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E infine è arrivata la richiesta di impeachment per Trump

Impeachment. La procedura istituzionale per incriminare il presidente degli Stati Uniti è stata messa in moto. Si tratta di un evento raro, che merita tutta l’attenzione del mondo. La causa dell’impeachment è però una telefonata da cui, per ora, non si trova la prova del tradimento.

LA SVOLTA DI TRUMP ALL'ONU di Ermes Dovico

Nancy Pelosi

Impeachment. La procedura istituzionale per incriminare il presidente degli Stati Uniti è stata messa in moto. Si tratta di un evento raro, che merita tutta l’attenzione del mondo. La causa dell’impeachment che ieri la presidente della Camera, Nancy Pelosi, ha annunciato, è apparentemente una piccola cosa. Gli accusatori pensano, invece, che sia la pistola fumante che cercavano da anni, per dimostrare che Donald Trump è un traditore.

Secondo l’accusa, Trump, con una telefonata del 25 luglio scorso, ha chiesto al nuovo presidente ucraino Volodymyr Zelensky di indagare su Hunter Biden, figlio di Joe Biden, ex vicepresidente di Obama e ora papabile candidato Democratico alle presidenziali del 2020. Nella telefonata, Trump ha detto di voler impegnare anche il procuratore generale William Barr a coordinare le indagini con la controparte ucraina. Nella stessa telefonata, il presidente ha anche citato l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, che da mesi sta puntando il dito sul caso Hunter Biden. Per Giuliani, Joe Biden si sarebbe vantato di aver fatto pressioni sull’Ucraina per fermare un’indagine in corso su suo figlio, che è membro del consiglio d’amministrazione dell’azienda energetica Burisma, che opera nel paese ex sovietico. “Biden sarebbe andato in giro a vantare di aver fermato l’indagine, così guardateci dentro, a me sembra una cosa orribile”, ha detto Trump nella telefonata. Nella conversazione, il presidente ha poi parlato male dell’ex ambasciatrice americana a Kiev, licenziata l’estate scorsa. E infine ha chiesto al presidente ucraino di “farci un altro favore”: smontare un altro pezzo di inchiesta del Russiagate. Cioè l’analisi compiuta da CrowdStrike, secondo cui sarebbero stati funzionari russi a rubare informazioni alla Convention Nazionale Democratica nelle elezioni del 2016. CrowdStrike, nelle parole di Trump, sarebbe un’azienda “con base in Ucraina”, ma questa convinzione era stata già smentita, quindi non si capisce bene cosa Trump chieda a Zelensky, se l’azienda di analisi non è nella giurisdizione di Kiev.

Che questa telefonata sia tipicamente “trumpiana” è evidente: fuori dalle righe, sincera, non professionale, mixa i desideri personali del presidente con la sua posizione di forza. Che sia la prova di un tradimento degli Stati Uniti è invece ancora tutto da verificare. Secondo l’accusa, Trump avrebbe fatto a Zelensky un’offerta che non si può rifiutare: indagare su Biden o perdere gli aiuti militari. La prova sarebbe che gli aiuti sono stati sospesi. Tuttavia, nella telefonata non si trova traccia di questo ricatto e la decisione di sospendere gli aiuti, almeno temporaneamente, è stata presa settimane prima. Non ci sono neppure prove di un’indagine in corso. Benché nella telefonata Trump nomini Barr, la portavoce del Dipartimento di Giustizia ha dichiarato ieri che non vi è stato alcun contatto fra il procuratore generale e il governo ucraino. Potrebbe essere solo una boutade (un “mi piacerebbe se indagasse”), priva di seguito. Inoltre, la telefonata è emersa dopo una soffiata di un membro dell’intelligence. La Commissione dei Servizi Segreti della Camera è riuscita ad ottenere la sua testimonianza dopo un drammatico tira-e-molla con Joseph Maguire, direttore dell’Intelligenze Nazionale. Secondo il presidente della Commissione, Adam Schiff, il direttore stava coprendo la Casa Bianca con metodi illeciti, mentre secondo Maguire, la soffiata non riguardava l’intelligence nazionale, dunque non era pertinente. Fatto sta che è emersa in relativamente poco tempo. E con estrema facilità sono state pubblicate le prime trascrizioni della telefonata, che se non è ancora la trascrizione testuale, almeno illustra il suo contenuto. Trump, contrariamente a qualcuno che vuol nascondere un crimine, ha insistito perché venisse pubblicato tutto subito.

Questi elementi fanno pensare che la Pelosi, più che una pistola fumante, abbia per le mani una bolla di sapone. Ma è ovviamente troppo presto per dirlo. L’indagine è stata appena annunciata e, magari, sorprendentemente, potrebbe anche concludersi con l’impeachment del presidente, con un secondo Watergate. Dopo la pubblicazione di questi primi documenti, la Pelosi ha dichiarato che “La trascrizione e l’azione spregiudicata del Dipartimento della Giustizia complice del comportamento fuorilegge del presidente, sono la conferma della necessità di un’indagine volta all’impeachment”. L’urgenza con cui la Pelosi si sta muovendo, prima ancora di avere in mano prove più solide, potrebbe essere motivata dal calendario elettorale. Manca solo un anno e un mese al voto delle presidenziali. La campagna elettorale permanente dei Democratici ha cercato di cavalcare il Russiagate che si è concluso con l’assoluzione di Trump, poi con l’affare Comey che non ha portato a nulla e infine con lo scandalo “sex gate” che è finito quasi subito in un nulla di fatto. L’impeachment era nell’aria, adesso viene usato come ultimo grande colpo prima del voto. Almeno da un punto di vista politico, questa è l’unica spiegazione possibile per un’operazione tanto rischiosa.

L’indagine su Trump potrebbe però anche causare effetti indesiderati sui Democratici, perché se si dovesse esaminare tutta la vicenda, si deve necessariamente investigare anche in casa Biden. E le accuse a padre e figlio sono gravi: Hunter potrebbe essere colpevole di corruzione e Joe di ostruzione alla giustizia di un Paese estero. Come nel caso dello scandalo delle email della Clinton e dei documenti scottanti della Convention Nazionale Democratica, si punta il dito su chi fa emergere lo scandalo (specie se è un Repubblicano), ma si tace lo scandalo stesso (specie se è opera di un Democratico). Per quanto, ancora?