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Ebola, il coraggio di chi la affronta

L'epidemia di ebola in Africa occidentale è peggiore del previsto. Sta diffondendosi rapidamente e più della metà dei malati muore. I governi dei paesi più colpiti reagiscono con misure da stato d'assedio, isolando intere città e regioni. I pochi medici disponibili lavorano oltre i loro limiti fisici.

Controllo a un checkpoint

In Senegal è stato diagnosticato un primo caso di ebola. Si tratta di un uomo arrivato da poco dalla Guinea. In Nigeria i casi accertati sono saliti a 15 ed è appena trapelata la notizia di un primo decesso dovuto a ebola verificatosi il 22 agosto a Port Harcourt, distante oltre 600 chilometri da Lagos, la città a cui l’epidemia sembrava essere stata circoscritta. Port Harcourt conta oltre un milione di abitanti ed è situata nel Delta del Niger, la regione in cui si concentrano i giacimenti di petrolio del paese e le attività estrattive.

Il 28 agosto l’Organizzazione mondiale della sanità ha aggiornato il bilancio delle vittime portandolo a 1.550 su circa 3.000 casi. Ha inoltre confermato la gravità della situazione, ben al di là dei dati ufficiali: “il numero effettivo dei contagi – ha detto alla stampa il vice direttore generale dell’Oms per la poliomielite e le emergenze, Bruce Aylward – potrebbe essere da due a quattro volte superiore a quello riportato”. Ha aggiunto che bisogna realisticamente essere preparati a far fronte a oltre 20.000 casi e che è indispensabile effettuare accuratissimi controlli alle frontiere per evitare che il contagio si estenda ai dieci stati confinanti e quindi dilaghi in tutto il continente.

L’Oms ha presentato un programma con cui spera di mettere fine all’epidemia entro sei o nove mesi: per realizzarlo servono 489 milioni di dollari e 13.000 persone.

Intanto i governi dei paesi colpiti chiudono le scuole, riducono il personale attivo negli uffici pubblici, proibiscono i raduni e le manifestazioni sportive, varano leggi per punire con il carcere chi non rispetta le nuove norme di igiene e prevenzione e tentano di ovviare alle enormi carenze dei loro sistemi sanitari con misure da stato d’emergenza. La diffidenza cresce tra la popolazione insieme alla paura: molti credono che ebola non esista o che comunque ci sia qualcosa di losco e falso nel modo in cui le autorità ne parlano e se ne occupano: qualcosa che torna a danno della gente comune, come tutto quello che viene dai governi irrimediabilmente corrotti e irresponsabili che si avvicendano alla guida dei loro paesi.

In Sierra Leone alcune città, in Liberia intere regioni sono state isolate impiegando l’esercito che ha l’ordine di usare la forza se necessario. Il 20 agosto a Monrovia, la capitale della Liberia, gli abitanti di West Point, uno slum, sono insorti contro i blocchi posti per isolare il loro quartiere. Le forze dell’ordine hanno sparato contro i manifestanti ad altezza d’uomo ferendone gravemente quattro, uno dei quali è deceduto pochi giorni dopo. Lo slum era stato isolato perchè il 16 agosto un gruppo di giovani residenti ne aveva attaccato e saccheggiato l’ospedale che ospitava diversi malati di ebola. Gli aggressori avevano rubato effetti personali dei pazienti, materassi insanguinati, lenzuola, coperte, attrezzature mediche e altro ancora: tutti oggetti che potevano essere contaminati e quindi diffondere il virus. Inoltre durante l’assalto 20 ammalati si erano dati alla fuga, solo tre dei quali sono stati in seguito trovati e riportati in ospedale. Di qui è nata la decisione di mettere in quarantena l’intero slum. A suscitare la rabbia degli abitanti di West Point sembra fosse stato il fatto che nell’ospedale venissero accolti anche dei malati di ebola residenti in altri quartieri della città.

Cinismo, diffidenza, esplosioni di violenza: l’umanità sembra realizzarsi al suo livello più basso, messa alla prova. Ma non è così. Lo dimostrano le migliaia di medici, di infermieri (locali e stranieri) e di dipendenti di strutture sanitarie che lottano contro l’epidemia: esempi eroici di dedizione e sollecitudine.

La Guinea dispone di dieci medici ogni 100.000 abitanti, la Sierra Leone ne ha 2,2 ogni 100.000 e la Liberia ancora meno: solo 1,4. In uno dei distretti della Sierra Leone colpiti dall’epidemia ci sono in tutto quattro ambulanze per 470.000 abitanti. Il personale medico e paramedico è del tutto insufficiente anche in condizioni “normali”. Da sola la malaria costituisce un’emergenza sanitaria costante: nel 2012 si sono verificati 1,5 milioni di casi sia in Sierra Leone, che ha circa sei milioni di abitanti, sia in Liberia, che ne ha quattro.

Da mesi ormai i medici e gli infermieri che operano in quei paesi lavorano oltre i loro limiti fisici, senza risparmiarsi. Spesso – come ha denunciato l’Oms – non dispongono di tute protettive e mancano addirittura di guanti di gomma e di mascherine e, tuttavia, del tutto consapevoli del rischio, continuano ad assistere e curare. Già più di 240 hanno contratto il virus e metà ne sono morti.

Il loro sacrificio a qualcosa è valso. La percentuale di decessi tra le persone ricoverate negli ospedali finora è stata di poco superiore al 50%, ben al di sotto delle percentuali – intorno all’88% in media - rilevate nel corso di precedenti epidemie.