• L'ANALISI

Draghi torna dagli Usa più atlantista. Ma a chi giova?

Draghi torna a casa con un vincolo rinsaldato, non solo sulla gestione del conflitto russo-ucraino ma anche sulle altre questioni sul tappeto. Ma non essendo l’Europa minimamente compatta, ben difficilmente l’imprimatur statunitense potrà consentire a Draghi di ottenere quell’investitura alla quale forse ambisce dopo la sua esperienza a Palazzo Chigi.

Dopo la parentesi dorata dei governi Craxi e Andreotti, che avevano provato a riequilibrare la politica estera dell’Italia, vista anche la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, con il viaggio di Draghi negli Usa si è definitivamente compiuto il riallineamento filo-atlantico del nostro Paese. Lo si è percepito nitidamente dai toni utilizzati dal nostro premier e dal Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, più che mai in sintonia sulle scelte da compiere nel conflitto russo-ucraino. Ma si tratta dell’incontro di due debolezze, cioè di due leader che si legittimano reciprocamente e che però rischiano di isolare i rispettivi Paesi nello scacchiere internazionale.

Come scrive acutamente Stefano Feltri, direttore del Domani, «Draghi è l’alleato inevitabile per Biden. Ma anche Biden è il partner che Draghi deve coltivare per mancanza di alternative. Il premier conosce troppo bene le dinamiche europee per pensare di poter vincere battaglie impossibili, come quella sull’embargo al petrolio o al gas, meglio limitarsi a essere il più europeo degli atlantisti e il più atlantista degli europei». Certo è che il nostro Presidente del Consiglio si è pienamente genuflesso agli Usa, che lo hanno voluto fortemente alla guida dell’Italia dopo l’esperienza controversa dei governi a guida Giuseppe Conte. Draghi, come scrive ancora Feltri, «ha fatto la cosa che nel medio periodo per gli Stati Uniti è più importante: sganciare l’Italia dall’orbita russa, schierare il paese senza ambiguità con l’Occidente, sia in termini di scelte concrete che programmatiche».

Ma tutto questo a chi giova? Probabilmente molto di più agli Usa che non all’Italia. Per una serie di ragioni legate anche alla collocazione geografica del nostro Paese. Le scellerate scelte degli anni passati in Libia e nel nord Africa hanno fortemente indebolito l’Italia e la copertura Usa offre solo in parte scudo rispetto a un rimescolamento di carte legato anche ai Paesi emergenti del mondo arabo.

Draghi torna a casa con un vincolo rinsaldato, non solo sulla gestione del conflitto russo-ucraino ma anche sulle altre questioni sul tappeto. Secondo i dietrologi più maliziosi incassa anche una disponibilità incondizionata degli Usa a continuare a puntare su di lui per altre partite internazionali, magari come segretario generale della Nato o per una collocazione europea. Tutto può essere.

Ma non essendo l’Europa minimamente compatta, come si sta vedendo anche in occasione della guerra in Ucraina, ben difficilmente l’imprimatur statunitense potrà consentire a Draghi di ottenere quell’investitura alla quale forse ambisce dopo la sua esperienza a Palazzo Chigi. Poi c’è anche chi sostiene che in realtà gli Usa vorrebbero che restasse lì anche dopo le prossime elezioni politiche, soprattutto se a vincerle dovesse essere un centrodestra troppo sovranista e solo tiepidamente filo-atlantista.

Nel vertice Draghi-Biden è emersa piena condivisione della linea di inasprimento delle sanzioni contro la Russia, ma a farne le spese rischiamo di essere solo noi. Le velate minacce nei nostri confronti da parte degli esponenti del governo russo non promettono nulla di buono. Siamo considerati i peggiori nemici di Putin e questo ci rende particolarmente affidabili oltreoceano ma molto vulnerabili nei rapporti con i paesi confinanti, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti commerciali ed economici.

Nei giorni scorsi perfino il rieletto Macron ha intimato prudenza agli alleati europei, avvertendo che “Putin non deve essere umiliato”, dichiarazione che sa tanto di presa di distanza dalla linea più radicale pro-Ucraina e anti-Russia sposata in pieno dall’Italia.

Quanto ai riflessi che la trasferta americana di Draghi potrà avere sull’esecutivo, certamente lo rafforza al di là delle fibrillazioni delle ultime settimane, perché riafferma la solidità dell’asse atlantico. Va detto però che due importanti forze politiche che sostengono l’attuale governo, cioè Lega e Cinque Stelle, mostrano crescenti segnali di insofferenza e vanno incontro a una campagna elettorale molto difficile, nella quale dovranno marcare le differenze dagli alleati (Fratelli d’Italia e Pd), che sembrano in vantaggio nei sondaggi.

Draghi, quindi, rischia di ritrovarsi comunque molto debole sul fronte interno, soprattutto dopo l’estate. Non è detto che i partiti lo seguiranno fino in fondo nelle sue scelte di politica estera. Il peggioramento del quadro socio-economico, dovuto all’inflazione e alla crescita della disoccupazione, potrebbe rendere la navigazione dell’esecutivo sempre più burrascosa. E i richiami di Washington, a quel punto, potrebbero cadere nel vuoto.

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