• EDUCAZIONE

Dottrina gender nelle scuole, il governo ci marcia

Continua lo scaricabarile sui manuali dell’Istituto Beck sull’identità di genere, ritirati dal Miur ma che continuano a essere diffusi nelle scuole. Alle interpellanze in Senato, il governo non dà risposte concrete.

Manif

Giovedì 10 aprile, al Senato, nella seduta pomeridiana, è andata in scena una puntata della serie “campi di rieducazione” per bambini, per riprendere le parole del cardinale Bagnasco e di Papa Francesco. Il governo era chiamato a rispondere a due interpellanze riguardanti i manuali dell’Istituto Beck sull’identità di genere diffusi nelle scuole, presentate dai senatori Carlo Giovanardi e Lucio Malan,

Dopo l’ampia illustrazione da parte di costoro del contenuto dei loro atti (clicca qui per i testi integrali), ecco la meno ampia risposta dell’on. Gabriele Toccafondi, sottosegretario del Miur: «Prima di tutto tengo a sottolineare che il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca considera molto importante favorire in ambito scolastico l'educazione al rispetto delle diversità e al contrasto di ogni forma di violenza e discriminazione.

Per quanto riguarda gli opuscoli sull'educazione alla diversità, elaborati dall'istituto Beck, su incarico dell'UNAR (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), mi preme sottolineare che nella predisposizione di tale materiale il Ministero dell'istruzione non è stato coinvolto né, tanto meno, è stato coinvolto per le successive fasi di programmazione della relativa diffusione nelle scuole. Premesso comunque che tale diffusione non vi è stata, ritengo stigmatizzabile il fatto che una qualche forma di conoscenza di tale materiale (che è stato reso disponibile nel sito dell'istituto Beck), sia avvenuta senza che il Ministero dell'istruzione ne venisse informato». Tutto qui? no! il sottosegretario aveva esordito precisando che «come Ministero dell'istruzione non abbiamo ricevuto dalla Presidenza del Consiglio elementi completi ed esaustivi per una risposta integrata e coordinata», e per questo si limitava a dare seguito solo a una delle quattro interpellanze presentate.

In anni passati ho avuto l’onore per un po’ di anni di far parte di governi nazionali, in un ministero – quello dell’Interno – a cui vengono indirizzate migliaia di interpellanze e di interrogazioni. Talvolta capita che questi atti, che costituiscono una delle modalità di controllo parlamentare sull’attività del governo, coinvolgano contemporaneamente l’attività di più ministeri; di regola, presi accordi per individuare il ministero che in concreto risponde, gli altri gli trasmettono gli elementi per la parte di loro competenza: in questo modo chi va in Parlamento lo fa a nome dell’intero governo, non suo personale o del proprio dicastero. Può capitare che, nel lavoro di raccordo, ci siano ritardi o che gli elementi siano incompleti: in tal caso, il governo sente la Camera o il Senato per far slittare di qualche giorno il momento della risposta.

Giovedì scorso, che io sappia, per la prima volta un ministero incaricato di rispondere per l’intero esecutivo ha dichiarato apertamente di non poterlo fare perché la presidenza del Consiglio non gli aveva fornito dati “completi ed esaustivi”. La cosa è apparsa strana non solo ai senatori Giovanardi e Malan, che nelle repliche lo hanno rimarcato, ma pure al presidente di turno del Senato sen. Maurizio Gasparri, che nella stessa seduta, in modo inusuale ma del tutto giustificato, ha commentato «se ci trovassimo a una sessione d'esame, diremmo al “candidato-Governo” di tornare più preparato sull'argomento», e ha definito «questo episodio increscioso, perché non ci si presenta di fatto senza alcun elemento nell'Aula del Senato».

Non è solo un problema di garbo istituzionale. Quest’ultimo non è di poco conto quanto al rispetto per il Parlamento, e quanto all’immagine dell’esecutivo su un tema come l’educazione: pare che di governi ne esistano almeno due, uno che sta a Palazzo Chigi e che, tramite l’UNAR, mette in giro quel che sappiamo; e uno che sta in viale Trastevere, e che sembra ignaro di tutto. Il dissenso fra i due palazzi è reale o è solo che il Miur non vuol restare col cerino in mano? È lecito chiederselo per pochi elementari dubbi, che – anche questi – sono al momento senza risposta:

Il sottosegretario Toccafondi sembra escludere che i manuali dell’Istituto Beck siano stati diffusi nelle scuole italiane. Non mettiamo in discussione che il Miur non sia stato coinvolto nella loro programmazione e diffusione, ma non si può negare che quest’ultima sia avvenuta. Chi l’ha resa possibile?

Il rappresentante del Miur ha tenuto a precisare che il suo ministero «considera molto importante favorire in ambito scolastico l'educazione al rispetto delle diversità e al contrasto di ogni forma di violenza e discriminazione». Sarebbe interessante sapere come questo rispetto si coniuga con la divulgazione dell’ideologia del gender. Interessante e attuale, visto che lo scorso 1° aprile, sotto il logo Miur (numero di protocollo MIUR AOOUSPMI R.U.0006510), l’Ufficio scolastico regionale per la Lombardia, nell’ambito del progetto imPARIaSCUOLA, ha inviato ai Dirigenti scolastici delle scuole secondarie di primo grado di Milano e provincia un questionario da restituire entro oggi, 14 aprile, teso a “realizzare un’indagine conoscitiva tra le scuole secondarie di primo grado con il fine di elaborare criteri per misurare l’attenzione delle istituzioni scolastiche ai temi delle Pari Opportunità/Differenze di genere”.

Nel questionario c’è una sezione riservata al Dirigente scolastico, contenente, fra gli altri, i seguenti quesiti: “Le docenti hanno richiesto o seguito corsi di formazione relativi ai temi delle Pari Opportunità o delle Differenze di genere  o di Educazione al rispetto delle differenze tra i generi?” Se si risponde affermativamente è necessario “indicare durata di ciascun corso e numero di partecipanti /N° totale docenti”; e se “negli ultimi tre anni si sono attuati progetti o iniziative su tali temi”. Più articolati i quesiti nella “Sezione riservata al-la referente per il POF o al-la referente per le Pari Opportunità”: oltre a censire i progetti realizzati o programmati finora, con “titolo, obiettivi, durata, numero di sezioni e classi coinvolte, docenti”, si chiede se “Sono stati-e coinvolti-e anche esperti-e esterni-e” e, in caso affermativo, se “Gli-Le esperti-e esterni-e appartengono ad Associazioni” o ad altri enti. Ulteriori domande contenute nel questionario: “Nella scelta delle proposte didattiche (ad esempio film, attività sportive, materiali, laboratori, ecc.) viene data attenzione al tema delle Pari Opportunità/Differenze di genere?”.

Qual è il senso del farsi dare conto in modo così analitico dell’aver proiettato nella scuola media inferiore film segnalati da associazioni LGBT? Non è che, come in ogni network di “campi di rieducazione” che si rispettino, il Miur sta operando una puntuale schedatura di chi “rieduca” effettivamente e dei renitenti che invece non lo fanno? O anche questa è, come quella dell’UNAR, una iniziativa della quale il Miur non sa nulla, pur essendo in bella vista il suo logo nella lettera di trasmissione del questionario?

In attesa di risposta, aggiungo una ulteriore domanda. L’A.ge.d.o. è l’Associazione genitori di omosessuali. Come si legge nel suo sito, essa “è costituita da genitori, parenti e amici di uomini e donne omosessuali, bisessuali e transessuali, che si impegnano per l’affermazione dei loro diritti civili e per l’affermazione del diritto alla loro identità personale.” Nello stesso sito si informa che l’8 aprile l’A.ge.d.o. è entrata a far parte del Forum nazionale delle Associazioni dei genitori della scuola: quest’ultimo è l’organismo normativamente previsto “quale sede di stabile consultazione delle famiglie sulle problematiche scolastiche” (così si spiega nel d.p.r. istitutivo). La domanda è: l’inserimento dell’A.ge.d.o. è avvenuta per impulso della presidenza del Consiglio, o del Miur, del quale il Forum è un’articolazione?

Per concludere. È evidente che i manuali dell’Istituto Beck sono stati un incidente di percorso, nel senso che sono andati un po’ oltre il tollerabile: ma il percorso è chiaro e non lascia margini di dubbio. Tant’è che prosegue. E prosegue con un’azione di governo che precede le “conquiste” attese dal Parlamento: se e quando il d.d.l. Scalfarotto sarà approvato, troverà un terreno già pronto, grazie anche all’azione del Miur. L’UNAR ha soltanto esagerato: il governo mostra di essere ben consapevole di questo, tant’è che, sollecitato dai alcuni parlamentari che non si rassegnano, si presenta reticente. Lo sforzo da fare è che ne siano sempre più consapevoli gli italiani.