• ECONOMIA

Europa, la paralisi davanti alla crisi

Si parla tanto di moneta unica, ma non si fa nulla per difenderla. Ci si preoccupa di debito e recessione, ma non si elaborano proposte concrete per lo sviluppo. Anche l'Italia ha delle potenzialità che vengono ignorate.

Lavori del Consiglio europeo

Dall’«esilio» morale a cui si vede costretto, il banchiere ed economista Ettore Gotti Tedeschi
inizia a scrivere per La Nuova Bussola Quotidiana una serie di analisi sulla situazione economica europea. Da osservatore esterno, un "marziano", ma molto interessato a quanto accade. E con qualche suggerimento.

Quale “marziano” (spero solo temporaneamente) incaricato di osservare ciò che accade in Europa, dal punto di vista soprattutto economico, mi sorprendo della scarsa concentrazione dei terrestri europei su cosa fare per gestire la loro moneta unica, non avendo un governo unico. Indirizzare l’attenzione sulla moneta unica significa ben più che occuparsi di monetarismo puro. Il valore di una moneta dipende da vari fattori. Primo, dipende dalla  capacità dell’area economica di creare e mantenere ricchezza, sviluppo e occupazione. Poi  dipende dal debito reale e totale che grava sulla moneta, perciò non solo quello pubblico, ma anche quello privato, delle imprese, delle banche, delle famiglie. Infatti, tutti i debiti privati se non vengono pagati diventano pubblici, gli USA lo hanno appena insegnato nazionalizzando il debito delle famiglie e salvando così le banche.

Limitandomi a questi due elementi, osservo cose curiose. Anzitutto che le nazioni europee ne parlano molto ma fanno poco per la loro moneta unica. Anche cercando di interpretare gli ultimi accordi, non sembra che si preoccupino  di rafforzare l’euro e lottare contro la recessione cercando il rafforzamento delle capacità competitive delle diverse nazioni-aree economiche. Poi sembrerebbe che neppure si preoccupino di creare una integrazione fiscale, e mi domanderei come possa esser possibile stimolare soluzioni ai problemi di vantaggi competitivi reali, se si permette di fare competizione fiscale, ben sapendo cosa ciò significa.

Noto  poi che  non si parla di accordi produttivi europei e di soluzione coordinata al problema delle banche. Noto invece che si parla molto di recessione, molto di come assorbire il debito pubblico e moltissimo di rischi di occupazione, ma non si elaborano vere proposte concrete, coordinate e realistiche per fronteggiarle. Mi domando quindi, da buon  marziano, quanto in Europa si faccia strategia per fronteggiare le conseguenze del  nuovo ordine economico mondiale o si continui a fare invece una mediocre “politica” a breve. Del resto se oltre ai casi si studiasse dottrina economica, si capirebbe che anche in economia, se la diagnosi non è corretta, non potrà esserlo la prognosi e le misure adottate non saranno risolutive, se non persino aggravanti. Ma perbacco, che succede in Europa? Si attende che da qualche pianeta si prendano decisioni per lei o le si impongano soluzioni sotto minaccia ben più forte di un semplice rating?  

Ma la cosa che più mi sbalordisce è che l’Europa sembra solo ed unicamente preoccupata della situazione della Grecia. Ora, non la sottovaluto avendo visto l’infinità di errori commessi per (non) gestirla ed arrivare a questo punto, Ma pensare che la soluzione del problema europeo stia nel decidere quale percentuale di debito greco comperare a che tasso di interesse, oppure decidere se la Grecia debba restare o uscire dall’euro al fine di rafforzarlo (essendo la Grecia  una  nazione debole) è un pò troppo... E la cosa non può non destare preoccupazione.

Peraltro vedo la situazione italiana diversamente da come ne sento discutere, soprattutto in clima elettorale. Per me l’Italia è un paese economicamente molto più sano di tanti altri in Europa, e meglio posizionato  per riprendersi. Mi son stancato di sentir parlare del suo debito pubblico, perché il debito da controllare è il debito totale di un paese, non solo quello pubblico, e qui l’Italia sta subito sotto la Germania e meglio di tanti altri con rating superiore. Chissà perché.

Visto che gli economisti stranieri in Italia sono così benvenuti ed ascoltati, c’è da augurarsi che possa un giorno arrivare un economista da altri pianeti, dove si studia che per fare strategia di risanamento di una economia di un paese che compete nel mondo globale, è necessario individuare i vantaggi “unici” di un paese nel contesto competitivo globale. L’Italia  ha una struttura industriale fatta di medie imprese che è a dir poco straordinaria: magari queste imprese sono un po’ piccole per competere e sottocapitalizzate, ma sono il vantaggio competitivo su cui investire per produrre crescita economica ed occupazione. Ha un sistema bancario sano, solo con un po’ di sofferenze dovute alla recessione in corso. Ha un risparmio privato elevatissimo (da convogliare verso le imprese italiane, non da tassare) e un buon equilibrio di bilancio. Certo ha avuto un welfare statalista ed ha ancora molto “pubblico” non troppo efficiente, ma ha adottato recentemente alcune misure strategiche ed avviato processi di risanamento. Sta anche avviando riforme indispensabili per esser competitiva sui mercati globali, ma punterei di più sul rafforzamento del sistema industriale per renderlo più competitivo, puntando tutto sulla sua ricapitalizzazione, convogliando opportunamente parte del grande risparmio italiano, che altrimenti non avrebbe molte opportunità di investimento e si impoverirebbe. Ciò  nell’intento di sostenere piani aggressivi di sviluppo che creino occupazione e ricchezza.

Anche i Fondi sovrani non avrebbero problemi a investire in Italia se solo si potesse dare più stabilità politica al paese. Eppure credo l’Italia abbia una solida e credibile democrazia, solo manca di una chiara maggioranza parlamentare e di capacità di attrarre talenti in politica, che oltre a fare “testa a testa” televisivi, sappiano essere credibili nella proposta di progetti. Mi domando se si sia ben capito che la terra  deve fronteggiare un nuovo ordine economico e deve saper generare idee forti che siano realizzabili, ma anche opportune per la dignità degli stessi abitanti della terra che sembrano esser gli unici abitanti delle galassie a non credere più alla Creazione ed alla natura divina della creatura.