a cura di Riccardo Cascioli
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Ecociance ministeriali

Il ministro del Miur, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Lorenzo Fioramonti ha annunciato l’istituzione di un consiglio scientifico sullo sviluppo sostenibile “ne fanno parte – ha detto – persone di spicco come Enrico Giovannini, Jeffrey Sachs e Vandana Shiva. Nelle prossime settimane mi aiuteranno a sviluppare una comparazione internazionale, per fare dell’Italia un’avanguardia globale”. Lavoreranno senza compenso, ma questo non conforta. Enrico Giovannini, economista, vuole tutto sostenibile, anche le utopie. È autore di “L’utopia sostenibile”, nel 2006 ha fondato l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile, per lui il cambiamento climatico antropico è realtà e riesce persino a sostenere che le teorie catastrofiste degli anni 70 del secolo scorso, quelle dell’MIT e del Club di Roma, erano fondate, per quanto siano state totalmente smentite dai fatti. Jeffrey Sachs, economista, reclutato dall’Onu all’epoca di Kofi Annan e Ban Ki-moon, crede anche lui nel cambiamento climatico prodotto dalle emissioni di CO2: “esercitiamo una pressione senza precedenti sull’ambiente della Terra – diceva nel 2007 – 6,5 miliardi di persone che emettono ogni anno 7 miliardi di tonnellate di carbonio nell’atmosfera”. La preoccupazione per il global warming ne ha fatto un “fondamentalista del controllo delle nascite nei paesi poveri”. Vandana Shiva è una ambientalista furiosamente ostile allo sviluppo, convinta che la povertà inizi con la globalizzazione, la fame con gli Ogm, che i pesticidi facciano ammalare le piante, da tempo isolata anche da ambientalisti più seri e responsabili. Basti pensare che secondo lei per salvare gli ulivi dalla Xylella basta abbracciarli amorevolmente. Con l’aiuto di questi collaboratori “di spicco”, e in collaborazione con la Rete universitaria per lo sviluppo sostenibile, il ministro Fioramonti sta pensando di “fare in modo che tutti i nuovi studenti universitari seguano una lezione sulla sostenibilità a prescindere da quello che poi studieranno. L'abbiamo chiamata lezione zero”.