• SCENARI INQUIETANTI

Fine legislatura mai. Grazie ai voltagabbana

Il Parlamento più delegittimato della storia repubblicana rischia di rimanere in carica più del dovuto. Tra elezioni e insediamento, il nuovo parlamento non sarà operativo prima di fine giugno e i vecchi deputati potranno prendere altri tre stipendi da 14mila euro ciascuno. Senza dimenticare l'ipotesi "di scuola" di uno stato di guerra. A quel punto...

La retorica anti-casta dei grillini ha prodotto, in questa legislatura, la riduzione del numero dei parlamentari, che diventerà operativa a partire dalla prossima. Per coerenza, le Camere si sarebbero dovute sciogliere immediatamente dopo quella riforma. In realtà il Parlamento è rimasto in carica per altri anni, anche se delegittimato, oltre che sistematicamente scavalcato dalla decretazione d’urgenza e dai poteri soverchianti dei tre esecutivi che si sono succeduti dal 2018 a oggi.

Pare, però, che al danno possa affiancarsi la beffa. Non solo un Parlamento delegittimato da una riforma epocale sul numero dei parlamentari ha continuato a esercitare le sue funzioni, ma ora rischia di rimanere in carica più del dovuto.

Anzitutto, se prima della scissione di Di Maio c’era una possibilità che il Movimento Cinque Stelle potesse staccare la spina al governo Draghi in nome del rifiuto di continuare a inviare armi all’Ucraina, ora questa ipotesi è alquanto remota. I pentastellati non sono più indispensabili a tenere in piedi l’esecutivo, perché bastano i deputati e i senatori vicini al Ministro degli esteri. Peraltro il leader grillino, Giuseppe Conte ha assicurato che non è intenzione del suo Movimento far venir meno l’appoggio al governo.

Dunque è solo fantapolitica l’idea che il premier possa non avere i voti in Parlamento. Continuerà ad averli fino alla scadenza naturale della legislatura. E qui si apre un altro capitolo che ha del farsesco. Le Camere, nella loro attuale composizione, si sono insediate il 23 marzo 2018, per cui la loro vita naturale si esaurirebbe il 23 marzo 2023.

La Costituzione prevede che le elezioni delle nuove Camere abbiano luogo entro 70 giorni dalla fine delle precedenti. Quindi, la convocazione alle urne potrebbe avvenire a fine maggio. Inoltre, dopo il voto, ci sono altri 20 giorni di tempo per l’insediamento delle nuove Camere; dunque, fino al 20 giugno gli attuali parlamentari potrebbero continuare a rimanere in carica e a percepire lo stipendio.

Infine, ciliegina sulla torta (si fa per dire), non si può del tutto escludere l’eventualità che l’Italia entri in guerra anche formalmente, qualora il conflitto dovesse allargarsi. Se Putin tagliasse le forniture di gas in autunno e lo scontro tra lui e il fronte atlantista si radicalizzasse, il nostro Paese non potrebbe più limitarsi a dare le armi agli ucraini, ma dovrebbe scendere in campo in prima linea con la sua forza militare. A quel punto, come recita la Costituzione, è possibile prorogare la durata delle Camere fino alla conclusione della guerra.

Se quest’ultimo caso, per fortuna, possiamo derubricarlo a ipotesi puramente scolastica, la proroga dell’attuale Parlamento fino a maggio-giugno è tutt’altro che irrealistica. Per una serie di ragioni legate a pure logiche di potere.

Anzitutto una ragione numerica: il prossimo Parlamento avrà 345 parlamentari in meno e quindi saranno in tanti a non poter essere ricandidati e a non poter essere rieletti. 14.000 euro al mese fanno comodo a tutti, soprattutto di questi tempi e soprattutto a chi non ha mai lavorato prima di diventare parlamentare (molti senatori e deputati grillini, ad esempio, dichiaravano zero euro). Quindi, anche 3 o 4 stipendi in più possono fare davvero la differenza. Alla faccia delle battaglie anti-casta.

Poi c’è il discorso nomine. Nell’aprile 2023 scadono i vertici delle grandi aziende pubbliche, dall’Eni all’Enel, e l’attuale governo vuole gestire a tutti i costi quelle preziosissime caselle. Votare a fine maggio significa avere la certezza di poter controllare la politica energetica (e non solo quella) per i prossimi anni, a prescindere dall’esito delle prossime elezioni politiche.

Certo ha destato scalpore il voltafaccia di Di Maio, che ha rinnegato la sua storia per dar vita a un’operazione trasformistica simile a tante altre del recente passato. Le scissioni, in Italia, quasi mai hanno avuto fortuna. Peraltro questa è intervenuta in un partito già sulla via della dissoluzione e fortemente indebolito dall’inconsistenza della sua classe dirigente e dal tradimento di molti suoi principi ispiratori da parte di chi l’ha gestito.

Nessuno avrebbe mai potuto pronosticare che fosse un democristiano della prima ora, Bruno Tabacci a salvare uno dei vertici 5 Stelle, Luigi Di Maio, concedendogli il simbolo per poter costituire il gruppo al Senato. Infatti, il Ministro degli esteri ha i dieci senatori che servono per formare un gruppo, ma ha anche bisogno di un simbolo di un partito presente alle ultime elezioni. E Tabacci, così come aveva fatto anni fa con Più Europa, ha deciso di prestare a Di Maio il simbolo del Centro democratico, per consentirgli di costituire il suo gruppo.

Nel frattempo è diventato virale il video dello spot elettorale che il titolare della Farnesina fece nel 2018 per attaccare i “voltagabbana” che avevano cambiato partito e che, secondo lui, si sarebbero dovuti dimettere da parlamentari per rispetto nei confronti del loro elettorato. Oggi lui questo scrupolo non l’ha avuto. Se n’è andato sbattendo la porta, e resterà al suo posto, sia come parlamentare che come Ministro. Con la complicità di tanti democristiani come Tabacci che, pur di rimanere a galla, aiutano anche queste operazioni trasformistiche e di piccolo cabotaggio.

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