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GRAN BRETAGNA

Elezioni locali britanniche: verso un nuovo bipolarismo Reform-Verdi

Vittoria incredibile di Farage, con il suo Reform Uk, che moltiplica la sua forza nei consigli locali, conquistando anche roccaforti laburiste e conservatrici. I Verdi emergono come il futuro della sinistra, anche se restano di nicchia.

Esteri 09_05_2026
Nigel Farage festeggia la vittoria (AP)

La Gran Bretagna, dopo le elezioni locali in molte contee e parlamenti locali di Inghilterra, Galles e Scozia, esce più frammentata che mai, ma con un chiaro vincitore politico: Nigel Farage. E un chiaro sconfitto: il premier laburista Keir Starmer.

Il Reform Party, ultima creatura in ordine di tempo del conservatore Farage, protagonista della Brexit (prima ancora di Boris Johnson) è riuscito a strappare ai laburisti anche roccaforti rosse nel nord industriale dell’Inghilterra, sia sulla costa orientale inglese, sia nell’area del Greater Manchester. Ai Conservatori invece hanno strappato le contee alle porte orientali di Londra e nell’Essex. Inoltre il Reform ha formato un suo muro “azzurro” (colore del partito) nelle contee di confine del Galles. I Verdi non hanno sfondato allo stesso modo, ma hanno conteso e in alcuni collegi chiave anche strappato la vittoria ai Laburisti, come a Norwich anche in municipi interni a Londra. Nel caso di Glasgow hanno sottratto un collegio sicuro anche al partito indipendentista Snp.

Quantificando vittore e sconfitte, con il 90% dei seggi scrutinati: Reform Uk elegge 1323 consiglieri locali, un incremento di 1244 rispetto alle precedenti elezioni locali. Praticamente è la nascita di una forza politica dal nulla alla maggioranza. Il Partito Laburista elegge 887 consiglieri, ben 988 in meno rispetto alle precedenti elezioni: ha perso più della metà dei seggi che aveva in precedenza, perdendo anche l’intero controllo del Galles. I Conservatori (o Tories) eleggono 727 consiglieri, perdendone 417, una sconfitta meno bruciante rispetto a quella laburista, considerando che hanno riconquistato il centro di Londra (il municipio di Westminster) e mantenuto il controllo sulla cintura di contee nel sud della Scozia. Fra i partiti “minori”, i Liberaldemocratici tornano ad essere molto influenti, arrivando terzi in queste elezioni locali, con l’elezione di 810 consiglieri, 146 in più rispetto alle elezioni precedenti. I Verdi, considerati da non pochi analisti, come una rivoluzione, restano però un partito di nicchia, limitato ai centri urbani e soprattutto alle zone universitarie, con l’elezione di 423 consiglieri, un incremento di 259 rispetto alle elezioni precedenti. Bene anche i partiti locali e indipendentisti: lo Scottish National Party mantiene il controllo di gran parte delle contee della Scozia, mentre il Plaid Cymru diventa il primo partito del Galles, anche se non ha la maggioranza sufficiente a formare un governo da solo nel parlamento locale.

Clive Lewis, parlamentare laburista, twittava quella che era la più brutale diagnosi della giornata politica di ieri: «Non basterà un altro discorso, un altro riorientamento della comunicazione o un altro rimpasto per risolvere la situazione. Il problema è ormai ben più profondo. Il Labour sta perdendo proprio le persone e i luoghi che era stato creato per rappresentare. Nell'Inghilterra di provincia, nelle città che dovrebbero far parte del cuore politico del Labour, la base del partito sta crollando. Norwich (vittoria dei Verdi, ndr) dovrebbe essere un monito. Così come i risultati che stiamo vedendo in tutto il Paese. Non possiamo fingere che si tratti di una “serata storta”, di un ciclo difficile o di un problema di comunicazione. È una crisi politica e, a meno che non la affrontiamo onestamente, rischia di diventare irreversibile».

Nonostante la pressione di deputati, sindaci (fra cui Sadiq Khan di Londra) e sindacati per le dimissioni, il premier Keir Starmer ha dichiarato a chiare lettere di non volersene andare. I ministri del suo governo fanno quadrato e nei loro tweet si legge il timore di ripetere l’esperienza del Partito Conservatore: autodistrutto in un paio di anni dopo aver cambiato tre volte premier, dando l’impressione di aver al proprio interno un insanabile conflitto fra correnti.

Il partito Reform UK sta sollevando, come prevedibile, paura e costernazione nella stampa mainstream che denuncia l’ascensa di un nuovo “fascismo” britannico. Quel che Farage propone, tuttavia, è solo il vecchio programma conservatore. Tutto il successo ottenuto dai suoi partiti, dall’Ukip in avanti, è dovuto alla fuga di elettori e di rappresentati politici da un Partito Conservatore sempre meno coerente con i suoi principi: liberismo economico, stop all’immigrazione illegale, euroscetticismo, ordine pubblico, diffidenza nei confronti dei progetti ecologisti. Questo programma, nel 2026, attira elettori delusi sia dalla destra sia dalla sinistra. Viene votato da ex laburisti del nord industriale, così come da ex conservatori del sud agricolo. Nella più antica forma di bipolarismo britannico, quello fra il “partito della campagna” (oggi: ceti medi produttivi sub-urbani e rurali) e il “partito della corte” (oggi: finanza, ceti colti, statali, urbani), il Reform è il nuovo partito della campagna. Se si votasse oggi, alle elezioni nazionali, il Parlamento non avrebbe una maggioranza assoluta, sarebbe una situazione di “Hung Parliament” come non si vedeva da sedici anni. Ma Farage avrebbe la maggioranza relativa e avrebbe lui l’incarico dal re di formare il governo, come il conservatore Cameron lo ebbe nel 2010.

L’altro partito che emerge, anche se non sfonda, è quello dei Verdi, guidati da Zack Polanski. I Verdi, con candidati multi-etnici, campagna multi-lingue, una retorica islamo-gauchista tutta incentrata su Gaza e il Medio Oriente, hanno conquistato nuovi seggi a Exeter, Reading, Sheffield e Oxford, registrando notevoli progressi a Cambridge, Manchester e Londra, dove hanno sconfitto il sindaco laburista nel municipio di Hackney. E sembra che abbiano ancora margini di crescita: i sondaggi indicano che i Verdi sono di gran lunga il partito più popolare tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni. Di fatto sono il nuovo “partito della corte”, di tutti quei ceti sociali urbani e urbanizzati che non hanno problemi con l’immigrazione e che considerano più pericolosa la recrudescenza di patriottismo di Reform che non l’appoggio esplicito a Hamas ed Hezbollah di non pochi candidati dei Verdi.

Lord David Frost (negoziatore della Brexit), prevede comunque, in prospettiva, un nuovo bipolarismo fra Reform e Verdi. Nel suo editoriale sul Telegraph scrive: «Non credo che la politica multipartitica sia destinata a durare. Piuttosto, ci troviamo in un periodo di transizione verso un nuovo equilibrio e un nuovo sistema partitico che rifletta la divisione tra Corte e Paese. Il nostro sistema elettorale, alla fine, impone un consolidamento attorno a due grandi partiti e, a meno che non lo modifichiamo, ciò accadrà anche adesso. Quanto tempo ci vorrà? Beh, all’inizio del XX secolo ci sono voluti vent’anni. Ne sono già passati dieci. Si vede che il terreno sta cambiando».