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Elezioni in Venezuela, Maduro piglia tutto

In Venezuela la coalizione di estrema sinistra del Grande Polo Patriottico ha vinto le elezioni parlamentari, il presidente Nicolas Maduro ha ora il controllo totale sulle istituzioni del Paese. Non che prima non avesse dei poteri simili a quelli di un dittatore, più che a quelli di un presidente democratico. Ma ora è caduto anche l’ultimo contrappeso al suo potere: l’Assemblea Nazionale.

Nicolas Maduro

In Venezuela la coalizione di estrema sinistra del Grande Polo Patriottico ha vinto le elezioni parlamentari, il presidente Nicolas Maduro ha ora il controllo totale sulle istituzioni del Paese. Non che prima non avesse dei poteri simili a quelli di un dittatore, più che a quelli di un presidente democratico. Ma ora è caduto anche l’ultimo contrappeso al suo potere: l’Assemblea Nazionale.

Dal 2015 il parlamento venezuelano era infatti dominato da una maggioranza di partiti di opposizione democratica. Per aggirare la sua resistenza, nel 2017 Maduro aveva convocato e fatto eleggere (con un suffragio “comunitario” e non diretto e universale) un’Assemblea Costituente a lui fedele. Nel 2018 il presidente era stato rieletto con un voto contestato da quasi tutto il mondo per la scorrettezza con cui si era svolto. Non riconoscendo come legittimo Maduro e considerando il seggio del capo di Stato vacante, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidó, era stato nominato presidente della repubblica ad interim, riconosciuto come unico legittimo capo di Stato venezuelano da 50 Paesi (non dall’Italia). All’interno del Paese, in un clima da guerra civile, le forze dell’ordine, l’esercito e soprattutto le milizie paramilitari fedeli a Maduro, hanno provocato morti nell’ordine delle centinaia, oltre a migliaia di arresti politici. L’epidemia di Covid si è sovrapposta alla tragedia politica, lo Stato ha occultato i dati e imposto una stretta censura al personale sanitario, oltre a imporre misure di sicurezza ancor più repressive.

Il percorso di Maduro verso il controllo totale del Paese si è dunque concluso questa domenica, con la conquista anche dell’Assemblea Nazionale. Grazie al controllo dei media di Stato, delle forze dell’ordine e di tutto il settore pubblico (che domina l’economia del Paese), la campagna elettorale è stata praticamente a una sola voce: quella del Grande Polo Patriottico, costituito dal Partito Socialista Unito di Maduro e dei suoi alleati. Ad esso non si contrapponeva nessuno, di fatto, se non un partito ancor più a sinistra di Maduro, l’Alternativa Popolare Rivoluzionaria e alcuni partiti democratici minori. Il grosso dell’opposizione, costituito dalla coalizione democratica maggioritaria nell’Assemblea, ha optato per il boicottaggio, per delegittimare le elezioni.

Come era ampiamente prevedibile, il Grande Polo Patriottico ha vinto le elezioni, ma non le ha stravinte, poiché ha preso il 67% dei voti su una platea di elettori di appena il 31%, ultimo dato disponibile sull’affluenza. Quasi il 70% dei venezuelani, dunque, non ha votato per i partiti fedeli al presidente ed è rimasta a casa, aderendo al boicottaggio. I partiti di opposizione, tutti assieme, hanno preso appena il 18%. Guaidó non ha riconosciuto la legittimità del voto, come c’era da attendersi e ha annunciato un referendum popolare (sapendo che verrà quasi certamente negata l’autorizzazione) in cui si voterà sulla legittimità di queste elezioni. Da un punto di vista istituzionale, Guaidó sarà però in difficoltà dal 5 gennaio, data di insediamento del prossimo parlamento. Nel momento in cui decadrà ufficialmente la sua carica di presidente dell’Assemblea Nazionale, cesserà anche di essere presidente ad interim della repubblica.

Maduro, dal canto suo, ritiene di essere sufficientemente in controllo della situazione. Sa di avere in pugno il Paese, mediaticamente, economicamente e soprattutto militarmente. A livello internazionale, l’Osa (Organizzazione Stati Americani) non riconosce la validità di queste elezioni parlamentari, soprattutto Brasile e Colombia sono determinati a negarne la legittimità, così come critiche molto dure giungono da Stati Uniti e Unione Europea. Ma a Maduro basta il riconoscimento dei suoi alleati: Cina, Cuba, Iran, Nicaragua, Russia e Turchia. Ora potrà passare alla seconda fase del suo programma, quella legislativa. Non solo saranno tradotte in legge formale le sue politiche economiche socialiste, ma promette di varare una nuova norma contro i “traditori”. Cioè gli oppositori politici, a partire da Guaidó.