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Don Divo Barsotti, profeta contro la dissoluzione del sacro

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A vent'anni dalla morte la voce del sacerdote toscano ricorda il primato di Dio a un cattolicesimo sociologizzante. Egli intuiva il rischio di una Chiesa svuotata del Mistero, perché il vero dramma dell’Occidente moderno non è politico o morale ma metafisico: la perdita del senso dell’eterno.

Ecclesia 04_06_2026

Mentre una parte sempre più ampia del cattolicesimo contemporaneo sembra inseguire il linguaggio delle categorie culturali della modernità, riducendo spesso la fede a discorso sociale, psicologico o umanitario, la figura di don Divo Barsotti torna oggi con una forza quasi "scandalosa". A vent’anni dalla sua morte, il sacerdote toscano appare infatti come una delle voci più radicali e profetiche del Novecento cattolico: un uomo che aveva intuito con impressionante lucidità il rischio mortale di una Chiesa progressivamente svuotata del senso del Mistero, della trascendenza e della centralità assoluta di Dio. Molto prima che la crisi della fede diventasse evidente anche statisticamente — nel crollo delle vocazioni, nella desertificazione liturgica, nella perdita della coscienza sacrale —, Barsotti aveva già individuato il nucleo profondo del problema: il cristianesimo occidentale stava smarrendo Dio mentre continuava a parlare dell’uomo (e solo dell'uomo).

Nel 2026 ricorre il ventesimo anniversario della morte di don Divo (1914–2006), sacerdote, mistico, predicatore e fondatore della Comunità dei Figli di Dio. Figura difficilmente classificabile negli schemi ecclesiastici contemporanei, Barsotti attraversò il Novecento senza appartenere realmente a nessuna scuola teologica o corrente ideologica. Estraneo al progressismo ecclesiale nato nel postconcilio, ma al tempo stesso lontano da ogni sterile "archeologismo", sviluppò una riflessione spirituale centrata interamente sul primato di Dio e sulla necessità di restituire alla vita cristiana il senso dell’eterno. La sua opera — composta da oltre centocinquanta volumi tra diari, meditazioni bibliche, commenti liturgici e saggi spirituali — non costituisce un sistema teologico nel senso accademico del termine, ma una testimonianza continua dell’irruzione del mistero nella vita dell’uomo.

Ordinato sacerdote nel 1937, Barsotti maturò sin da giovane una profonda attrazione per la grande tradizione mistica della Chiesa e per il cristianesimo orientale. In particolare, la spiritualità russa esercitò su di lui una influenza decisiva. Nel libro Cristianesimo russo, pubblicato nel 1948, egli riconobbe nell’Oriente cristiano la custodia di una dimensione contemplativa che l’Occidente moderno sembrava avere progressivamente sacrificato all’attivismo, all’organizzazione e alla razionalizzazione della vita ecclesiale. Barsotti intuiva che una Chiesa troppo assorbita dall’efficienza e dall’azione avrebbe inevitabilmente finito per perdere il senso della trascendenza. La crisi contemporanea, ai suoi occhi, non derivava anzitutto dalla diminuzione della pratica religiosa o dalla secolarizzazione sociale, ma da una crisi molto più profonda: l’incapacità dell’uomo moderno di percepire il mistero stesso. Il problema era dato essenzialmente dalla cultura materialista, infiltratasi nel cattolicesimo.

Dopo il trasferimento a Firenze nel secondo dopoguerra — favorito anche dal rapporto con Giorgio La Pira —, fondò nel 1947 la Comunità dei Figli di Dio, esperienza ecclesiale nata per vivere una radicale consacrazione centrata esclusivamente sulla ricerca di Dio. In un’epoca nella quale il cattolicesimo italiano tendeva sempre più a identificarsi con strutture organizzative, presenza politica e mobilitazione sociale, Barsotti proponeva invece una forma di “monachesimo interiorizzato”: una vita totalmente orientata all’assoluto di Dio, vissuta anche nel mondo ma senza appartenere spiritualmente al mondo.

Questo primato dell’esperienza spirituale costituisce la chiave di tutta la sua opera. Barsotti non elaborò mai una teologia sistematica secondo i modelli della manualistica moderna. La sua riflessione nasceva dalla preghiera, dalla liturgia e da una esperienza intensissima della presenza divina. In lui la teologia non è mai semplice costruzione concettuale: è partecipazione al mistero. Per questo la sua scrittura si colloca molto più vicino alla tradizione dei grandi mistici cristiani —  Giovanni della Croce su tutti — che alla teologia accademica contemporanea, sempre più spostata su canali dialettici e speculativi estranei alla autentica spiritualità cristiana.

Uno dei nuclei centrali del suo pensiero riguarda l’attualità ontologica dell’evento cristiano. Cristo non è, per Barsotti, una figura del passato o il fondatore remoto di una religione storica. Egli è presenza reale, viva e operante nel tempo della Chiesa. In opere come Il mistero cristiano e la Parola di Dio o La fuga immobile, Barsotti insiste sul fatto che il cristianesimo vive della contemporaneità del mistero: l’eterno entra realmente nel tempo e continua a rendersi presente nella liturgia e nei sacramenti. L’Eucaristia occupa qui una posizione decisiva. La Messa non è commemorazione simbolica della Passione ma attualizzazione reale del sacrificio di Cristo. Nei suoi Diari, Barsotti parla frequentemente della liturgia come ingresso nell’“Atto eterno del Cristo”, nella sua obbedienza filiale al Padre.

È precisamente alla luce di questa concezione sacrale della fede che va compresa la sua crescente inquietudine verso gli sviluppi ecclesiali del postconcilio. Barsotti non contestò il Concilio Vaticano II in sé ma vide con straordinaria lucidità le degenerazioni interpretative che seguirono alla sua ricezione. Quello che più lo colpiva era la progressiva antropocentrizzazione del cattolicesimo contemporaneo: Dio sembrava arretrare dal centro della vita ecclesiale per lasciare spazio all’uomo, alla sociologia, alla politica, alla psicologia e all’efficienza pastorale.

Particolarmente dura fu la sua critica alla desacralizzazione liturgica. Barsotti percepiva che molte riforme e molte prassi nate nel clima postconciliare rischiavano di dissolvere il senso dell’adorazione e del mistero. La banalizzazione simbolica, l’abbandono del silenzio, la perdita della verticalità del culto e la riduzione dell’Eucaristia a semplice momento assembleare rappresentavano, ai suoi occhi, il segno di una crisi teologica ben più profonda. Quando il culto resta solo espressione della comunità per sé, invece che adorazione reale di Dio, il cristianesimo perde inevitabilmente il proprio centro soprannaturale.

La sua critica si estendeva anche alla progressiva mondanizzazione della Chiesa. Nel tentativo di dialogare con la modernità, larga parte del cattolicesimo occidentale sembrava secondo Barsotti aver finito per assorbirne inconsapevolmente le categorie fondamentali: il primato dell’uomo, il funzionalismo, l’orizzontalismo, la riduzione del reale a ciò che è empiricamente verificabile. In questo processo, il cristianesimo rischiava di trasformarsi in una forma di umanesimo religioso privo di trascendenza.

Per Barsotti il vero dramma dell’Occidente moderno non era politico o morale ma metafisico: l’uomo contemporaneo aveva smarrito il senso dell’eterno. In opere come Dio e l’uomo emerge con chiarezza questa diagnosi spirituale della modernità. La secolarizzazione non consiste soltanto nell’abbandono della religione ma nella perdita stessa della capacità di percepire il mistero. Per questo Barsotti insiste continuamente sulla necessità della contemplazione, dell’adorazione e del silenzio. Solo una Chiesa che torna a inginocchiarsi davanti a Dio può ritrovare la propria identità.

A vent’anni dalla sua morte, don Divo Barsotti appare dunque come una figura profetica di impressionante attualità. In un tempo segnato dalla crisi della fede, dalla dissoluzione del sacro e dalla trasformazione del cristianesimo in fenomeno culturale o sociale, la sua voce continua a richiamare la Chiesa all’essenziale: Dio o nulla. È probabilmente questa radicalità a rendere ancora oggi la sua opera così scomoda e così necessaria. Perché Barsotti ricorda incessantemente una verità che il cattolicesimo contemporaneo sembra spesso temere di pronunciare: la Chiesa vive soltanto se rimane totalmente orientata all’eterno e muore spiritualmente ogni volta che cerca di diventare semplicemente una istituzione del mondo.