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I venerdì della Bussola

Europee, tra criteri di voto e il problema di questa UE

Dalla differenza tra Europa e UE al rifiuto delle radici cristiane, dal dibattito sui padri fondatori ai criteri per un voto ispirato ai principi non negoziabili. Il videoincontro di ieri tra Cascioli, Fontana e Volontè.

Attualità 18_05_2024

Che idea di Europa abbiamo? Che differenza c’è con l’Unione europea? Su quali criteri fondare il nostro voto, come cattolici, in vista delle prossime europee (8-9 giugno)? Sarà un voto ininfluente? Queste e altre domande hanno accompagnato la diretta di ieri dei Venerdì della Bussola (trasmessa a partire dalle 14 sul sito e sui nostri canali social), moderata dal direttore Riccardo Cascioli e con due ospiti, entrambi firme del nostro quotidiano: il direttore dell’Osservatorio Card. Van Thuan, Stefano Fontana, e l’ex parlamentare Luca Volontè.

Il professor Fontana ha innanzitutto chiarito che «Europa e Ue non sono la stessa cosa», anzi: c’è un’ideologia che pretende di identificarle e «si chiama europeismo». La realtà ci mostra che l’Ue «si sta discostando su molti aspetti, spesso drammaticamente, dall’Europa», intesa come figlia della civiltà greca, del diritto romano e del cristianesimo: «In questa espressione bisogna sempre ricordare che il cristianesimo non si è semplicemente aggiunto alla grecità e alla romanità, ma le ha trasformate, le ha corrette, le ha purificate, le ha sintetizzate». L’Europa è quella realtà, unita in Cristo, dall’Atlantico agli Urali, come la intendeva san Giovanni Paolo II. E, ancora, l’Europa è quella di Benedetto XVI, che aveva evidenziato il vulnus rappresentato dall’illuminismo, con cui è nata una cultura antireligiosa, la quale mina le stesse fondamenta del nostro continente.

Grande attenzione – come già sul numero di aprile (“Europa senza anima”) della Bussola Mensile – si è data alla controversia sulle radici cristiane, mai inserite nel poi abortito progetto di Costituzione europea. Fontana ha spiegato che il riferimento alle radici cristiane, sebbene importante, sarebbe stato insufficiente perché con esse «si fa riferimento a qualcosa di storico, qualcosa che ha storicamente prodotto le opere d’arte, la letteratura», eccetera, ma che può essere dimenticato, relegato a passato. Ecco perché papa Wojtyła aveva chiesto che nella Costituzione si menzionasse Dio. «Il riferimento opportuno è alla verità del cristianesimo, con cui la civiltà europea si è sempre confrontata. E quando ha smesso di confrontarvisi ha iniziato il suo percorso di declino», ha detto Fontana, aggiungendo che, meglio ancora, la politica europea dovrebbe misurarsi con «la verità del cattolicesimo. Ma questo comporta una concezione del rapporto con le religioni diversa da quella che c’è attualmente». Di certo, se la politica esclude il cristianesimo dalla sfera pubblica, riducendolo a fatto privato, «non può essere fino in fondo politica».

Un’evidenza di ciò la si ha guardando a che cos’è oggi l’Ue, la quale in buona sostanza non realizza nessuno dei principi della Dottrina sociale della Chiesa, a partire dal principio cardine: il bene comune. «Il principio del bene comune, per la Dottrina sociale, è un principio verticale: non può stare senza Dio», chiarisce il direttore del Van Thuan. D’altra parte, «questa Ue accetta tutti i nuovi diritti», rifiutando la legge morale naturale e quindi facendo la guerra a vita e famiglia. È un’Ue che enuncia retoricamente la “libertà”, ma slegata dal bene.

Alla domanda di Cascioli rispetto alla stranezza di un’Ue che tradisce l’eredità di quelli che vengono indicati spesso come i suoi tre padri fondatori – i cattolici De Gasperi (†1954), Schuman (†1963), Adenauer (†1967) – Volontè ha prima richiamato il discorso di Giovanni Paolo II al Parlamento europeo (1988) e, poi, ha detto che dalla loro morte «l’Europa ha preso un’altra strada, ha preso la strada del pragmatismo, dell’allontanamento dagli ideali», negando perfino quel minimo riferimento alle radici cristiane, contro cui si batté particolarmente Giscard d’Estaing, «con intorno un mondo, diciamo, esoterico». Ora, aggiunge Volontè, constatiamo che «la mancanza di una chiara identità europea sta portando le nostre istituzioni e purtroppo gran parte del nostro continente verso una sudditanza, sostanzialmente un vassallaggio, nei confronti dell’attuale amministrazione americana e dei grandi poteri economico-finanziari».

Quella che sta trionfando, in verità, è l’idea di Europa delineata nel Manifesto di Ventotene, una realtà che la troppa insistenza sui padri fondatori cattolici, secondo Fontana, tende a oscurare. Ma appunto «ci sono stati anche altri padri fondatori», tra cui il marxista Jean Monnet. Tornando al Manifesto di Ventotene, si tratta in sostanza, come spiega Fontana, di «un manifesto socialista», che propugna l’abolizione della proprietà privata, una concezione illuminista-leninista secondo cui le masse debbano essere guidate da pochi esperti e, ancora, la necessità di formare “l’uomo europeo”: tutti elementi che vediamo in corso di realizzazione nell’attuale Ue, se si pensa ad esempio alla stretta sulle auto, le case, e in generale all’evidenza di «un potere ideologico che preme anche sulle coscienze oltre che sui comportamenti esterni».

Interessante la ricostruzione fatta da Volontè a proposito dei patti di potere che hanno caratterizzato l’Ue negli ultimi 20 anni, fino ai giorni nostri, quindi alla Coalizione Ursula, che ha tentato di imporre principalmente tre ideologie: catastrofismo ambientalista, teoria del gender, aborto libero. Riguardo agli scenari post-elezioni, Volontè sottolinea che il fronte progressista teme che la crescita di conservatori e identitari faccia venir meno il «patto privilegiato tra socialisti e Ppe».

Nessun partito, neanche di centrodestra, rispetta in pieno i principi non negoziabili, ma la vittoria di una coalizione di sinistra accelererebbe determinate agende ideologiche, come il Piano Draghi. Di qui l'invito a votare espresso da entrambi gli ospiti. Fontana ha indicato anche «una piccola ancora di salvataggio» per i cattolici indecisi se votare o no, «ossia la possibilità di esprimere la preferenza al candidato» che si ritenga dia più garanzie sugli stessi principi non negoziabili.



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