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Fare lobby è essenziale per la democrazia

Il governo presieduto da Enrico Letta in questi giorni ha annunciato un disegno di legge sulla regolamentazione delle lobbies e sembra davvero deciso a intervenire con risolutezza per disciplinare finalmente la rappresentanza degli interessi.

Parlamento

Nei giorni scorsi, il governo Letta ha annunciato, oltre all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, anche un disegno di legge sulla regolamentazione delle lobbies, cioè dei gruppi di interesse.
Se ne parla almeno dagli anni Settanta. In oltre quarant’anni sono stati presentati una cinquantina di disegni di legge, pochissimi dei quali calendarizzati, ma ora il governo sembra deciso a intervenire con risolutezza e in tempi brevi per disciplinare finalmente la rappresentanza degli interessi, affinchè sia trasparente e con regole chiare per tutti.

Il punto di partenza del nuovo testo legislativo dovrebbe essere la proposta elaborata da “VeDrò”, think tank politico ed economico fondato nel 2005 proprio da Enrico Letta e Angelino Alfano.
Quello del governo Letta è il secondo tentativo di iniziativa governativa dopo quello posto in essere durante il governo Prodi dall’allora ministro Giulio Santagata. La proposta Letta dovrebbe prevedere, stando alle prime indiscrezioni, l’istituzione di un elenco dei lobbisti, la garanzia di accesso ai decisori pubblici uguale per tutte le lobbies, l’obbligo per tutti i lobbisti di redigere una relazione sull’attività svolta, con indicazione delle finalità e delle risorse impiegate, le incompatibilità, il divieto di “revolving door” (vale a dire che chi ha ricoperto ruoli pubblici, politici e amministrativi, non potrà svolgere attività lobbistiche se non dopo un doveroso periodo di pausa).

Anche i “saggi” nominati da Napolitano, nella loro bozza di riforma, hanno previsto una disciplina organica delle lobbies, con estensione dell’albo dei lobbisti anche alle regioni e il diritto dei lobbisti a essere ascoltati durante l’iter legislativo dei provvedimenti. Ciò al fine di evitare che le decisioni prese da governo e Parlamento rispecchino solo le ristrette oligarchie maggiormente rappresentative dei grandi interessi.

Il lobbismo si lega inscindibilmente al concetto di democrazia. Nelle società pluraliste infatti, il decisore pubblico ha da sempre avvertito la necessità di confrontarsi con i portatori di interessi particolari, al fine di adottare decisioni il più possibile rispettose degli interessi di tutti. L’attività di lobbying in una società pluralista come la nostra è lecita e legittima, oltre che auspicabile, come argine provvidenziale verso fenomeni distorsivi come il clientelismo, la corruzione e la sistematica sovra-rappresentazione di interessi clandestini e occulti. Tuttavia, la regolamentazione delle lobbies non deve essere solo un argine contro quei fenomeni deteriori, ma la traduzione fedele del principio di rappresentanza pluralista degli interessi.

In questo senso, fu un errore del governo Monti quello di insistere troppo, e in modo oscurantista, all’interno del dibattito sul ddl anticorruzione, sul reato di “traffico di influenze”, che avrebbe portato all’improvvida identificazione tra lobbista e corruttore. Per fortuna, anche grazie all’impegno dell’associazione “Il Chiostro”, che riunisce alcuni dei maggiori lobbisti e studiosi di lobbying in Italia, la versione iniziale e assai restrittiva di quel testo è stata rivista e ammorbidita. Ma la scommessa della trasparenza delle lobbies è soprattutto di tipo culturale.

Il lobbista è un professionista che porta avanti gli interessi di un’azienda o di un’associazione o di un’organizzazione nelle sedi istituzionali, ai vari livelli e cerca di influenzare le decisioni politiche e il processo di formazione delle leggi in modo trasparente, lecito e alla luce del sole.
Purtroppo in Italia la parola lobbista viene spesso utilizzata come sinonimo di corruttore, a riprova del fatto che non esiste ancora una cultura matura della rappresentanza degli interessi. La sfida è proprio quella di trasformare la parola lobbying da vocabolo disdicevole a vocabolo virtuoso. Occorre fare in modo che il vocabolo lobbying diventi sinonimo di trasparenza, correttezza nei comportamenti e nelle relazioni tra decisori e corpi sociali.

Inoltre, la professione del lobbista dev’essere regolamentata per legge sulla base dell’accertamento di precisi requisiti professionali e ancorata al rispetto di codici etici molto vincolanti, proprio come accade in alcuni Paesi, in primo luogo gli Stati Uniti.
I modelli di regolamentazione delle lobbies sono due: quello americano, basato su una disciplina assai vincolante e alla quale sembra ispirarsi il disegno di legge annunciato dal governo Letta; quello europeo, basato su codici di autoregolamentazione dell’attività lobbistica e su un registro volontario dei lobbisti.

Va detto che alcune regioni, come il Molise, la Toscana e l’Abruzzo, si sono già dotate, in anni passati, di una legge sulla rappresentanza degli interessi, mentre altre regioni, come l’Emilia Romagna, hanno disciplinato la materia delle lobbies all’interno del loro Statuto.
Nella scorsa legislatura, anche a livello nazionale si è registrato un segnale positivo su questo versante: il Ministero delle Politiche Agricole, nel 2012, ha istituito un registro dei lobbisti per rendere trasparente la rappresentanza degli interessi nelle materie di sua competenza.