• L’ANNIVERSARIO

Fellini, un regista in bilico tra dissoluzione e grazia

Oggi è il centenario della nascita di Federico Fellini. Il celebre regista non pretendeva di fare catechesi con i suoi film, anche se alcuni hanno visto in lui motivazioni di tipo religioso. Come nel dibattutissimo “La dolce vita”, che anche in ambito cattolico è stato letto in modo diverso.

In queste settimane si è sentito molto celebrare il famoso regista Federico Fellini (1920-1993), e c’è una buona ragione per questo. Infatti, oggi ricorrono i 100 anni dalla sua nascita. Certamente un regista di così grande fama non può passare inosservato, e può servire dare uno sguardo dal punto di vista cattolico, un punto di vista che cerchi di leggere la sua vicenda umana e artistica alla luce dei fondamenti della nostra fede.

Ora, Fellini non pretendeva certamente di fare catechesi con i suoi film, anche se alcuni hanno visto in lui motivazioni di tipo religioso. Cosa sappiamo del Fellini credente? La moglie, Giulietta Masina, lo diceva cattolico. Rispondeva in ospedale, durante l’ultima malattia del marito, a chi gli chiedeva conto della sua “conversione”: “Io non sapevo che non fosse cattolico”. Ma ricordiamo anche la critica, proprio da parte cattolica, per il film simbolo del regista, “La dolce vita”.

In un articolo di Andrea Fagioli per Avvenire (2010) viene riportata una testimonianza dell’incontro fra padre Nazzareno Taddei, il gesuita che lo difese, e il regista:

Ma cosa aveva spinto Taddei a dire che La dolce vita trattava il tema della Grazia? «La “lettura” del film - rispondeva - esplicitata dalle immagini iniziali (l’arrivo della statua di Cristo in elicottero) e finali quando il protagonista, Marcello, ubriaco di stanchezza dopo una notte di bagordi, si trova con un gruppo di persone in riva al mare, e Paolina, la cameriera che aveva impressionato Marcello per la sua grazia innocente, si trova sorridente al di là di un piccolo braccio di mare a chiamarlo. Marcello la vede, ma non capisce e se ne va trascinato via da una donna. Paolina continua a sorridere, come a dire: “Vai pure, al prossimo bivio mi troverai ancora lì ad aspettarti!”. La “lettura” era evidente, ma mi sembrava difficile che Fellini avesse voluto esprimere un tema così… teologico. Nei nostri incontri non si era mai parlato di “Grazia”. Un giorno gli chiesi: “Cos’è secondo te la Grazia?”. Mi rispose di botto: “Che cos’è la Grazia se non quella realtà, come Paolina, che tu non capisci e la rifiuti, ma lei sorride e ti dice: Vai pure! Mi troverai sempre ad aspettarti?”. Risposta teologicamente perfetta, espressa però con linguaggio non da trattati teologici, ma a parole semplici, che sintetizzano il discorso che aveva con immagini tutt’altro che devote. Per questo, forse, il film ha scatenato tante ire» (Avvenire).

Del resto il regista ebbe una certa vicinanza con vari gesuiti, come padre Angelo Arpa e padre Virginio Fantuzzi. Quest’ultimo, sempre su Avvenire (2013), si ergeva a grande difensore del senso cattolico del Maestro romagnolo:

Occorreva riconoscere la grandezza di un genio che, con il suo retroterra cattolico, ha in fondo raccontato - a volte in modo implicito e con originalità - il suo rapporto con la fede ma anche con i riti della Chiesa. Si pensi solo alla sfilata ecclesiastica nella pellicola Roma o al rapporto tra peccato e grazia che vive Peppino De Filippo nell’episodio “Le tentazioni del dottor Antonio” in Boccaccio '70. In alcune sequenze de L’Intervista, dove Mastroianni e la Ekberg rileggono La dolce vita 30 anni dopo, ho sempre riscontrato un aspetto di spiritualità nella carnalità. (Avvenire)

Un attento osservatore cattolico come Mario Arturo Iannaccone ha dato, sul mensile Il Timone (2016), un giudizio molto severo del film “La dolce vita”:

La dolce vita è una contropredica, un compiaciuto racconto della discesa agli inferi di un’umanità degradata e larvale. Lo spettatore attraversa per quasi tre ore un mondo di suoni e apparenze, dove peraltro la religione viene dileggiata e la realtà appare come un incubo. Il film si apre con un’immagine di una statua di Cristo che pende legata a un elicottero. È quasi una parodia della resurrezione: “Guarda, è Gesù, ma dove va?”, chiede qualcuno. “Lo portano dal Papa”. La figura del Cristo “volante” viene sostituita, mediante uno stacco in montaggio, da un ballerino abbigliato da idolo orientale che danza in un night club, quasi a sottolineare l’equivalenza fra religioni. Lunghe sequenze successive mostrano il protagonista Marcello, un giornalista disilluso, che s’incontra con una donna, Maddalena, che lo invita ad andare con lui. Lei è annoiata e soltanto l’amore le “dà la carica”. Marcello con lei passa la notte in un letto che si trova in un sotterraneo allagato, sorta di simbolo della regressione. Quest’amante che si autodefinisce “prostituta” è messa in contrapposizione a un altro personaggio femminile, Emma, fidanzata materna, che vorrebbe essere madre e sposa. Tradita da Marcello, sempre insultata, lo attende in una casa vuota e non finita, simbolo del rifiuto di lui dell’amore coniugale. Si avvelena per attrarre l’attenzione di lui, invano. (Il Timone)

Dov’è la verità? Verrebbe da dire che la verità era nel cuore di Fellini. Il giornalista Vincenzo Mollica, che fu grande amico del regista, ha raccontato recentemente in un’intervista televisiva come Fellini gli chiedesse di portarlo in macchina a San Pietro, per ammirare la maestosità della Basilica Vaticana. Probabilmente le persone citate in precedenza avevano tutti un poco ragione: in Fellini c’era questo retroterra cattolico che si insinuava in film che però raccontavano una realtà oramai in dissoluzione.

Simbolo di questo sembra il protagonista del film, Marcello, interpretato dall’ottimo Marcello Mastroianni, annoiato e insoddisfatto da un vita, la sua, a cui non sa dare un nome. Se non vogliamo (e non dobbiamo) inserirlo in un agone cattolico, dovremmo dire che Fellini è proprio il regista di questa assenza, dello sbriciolamento di un panorama religioso per una mondanità che promette una felicità che non potrà mai concedere.

C’è una denuncia della corruzione nella Chiesa (Steiner dice: “Come vedi, questi padri non hanno paura del diavolo. Tutt’altro. Gli permettono persino di suonare l’organo”), del relativismo (“La vostra Italia è una terra di culti antichi, ricca di forze naturali e soprannaturali e quindi ognuno ne sente l’influenza. Del resto, chi cerca Dio lo trova dove vuole”) e dell’angoscia del vivere, rappresentata ancora in un bellissimo monologo di Steiner che alla fine si ucciderà: “Qualche volta la notte, questa oscurità, questo silenzio mi pesano. È la pace che mi fa paura, temo la pace più di ogni altra cosa: mi sembra che sia soltanto un'apparenza e che nasconda l'inferno. Pensa a cosa vedranno i miei figli domani... "Il mondo sarà meraviglioso", dicono, ma da che punto di vista, se basta uno squillo di telefono ad annunciare la fine di tutto? Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti, nell’armonia che c'è nell'opera d'arte riuscita, in quell'ordine incantato... Dovremmo riuscire ad amarci tanto da vivere fuori del tempo, distaccati [ride brevemente]. Distaccati...”.

Insomma, Fellini sembra rimanere sempre in bilico fra dissoluzione e grazia. Forse non fece mai una scelta chiara e definitiva; la verità la sa solo Dio che ha letto nel suo cuore. Però i suoi film, visti con occhio attento, ci fanno leggere la realtà del mondo moderno allo stesso modo di un’ecografia, che magnifica le minacce che a volte si annidano nel nostro corpo, a nostra insaputa.