• DISCORSO DI FINE ANNO

Draghi for president: un copione già scritto

Draghi punta al Quirinale. Smontata l’argomentazione di quanti lo ritengono indispensabile a Palazzo Chigi. Ora la palla torna nel campo dei partiti, che però non reagiranno certo con entusiasmo. 

Se prima potevano esserci dubbi, la conferenza stampa di ieri li ha pienamente fugati: Mario Draghi punta al Quirinale. Nel consueto incontro di fine anno con i giornalisti, ha rivendicato i meriti del suo governo e ha chiarito che esso potrà andare avanti anche con un altro Presidente del consiglio. Dunque, risulta smontata l’argomentazione di quanti lo ritengono indispensabile a Palazzo Chigi in un ruolo operativo e scarsamente utile al Quirinale in un ruolo più formale e notarile.

Ora la palla torna nel campo dei partiti, che dovranno valutare se assecondare l’aspirazione di Super Mario a succedere a Sergio Mattarella oppure votare per un altro candidato, chiedendo invece all’attuale premier di restare dov’è. Ammesso che lui accetti di continuare a mediare tra partiti sempre più litigiosi e prossimi a sfidarsi in campagna elettorale.

Ma vediamo i passaggi cruciali della conferenza stampa di ieri. Nel campo delle azioni di contrasto al Covid, nulla di nuovo rispetto alla linea rigorista sin qui seguita dai governi italiani fin dall’inizio della pandemia: «L’arrivo della variante Omicron, più contagiosa, ha aperto nuova fase della pandemia – ha chiarito il premier -. I vaccini restano lo strumento di difesa migliore dal virus. Tre quarti dei decessi sono non vaccinati. Invito tutti i cittadini a continuare a vaccinarsi e a fare la terza dose. Questa è la priorità. Il vaccino funziona molto bene anche contro le varianti». La cabina di regia prevista per oggi dovrebbe quindi varare nuove restrizioni, che il premier ha definito inevitabili per frenare i contagi.

Poi la sottolineatura dei passi compiuti dal suo governo, che – ha detto - ha fatto molto di quello che era chiamato a fare. Ecco la prima frase chiave sul suo possibile successore, qualora lui dovesse diventare Capo dello Stato: «Abbiamo conseguito tre grandi risultati. Abbiamo reso l'Italia uno dei paesi più vaccinati del mondo, abbiamo consegnato in tempo il Pnrr e raggiunto i 51 obiettivi (quelli prescritti dalla Commissione Ue, al fine dell’ottenimento delle risorse del Recovery Fund, n.d.r.). Abbiamo creato le condizioni perché il lavoro sul Pnrr continui. Il governo ha creato queste condizioni indipendentemente da chi ci sarà (alla guida, ndr): l'importante è che il governo sia sostenuto da una maggioranza come quella che ha sostenuto questo governo, ed è la più ampia possibile. È una maggioranza che voglio ringraziare molto».

Come non leggere in queste parole un’autocandidatura al Colle? Draghi ha ringraziato i partiti che lo sostengono, li ha rassicurati sul fatto che la legislatura debba durare fino alla fine, per poter guidare l’Italia fuori dalla pandemia e per poter garantire una sostenuta ripresa economica. Inoltre, ha auspicato che la maggioranza ampia e trasversale che lo sostiene possa esprimere il nuovo Presidente della Repubblica, evitando spaccature e lacerazioni tra le forze politiche, più che mai chiamate a un supplemento di responsabilità a causa del peggioramento del quadro sanitario.

Sembra tutto scritto, cioè un suo passaggio indolore al Quirinale, con la conferma in blocco dell’attuale esecutivo, magari guidato dal suo fedelissimo Ministro dell’Economia, Daniele Franco, e una navigazione più o meno tranquilla della legislatura fino al 2023.

Tuttavia, Draghi ieri, di fronte all’insistenza dei giornalisti nel fargli domande personali, ha glissato: «Le domande sul mio futuro? Non è che non mi piacciono, è che non ho risposte. L'importante è vivere il presente. Questo governo ha lavorato sul presente, senza chiedersi cosa c'è nel futuro. Sono un uomo, anzi un nonno al servizio delle istituzioni. Non ho particolari aspirazioni di un tipo o dell’altro».

I partiti come reagiranno? Non con entusiasmo. Nessun partito fa i salti di gioia al sol pensiero che Draghi possa guidare dal Quirinale il corso della politica italiana per i prossimi 7 anni. Indubbiamente, la sua presenza viene vissuta come ingombrante da una parte dell’establishment. Le rassicurazioni ai parlamentari sulla possibilità di proseguire la legislatura anche in caso di suo trasferimento al Colle non bastano a sconfiggere i malumori che serpeggiano, in particolare nel Pd e nei 5 Stelle. Sull’altro fronte, Matteo Salvini e Giorgia Meloni vorrebbero le urne anticipate in caso di trasloco di Draghi al Quirinale, ma difficilmente le otterranno. Silvio Berlusconi, che in realtà dovrebbe essere il candidato del centrodestra, si prepara invece a fare il nobile passo indietro, come ha peraltro già annunciato giorni fa: «Se il candidato unitario fosse il premier, io lo voto». Quindi, a meno di fatti clamorosi, il copione è già scritto.

Dona Ora