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LOMBARDIA

Fontana assolto per il caso camici. Il fango mediatico resta

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Attilio Fontana, presidente della Lombardia, è stato assolto in appello dall’accusa di frode, per le  forniture di camici in piena pandemia di Covid. I giornalisti che gli hanno gettato fango addosso chiederanno mai scusa?

Politica 11_07_2023
Attilio Fontana

L’ennesimo caso di inchiesta aperta in modo pretestuoso, con annesso clamore mediatico, che si conclude con l’assoluzione degli imputati. Si dirà che la giustizia è questa e che non si può sempre dare la colpa ai giudici quando qualcuno esce completamente pulito da un processo. Sarà, ma quando al processo in tribunale si somma quello mediatico, ben più fastidioso e insistente, le cose cambiano.

Quello che è accaduto al Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, è significativo della degenerazione del rapporto tra giustizia e informazione, che finisce per avvelenare il clima sociale e il dibattito politico, calpestando il diritto alla difesa anche sul piano strettamente reputazionale.

Il governatore lombardo è stato prosciolto anche in appello per il cosiddetto “caso camici”. La Corte ha infatti respinto il ricorso della Procura della Repubblica contro la sentenza di proscioglimento di primo grado dall’accusa di concorso in “frode in pubbliche forniture”. Fontana era accusato di frode in pubbliche forniture assieme ad altre quattro persone. La vicenda riguarda la trasformazione in “donazione” alla Regione Lombardia di una “fornitura” a titolo oneroso di camici e altri materiali per la sanità da parte della società Dama spa, il cui proprietario è il cognato di Fontana, Andrea Dini, insieme alla moglie di Fontana.

“Sono molto contento. Me lo aspettavo, ma è sempre una grande gioia vedere che la propria linearità di comportamento sia stata riconosciuta. Non ho mai avuto dubbi su questo fatto, spero se ne accorgano tante persone”, ha commentato il diretto interessato. Il 13 maggio 2022, il gup Chiara Valori in udienza preliminare aveva emesso sentenza di "non luogo a procedere perché il fatto non sussiste" sia per il governatore lombardo sia per gli altri quattro indagati.

Confermato il proscioglimento anche per il cognato Andrea Dini, titolare di Dama spa, per Filippo Bongiovanni e Carmen Schweigl, ex direttore generale e dirigente di Aria, la centrale acquisti regionale, e per il vicesegretario generale di Regione Lombardia Pier Attilio Superti. La decisione della Corte è definitiva, perché la Procura generale milanese - che seguendo il ricorso dei pm aveva chiesto che tutti e cinque gli indagati andassero a processo - non può impugnare la decisione.

La seconda sezione penale della Corte d'Appello di Milano ha quindi confermato la sentenza del gup di oltre un anno fa. Le motivazioni arriveranno tra 90 giorni. Il gup aveva scritto che la "trasformazione" da fornitura in donazione alla centrale acquisti regionale dei camici e di altri dispositivi di protezione personale da parte di Dama spa "si è realizzata con una novazione contrattuale che è stata operata in chiaro, portata a conoscenza delle parti, non simulata ma espressamente dichiarata". Non ci fu quindi alcun "inganno".

Ora, però, i tanti giornalisti che hanno raccontato con dovizia di particolari e con una forte dose di malanimo l’intera vicenda dovrebbero avere l’onestà intellettuale di riavvolgere il nastro, riascoltarsi e rileggersi, in base al mezzo d’informazione utilizzato, e recitare il “mea culpa”. Un conto è la cronaca giudiziaria, con tutte le formule dubitative, i condizionali, le frasi ipotetiche, altra cosa è il fango mediatico gettato addosso agli imputati, in particolare il Presidente della Regione Lombardia, che per tre anni, come ha sottolineato anche il suo legale Jacopo Pensa, “ha patito su una graticola”.

Tempo sprecato, ingenti risorse dilapidate per poi arrivare alla fine ad affermare un principio di elementare buon senso. A chiedere scusa, per la verità, dovrebbero essere ancora di più gli avversari politici di Fontana, che in pieno Covid, con le terapie intensive sature e la priorità di salvare vite, ne chiedevano le dimissioni, crocifiggendolo come se fosse già stato condannato in via definitiva.

In una democrazia matura, i principi costituzionali come la presunzione d’innocenza e il pluralismo delle opinioni dovrebbero ispirare sempre e comunque i comportamenti dei rappresentanti delle istituzioni e degli operatori dell’informazione. Nel caso di Fontana, invece, abbiamo assistito a un vero e proprio linciaggio senza contraddittorio, propiziato da una certa disinvoltura e superficialità nella formulazione dell’accusa iniziale.

L’auspicio è che ora, con altrettanta determinazione, si possa andare fino in fondo nell’accertamento delle eventuali responsabilità del governo Conte 2 nella gestione della pandemia. A prescindere dal colore politico, i cittadini hanno il diritto di sapere se, tanto per citare solo uno dei filoni aperti, qualcuno ha lucrato su mascherine e dispositivi medici e ha speculato sul dolore di intere famiglie.