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partito in crisi

Forza Italia rischia di implodere tra personalismi e verticismi

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La sostituzione dei capigruppo, il vertice “aziendale” dei figli di Berlusconi, il rinvio dei congressi. In Forza Italia vige ormai un clima verticistico e personalistico. Senza un rinnovamento, rischia di scomparire dalla scena politica. 

Politica 16_04_2026

Forza Italia appare oggi come una polveriera pronta a esplodere, attraversata da tensioni interne sempre più evidenti e da una guerra fratricida tra correnti che rischia di comprometterne definitivamente la tenuta politica. Quello che per anni è stato un partito fortemente centralizzato, costruito attorno alla figura carismatica del suo fondatore, Silvio Berlusconi, si trova ora a fare i conti con l’assenza di una leadership indiscussa e con una struttura interna che fatica a trovare un nuovo equilibrio.

Le crepe sono ormai visibili a tutti i livelli. In diverse regioni si parla apertamente di possibili commissariamenti delle dirigenze locali, segno evidente di una gestione territoriale considerata inefficace o divisiva. Allo stesso tempo, il rinvio dei congressi non appare come una scelta organizzativa neutra, ma piuttosto come il tentativo di evitare uno scontro aperto che metterebbe in piazza divisioni profonde e difficilmente ricomponibili. La paura è che un confronto democratico interno possa trasformarsi in una resa dei conti definitiva.

In questo clima già incandescente, la sostituzione di Paolo Barelli con Enrico Costa alla guida dei deputati azzurri rappresenta solo l’ultima tappa di un conflitto interno che si trascina da mesi. Un passaggio che molti osservatori leggono non come un fisiologico avvicendamento, ma come un segnale preciso di ridefinizione degli equilibri di potere. Barelli, figura storica del partito e consuocero di Tajani, è stato di fatto messo da parte, alimentando il malcontento di quella che viene comunemente definita la “vecchia guardia”. Verrà recuperato probabilmente in un ministero come sottosegretario o viceministro, ma il suo peso politico risulta di fatto depotenziato.

Proprio questa componente continua a rivendicare un ruolo centrale, forte dell’esperienza e della lunga militanza, ma appare assai distante da un contesto politico che richiede rinnovamento, rapidità decisionale e capacità di intercettare nuovi elettorati. Il rischio, sempre più concreto, è che questa resistenza al cambiamento finisca per paralizzare il partito, impedendogli di evolversi in una fase storica in cui la competizione nel centrodestra è diventata particolarmente aggressiva.

A rendere ancora più delicata la situazione è stata la discussa decisione di Marina e Pier Silvio Berlusconi di convocare i vertici del partito Cologno Monzese nella sede di Mediaset, replicando un modello che apparteneva al passato. Una scelta che, come evidenziato da più voci interne ed esterne, tra cui lo stesso Barelli e il giornalista Paolo Del Debbio, è apparsa quantomeno inopportuna. Se infatti il fondatore esercitava un ruolo politico diretto e legittimato, i figli, pur rappresentando un riferimento simbolico e familiare, non ricoprono incarichi politici formali.

Il gesto è stato interpretato da molti come un’ingerenza, o peggio come la volontà di riaffermare un’impronta padronale sul partito, proprio nel momento in cui sarebbe necessario un processo di apertura e democratizzazione interna. L’effetto, anziché ricompattare, è stato quello di accentuare le divisioni e alimentare sospetti sulle reali dinamiche decisionali.

In questo scenario si inserisce anche l’intervento di Marta Fascina, ultima compagna del fondatore, che ha rotto il silenzio schierandosi apertamente a favore della famiglia Berlusconi e dei figli. Le sue dichiarazioni vanno nella direzione di un rinnovamento della classe dirigente, con l’introduzione di volti nuovi e di energie fresche. Una posizione che, se da un lato rafforza il fronte di chi sostiene la necessità di cambiare, dall’altro contribuisce a irrigidire ulteriormente chi teme di essere messo ai margini.

Il nodo centrale resta proprio questo: la convivenza, ormai sempre più difficile, tra una vecchia guardia che non intende cedere il passo e una spinta al rinnovamento che appare non più rinviabile. Forza Italia si trova stretta tra due poli del centrodestra, Fratelli d’Italia e Lega, che hanno saputo negli ultimi anni consolidare la propria identità e, nel caso del partito della Meloni, rafforzare il proprio consenso. In questo contesto, restare fermi equivale a retrocedere.

L’unica vera possibilità di sopravvivenza per il partito sembra dunque passare attraverso un processo di rinnovamento profondo, non solo nei volti ma anche nelle idee e nei metodi. Significa ridefinire la propria collocazione politica, tornando a occupare uno spazio centrale e moderato che oggi appare in parte scoperto. Significa anche abbandonare logiche personalistiche e strutture verticistiche, per costruire un’organizzazione più partecipata e radicata sul territorio.

Continuare a rinviare questo passaggio, nel tentativo di preservare equilibri interni ormai logori, rischia di portare a un lento ma inesorabile declino. La sfida, per Forza Italia, non è solo quella di evitare l’implosione, ma di dimostrare di poter essere ancora un attore rilevante nel panorama politico italiano. Per farlo, serve il coraggio di cambiare davvero, mettendo da parte rendite di posizione e aprendo una nuova fase.

Il tempo delle mediazioni estenuanti e in difesa della vecchia guardia sembra essere finito. O il partito sceglierà la strada del rinnovamento, oppure sarà destinato a rimanere schiacciato tra forze politiche più dinamiche e meglio organizzate. In una parola, o si evolve, o rischia di scomparire lentamente dalla scena politica nazionale.