuale. Il diritto ad una sessualità consapevole e appagante che includa le riflessioni sull’orientamento sessuale e l’identità di genere è il focus centrale di questo film».

Insomma, alla luce di questo, ci si chiede il fine e l’utilità di un evento che si articola in un’infinità di appuntamenti (per ragioni di brevità non abbiamo potuto analizzarli tutti) che non hanno niente di educativo, né di scientifico né tantomeno di culturale ma che semplicemente inneggiano al sesso più sfrenato e alla distruzione di ogni certezza, a partire da quella della propria identità. E soprattutto ci si chiede perché, come accade sempre più spesso, certe iniziative, veicolanti una visione antropologica e morale a senso unico, debbano essere patrocinate da enti istituzionali, con l’utilizzo di fondi pubblici, dimostrando una povertà di sguardo tale da trasformare pellicole e spettacoli semplicemente immorali in eventi degni di nota e di uno sforzo finanziario addirittura comunitario.