• ECONOMIA

Finanza e lavoro, emergenza educativa

Riguardo al messaggio del Papa al Corpo diplomatico dello scorso 7 gennaio, i giornali hanno enfatizzato soprattutto l'espressione "spread del benessere". Ma hanno tralasciato di cogliere il riferimento al meccanismo che lo genera. 

Lavoratrice cinese

Il 7 gennaio, nel messaggio al Corpo Diplomatico, papa Benedetto XVI ha ancora una volta richiamato il vero senso dell’economia, parlando di finanza, lavoro, profitto. Qulcuno ha persino voluto interpretare il discorso del Papa utilizzando un termine di moda: “spread del benessere”.

Vediamo anzitutto questa espressione. "Spread del benessere" dovrebbe significare che prima della crisi la differenza di benessere tra ricchi e poveri era più bassa di quanto non lo sia diventata dopo, e come conseguenza della crisi. L’interpretazione è corretta comparando questa differenza di benessere all’interno dei paesi cosiddetti occidentali (ex ricchi), mentre è il contrario comparando la differenza all’esterno, tra paesi occidentali ed orientali (asiatici), cioè tra ex ricchi ed ex poveri. Infatti, grazie al processo accelerato di globalizzazione resosi necessario per sostenere gli squilibri dell’Occidente (Usa ed Europa), i paesi che prima denominavamo “emergenti” sono diventati più ricchi, riducendo lo spread, mentre all’interno dei paesi “maturi” tale spread è cresciuto tra fasce di popolazione grazie al crollo reale di occupazione, redditi, pensioni, potere di acquisto, rendimenti , ecc. E questo grazie alla riduzione  della capacità produttiva, del credito bancario, dei costi sociali; e all’inverso grazie alla crescita delle tasse, delle patrimoniali, e così via. E, se guardiamo bene, anche grazie alla diminuzione della solidarietà, dell’otto per mille, delle elemosine.

Tante volte abbiamo detto che il crollo della natalità avrebbe avuto come effetto il crollo del benessere. E così è stato. Nei paesi che egoisticamente hanno sacrificato le nascite alla illusione di benessere consumistico ora non resta che ridimensionare, e presto, detto benessere. Il contrario è successo negli altri paesi. Con la delocalizzazione produttiva squilibrata attuata soprattutto negli ultimi due decenni, il nostro mondo occidentale ha sacrificato la produzione ed il profitto produttivo (che sarebbe stato, in gran parte, in contraddizione con la scelta di delocalizzare per ragioni di competitività) ed ha inventato il profitto finanziario, più concettuale che reale, fondato sul presupposto che la crescita consumistica a debito sarebbe stata sostenibile e il debito  pagato.

Ma ciò non è stato, così la grande illusione è finita. Si è privilegiata la finanza verso il lavoro perché il lavoro è stato “esportato” dove costava meno, per poter far crescere il potere di acquisto e consumare sempre di più. E ciò, si faccia attenzione, perché l’economia reale non cresceva , e questa non cresceva perche non si facevano figli. Come si può far crescere il  Pil in modo sostenibile e non temporaneo, se la popolazione non cresce? Ecco perché la finanza, che ha gestito l’elemento chiave dello sviluppo (fittizio), cioè il debito, ha preso il posto della produzione e del lavoro. Perché queste sono state esportate. E perchè non si è fatta più economia , per l’uomo. Come dice esemplarmente Benedetto XVI.

Vediamo ora, in poche righe, come questo problema deve esser affrontato senza creare altri squilibri. Anzitutto non si devono creare nuove tasse e patrimoniali perché, diversamente da quello che appare, si ritorcerebbero indirettamente proprio verso le classi più deboli (tornerò nei prossimi giorni su questo argomento), perché queste non creano sviluppo, anzi sono strumenti di affermazione di neostatalismo improduttivo che creerà nuova spesa pubblica e basta. Affrontare realmente questo problema non è compito (solo) degli economisti, è compito degli educatori. Ciò perché dopo trentanni di valori abagliati vanno riproposti valori reali.  E ciò non si può fare in un batter d’occhio con una riforma o una legge .

Cambiare la cultura dei valori di riferimento da cercare e su cui investire, vuole tempo, ma ancor di più vuole educatori capaci. Ci sono? Ci sono le famiglie che privilegiano l’educazione dei figli sopra ogni altra scelta? Ci sono preti che si occupano solo di insegnare dottrina e morale? Preti che insegnano a confessarsi? Non pensate che la confessione sia vera educazione? Solo questa è la prima educazione, è educazione al senso della vita, al senso delle azioni. Il resto è conseguente.

Il  nostro Pontefice ancora una volta dimostra di essere un vero economista, anzi l’economista per antonomasia, cioè l’economista per l’uomo, conoscendo Lui bene ed in modo “unico” i veri bisogni dell’uomo e come soddisfarli con lo strumento economico. Di fatto in questo messaggio Benedetto XVI non ha fatto altro che ricordare ciò che già aveva scritto in Caritas in Veritate: l’economia, la finanza, sono solo mezzi. E quali mezzi, hanno bisogno di un fine cui tendere per poter esser ben utilizzati. Altrimenti diventano sterili. Come è successo. Così spiega con saggezza e competenza unica Benedetto XVI.
Pertanto come non riproporlo (per la seconda volta) candidato al premio Nobel per l‘economia?