• CRISI

Economia, non basta un governo stabile

La stabilità del governo Letta è la precondizione all'uscita dalla crisi economica. Ma non basta. Occorre che l'esecutivo compia scelte economiche coraggiose, su tasse e spesa pubblica, per invertire la tendenza al declino.

Tax

Il sentimento prevalente al Meeting di Rimini, per lo meno per quanto riguarda la politica, è che il governo Letta tenga duro. Possibilmente che duri “tutta la legislatura” come sostiene Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. Che la tenuta di un governo di larghe intese sia la precondizione della stabilità, non ci piove.


Possiamo dunque ben affermare che la stabilità del governo sia la condizione necessaria alla ripresa economica, in tempo di crisi. Ma è anche una condizione sufficiente? Certamente no. Perché si esca dal pantano economico in cui siamo entrati, occorre una specifica azione anti-crisi del governo. Nonostante l’attuale stabilità di governo, infatti, i dati economici non sono affatto rassicuranti. Prima di tutto, mentre l’eurozona, in media, ha ripreso a crescere, pur con un modesto +0,3% del Pil, l’Italia continua ad avere una recessione. Il nostro Pil registra un segno negativo del -0,2%. Per la fine del 2013, l’Fmi prevede una recessione dell’1,8%, che segue un 2012 con una recessione del 2,4% nel 2012. Questi dati freddi celano una realtà molto più drammatica: 3 milioni e 100mila disoccupati che, secondo le previsioni più accreditate, arriveranno ad essere 3 milioni e 500mila alla fine dell’anno. La disoccupazione è aumentata di 4,6 punti percentuali nell’ultimo anno. Fra i giovani, i senza lavoro sono già il 39,1%, stiamo arrivando quasi ad avere 1 giovane disoccupato su 2. Questo vuol dire che chi ha un posto di lavoro, se lo tiene e molto spesso lo perde pure. Chi non ce l’ha, lo troverà con sempre maggiori difficoltà. Nel 2012 il Bel Paese è tornato ad essere terra di emigrazione: il flusso di italiani emigrati ha superato quello degli immigrati in Italia. Senza un futuro qui, anche i lavoratori, non solo i capitali, tendono a fuggire.


Non basta che il governo “resti”, occorre che “faccia” determinate cose. Questa considerazione ha spianato troppo spesso la strada a una serie di equivoci. Il primo dei quali vede contrapposta, alla politica di “austerità”, una di “crescita”. Spesso si tende a fraintendere il termine “austerità” così come quello di “crescita”. La “austerità” di Mario Monti non consisteva in un doveroso taglio alla spesa pubblica (che ammonta, fra i suoi mille rivoli, a circa 809,5 miliardi di euro, 3,8 miliardi in più rispetto all’anno scorso), ma in un aumento delle tasse, proprio per continuare ad aumentare la spesa pubblica. Chi suggerisce una politica di “crescita” tende invece a desiderare un aumento della spesa pubblica, non realizzando che quest’ultima non è mai stata ridotta ed è essa stessa la causa dell’aumento delle tasse (perché qualcuno, semplicemente, la deve pagare). Il circolo vizioso spesa/tasse è la vera causa del male. Proprio ieri sono scaduti i termini di pagamento di 262 fra tasse e imposte che tutti i cittadini italiani devono versare. Ogni italiano paga (secondo i dati ufficiali) un’aliquota massima del 43% del suo reddito in tasse. Ma sommando tutte le tasse, accise, imposte, dirette, indirette, locali e nazionali, i piccoli esercizi commerciali arrivano a pagare il 70% di quel che guadagnano. Roba da scappare in Russia, come ha fatto Gerard Depardieu. Quando qualche esponente di sinistra parla di “evasione da sopravvivenza” non può essere condannato o smentito troppo facilmente.

Se non ci sono incentivi a guadagnare, visto che i due terzi vanno in tasse, non ce ne sono neppure ad iniziare un’attività. In Italia, ottenere le licenze necessarie ad avviare un impresa, implica 200 giorni (in media) di pratiche burocratiche, con un costo complessivo superiore a un anno (medio) di guadagni. Quegli imprenditori che continuano a lavorare, nonostante queste condizioni, sono da considerarsi degli eroi. Nonostante tutto, come ci mostrano recenti fatti di cronaca, abbiamo sindacati che denunciano datori di lavoro, se solo questi si accordano spontaneamente con i loro dipendenti su aumenti di orari di lavoro o riduzioni, anche modeste, di stipendio. Stando alle valutazioni dell’Indice della Libertà Economica (compilato da Heritage Foundation e Wall Street Journal), abbiamo un mercato del lavoro con una regolamentazione ben più rigida della media mondiale (e nel mondo è inclusa anche la Corea del Nord, che questa media la alza parecchio …).


Non si riesce comunque a bilanciare la spesa con le tasse: l’aumento vertiginoso di queste ultima ha provocato una riduzione del gettito. Quel che dimostrava, in teoria, l’economista Arthur Laffer (oltre una certa soglia di tassazione, il gettito si riduce) si sta realizzando, nella pratica, qui in Italia. Il debito pubblico è cresciuto a livelli record: attualmente ogni italiano ha, a suo carico, 33.000 euro di debito.

 

Da questa spirale non si può uscire con formule magiche, che si sentono sempre più spesso, come “stampiamo più moneta” o, peggio, “non paghiamo i debiti”. Stampare più moneta vuol dire svalutare e svalutarci: venderemmo cianfrusaglia a basso costo per un po’, ma nessuno ci farebbe più credito. Dopo un’illusione di sollievo, staremmo peggio di prima. Non pagare i debiti, per un privato cittadino è un reato, per un Paese è ancora peggio: vorrebbe dire dichiararsi insolventi, con conseguente fuga di ogni tipo di investitore.


Non ci sono scorciatoie, dunque. Il nodo da affrontare è l’aumento di spesa e tasse, entrambe troppo alte per essere ancora sostenute. Tagliare le tasse è una cosa che tutti vorrebbero fare, ma non fanno, perché c’è una spesa da mantenere. Tagliare la spesa è il vero atto di coraggio che, prima o poi, questo o il prossimo governo dovrebbero compiere. Tagliare la spesa è visto sempre come un atto doloroso, quasi quanto l’amputazione fisica di un arto. Ma anche questa è una visione ideologica: ben poche attività umane devono essere necessariamente pagate coi soldi di altri (dei contribuenti). Tagliare la spesa pubblica non vuol dire sopprimere o uccidere imprese e lavoratori: vuol dire solo restituire loro maggior autonomia, libertà e responsabilità. Passare da una società verticale (diretta dallo Stato) ad una orizzontale, autonoma e responsabile.