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Divorzio e omosessualità, ambiguità vaticane

Alcune anticipazioni di uno studio della Pontificia Commissione Biblica, richiesto dal Papa, sono state salutate dai media come un'apertura della Chiesa su divorzio e omosessualità. Le cose sono in realtà più ambigue, però da quanto finora letto emerge un approccio alle Scritture che si allontana dalla Tradizione.

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Da qualche giorno si parla della pubblicazione di un testo di oltre trecento pagine da parte della Pontificia Commissione Biblica, dal titolo Che cosa è l’uomo? Un itinerario di antropologia biblica. Il testo viene presentato (vedi qui) come una «lettura antropologica sistematica della Bibbia», commissionata «dal Papa in persona». Non ci viene detto di più, se non che (vedi qui) «il Papa ha voluto che questa tematica [dell’uomo] venisse affrontata partendo proprio dalla Scrittura, che è il fondamento e l’anima di tutta la riflessione cristiana».

Secondo Vatican News, che riporta dei virgolettati, il paragrafo del volume dedicato al divorzio ribadisce «con chiarezza che l’insegnamento di Gesù “introduce elementi di radicale novità, poiché il Maestro asserisce perentoriamente l’indissolubilità del matrimonio, vietando il divorzio e nuove nozze”». Deo gratias: fin qui ci siamo. Ma il dubbio viene dopo, perché nel medesimo capitolo «si ricorda che “non fa allora un atto contrario al matrimonio il coniuge che – constatando che il rapporto sponsale non è più espressione di amore – decide di separarsi da chi minaccia la pace o la vita dei familiari; anzi, egli attesta paradossalmente la bellezza e la santità del vincolo proprio nel dichiarare che esso non realizza il suo senso in condizioni di ingiustizia e di infamia”».

Molti quotidiani hanno già strombazzato che il Papa e la Chiesa aprono al divorzio. In realtà, il testo parla di separazione, non di divorzio, il che non è affatto una novità. Il Catechismo della Chiesa Cattolica  insegna infatti che «esistono [...] situazioni in cui la coabitazione matrimoniale diventa praticamente impossibile per le più varie ragioni. In tali casi la Chiesa ammette la separazione fisica degli sposi e la fine della coabitazione. I coniugi non cessano di essere marito e moglie davanti a Dio; non sono liberi di contrarre una nuova unione. In questa difficile situazione, la soluzione migliore sarebbe, se possibile, la riconciliazione» (§ 1649).

Da parte sua il Codice di Diritto Canonico (can. 1153, §§ 1-2) traduce giuridicamente il suddetto principio: «Se uno dei coniugi compromette gravemente il bene sia spirituale sia corporale dell'altro o della prole, oppure rende altrimenti troppo dura la vita comune, dà all'altro una causa legittima per separarsi, per decreto dell'Ordinario del luogo e anche per decisione propria, se vi è pericolo nell'attesa. In tutti i casi, cessata la causa della separazione, si deve ricostituire la convivenza coniugale, a meno che non sia stabilito diversamente dall'autorità ecclesiastica».

Concediamo però che l’affermazione della Pontificia Commissione Biblica, almeno per come è stata riportata da Vatican News, non si distingue per chiarezza, soprattutto se confrontata con i due testi precedenti. L’elemento più atto ad essere malinterpretato è proprio l’inciso «constatando che il rapporto sponsale non è più espressione di amore», ed è infatti quello maggiormente riportato dai giornali. Si poteva anche immaginare che in un contesto come quello odierno, una frase come quella avrebbe finito per essere capita più o meno così: non mi vuoi più bene? Allora ci lasciamo.

Di dubbia interpretazione è anche l’affermazione secondo la quale il coniuge che, nelle condizione riportate, decide di separarsi «attesta paradossalmente la bellezza e la santità del vincolo proprio nel dichiarare che esso non realizza il suo senso in condizioni di ingiustizia e di infamia». A chi scrive appare invece il contrario: chi legittimamente si separa e si mantiene fedele al coniuge, manifesta che il vincolo si realizza proprio nelle contrarietà, per grazia di Dio, nella fedeltà al coniuge, anche in situazione di separazione. Diversamente, quella del coniuge fedele, rischia di apparire come una vita incompiuta, parzialmente fallita, che aprirebbe la strada al “rifarsi una vita”, come si dice oggi. Il vincolo matrimoniale è segno del legame tra Cristo e la Chiesa: la grandezza dell’amore di Dio si è manifestata proprio perché «mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito» (Rm. 5, 6). Il vincolo dell’Incarnazione, mediante il quale «il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo» (Gaudium et Spes, 22), realizza pienamente il suo senso anche di fronte all’empietà, al rifiuto, al disprezzo o all’indifferenza.

Il quotidiano Repubblica, dal canto suo, del volume da poco pubblicato sottolinea la posizione sulle unioni omosessuali. Secondo i virgolettati riportati dal quotidiano, nel documento si afferma che «“l'istituzione matrimoniale, costituita dal rapporto stabile tra marito e moglie, viene costantemente presentata come evidente e normativa in tutta la tradizione biblica" e che non esistono "esempi di unione legalmente riconosciuta tra persone dello stesso sesso"». Nel contempo però, nello stesso documento trovano spazio le posizioni dei dissenzienti: «"Da qualche tempo - si legge nel documento dell'ex Sant'Uffizio -, in particolare nella cultura occidentale, si sono manifestate voci di dissenso rispetto all'approccio antropologico della Scrittura, così come viene compreso e trasmesso dalla Chiesa nei suoi aspetti normativi. Tutto questo è giudicato come il semplice riflesso di una mentalità arcaica, storicamente condizionata. Sappiamo che diverse affermazioni bibliche, in ambito cosmologico, biologico e sociologico, sono state via via ritenute sorpassate con il progressivo affermarsi delle scienze naturali e umane; analogamente - si deduce da parte di alcuni - una nuova e più adeguata comprensione della persona umana impone una radicale riserva sull'esclusiva valorizzazione dell'unione eterosessuale a favore di un'analoga accoglienza della omosessualità e delle unioni omosessuali"».

Inoltre, quest’ala contestatrice del dato biblico «"argomenta talvolta che la Bibbia poco o nulla dice su questo tipo di relazione erotica, che non va perciò condannata, anche perché spesso indebitamente confusa con altri aberranti comportamenti sessuali". L'allusione è alla pedofilia». Dunque sì alla relazione erotica omosessuale, purché non sfoci nella pedofilia; almeno fino a quando le lobby pedofile non avranno raggiunto il grado di influenza di quelle LGBTQ, perché allora non si potrà dire più nulla nemmeno sulla pedofilia.

Il problema è che, stando alla ricostruzione di Repubblica, la Pontificia Commissione Biblica non pare prendere posizione di fronte a tali affermazioni, queste sì, aberranti. Al contrario, tende a sfumare fino a quasi cancellare la chiara condanna delle Scritture, ribadita dai Padri e dal Magistero, degli atti omosessuali, in nome di una interpretazione “intelligente”: «“Certe formulazioni degli autori biblici, come le direttive disciplinari del Levitico, richiedono un'intelligente interpretazione che salvaguardi i valori che il testo sacro intende promuovere evitando, dunque, di ripetere alla lettera ciò che porta con sé anche tratti culturali di quel tempo"».

Dunque, secondo la recente pubblicazione, non dovremmo più ripetere alla lettera questa ammonizione di san Paolo: «Non v'illudete; né fornicatori, né idolatri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio» (1Cor. 6, 9-11)».
Evidentemente, quanti l’hanno ripetuta letteralmente in duemila anni di storia della Chiesa non ne hanno avuta una comprensione intelligente. E nemmeno gli estensori del Catechismo devono essere particolarmente acuti di ingegno, visto che hanno insegnato che «appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”» (§2357). Guarda un po’: appoggiandosi alla Sacra Scrittura, della quale nella nota 238 vengono riportati i passi, la Tradizione ha condannato gli atti omosessuali. Si vede che l’interpretazione biblica della Pontificia Commissione Biblica non è d’accordo con quella della Tradizione.

E non lo è, perché ha pensato di poter interpretare la Bibbia in modo autentico, ponendosi fuori dalla Tradizione, in un punto di osservazione ritenuto più neutro, ottimale, superiore alla Tradizione stessa, un punto che la renderebbe capace di liberare intelligentemente l’insegnamento positivo - «i valori che il testo sacro intende promuovere» - dai superati «tratti culturali di quel tempo». In realtà l’interpretazione data dalla Pontifica Commissione Biblica risente con evidenza del clima culturale odierno, al punto da ritenere che sia bene non citare più letteralmente le Scritture laddove queste urtano con la mentalità omosessualista dominante.

A questo punto, sorge il legittimo sospetto che le posizione dissenzienti siano state riassunte all’interno del documento per sdoganarle a tempo opportuno.

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