• SIRIA

Disarmo chimico, praticamente impossibile

Un possibile accordo sulle armi chimiche è tecnicamente improponibile. Dal punto di vista politico-militare Assad perderebbe un deterrente contro attacchi esterni. E le esperienze di Iraq e Libia dimostrano che degli Usa non ci si può fidare.

NBC siriana

L’accordo che sta prefigurandosi sulle armi chimiche siriane, se dovesse andare in porto, non dovrebbe far dormire sonni tranquilli a Bashar al Assad né ai suoi avversari. Da un lato sarebbe difficile anche per i più scrupolosi ispettori assicurarsi che Damasco consegni tutte le armi chimiche di cui dispone o non proceda a produrne altre in laboratori segreti. I ribelli non a caso sono contrari all’intesa e l’esercito Siriano Libero la considera solo un escamotage per guadagnare tempo. Dall’altro, soprattutto la Francia sembra voler imporre Damasco condizioni inaccettabili o inattuabili come il deferimento di Bashar al Assad alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità o l’obbligo di dichiarare e consegnare tutte le sue armi chimiche in soli 15 giorni. Una scadenza impossibile da rispettare  neppure se i militari siriani offrissero la massima collaborazione non solo per la mole di materiale da rimuovere e portare all’estero per farla distruggere ma anche perché le procedure di catalogazione e rimozione sono lunghe e delicate, difficilmente attuabili in un Paese in guerra.

Un punto sul quale tutti gli esperti sembrano concordare. Smantellare l'arsenale chimico siriano potrebbe essere "immensamente difficile" sostengono all'Istituto internazionale di studi strategici (Iiss) di Londra. «Non c'è mai stata - ha detto Mark Fitzpatrick dell'Iiss, durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto annuale dell'Istituto - una situazione in cui la comunità internazionale abbia cercato di mettere in sicurezza, sequestrare e annientare armi di distruzione di massa durante un conflitto in corso». «Il caso migliore - ha proseguito - è quello dell'Iraq, ma anche lì ci sono voluti mesi per mettere insieme un team e anni per distruggere l'arsenale. In Libia ci sono voluti molti anni e ancora il gas mostarda non è stato del tutto distrutto». «Quindi - ha aggiunto l'esperto - è un'operazione immensamente difficile. Il dipartimento Usa della Difesa ha stimato che ci vogliono 75mila militari per mettere in sicurezza le armi chimiche» siriane.

Hans Blix, che fu a capo degli ispettori dell’Onu in Iraq e direttore dell'Agenzia atomica internazionale (Aiea), si è detto scettico sul controllo gli arsenali chimici in Siria, sostenendo il processo di verifica e distruzione potrebbe essere difficile e lungo. A differenza della missione in Iraq, in Siria c'è una guerra civile in atto. «Sarà molto difficile cercare queste armi». Anche se Damasco si dichiara disponibile, «non significa che gli ispettori che le cercano le troveranno». Inoltre non è chiaro se anche i ribelli le abbiano: Assad potrebbe «pretendere che gli ispettori cerchino armi chimiche anche fra i ribelli».

Rinunciando agli arsenali chimici la Siria perderebbe inoltre ogni capacità di deterrenza non solo nei confronti dell’arsenale nucleare dell’eterno nemico israeliano ma anche nei confronti di un attacco da parte degli Stati Uniti o dei suoi vicini turchi e arabi intimoriti fino a oggi dal rischio di subire rappresaglie garantite dai missili balistici Scud a testata chimica. Il disarmo chimico inoltre non farebbe decadere la spada di Damocle della “linea rossa” tracciata dalla Casa Bianca poiché in futuro i ribelli potrebbero provocare incidenti chimici (come hanno già fatto secondo i rilievi delle Nazioni Unite e le ammissioni di alcuni capi dell’insurrezione) per accusare i lealisti di aver conservato e utilizzato alcune armi chimiche nonostante l’obbligo assunto con la comunità internazionale.

L’impegno diplomatico di Mosca e Pechino, teso a impedire che vengano poste scadenze e processi a Bashar Assad, punta a evitare che il negoziato per il disarmo indebolisca troppo il regime avvantaggiando i ribelli e i Paesi che li sostengono. In altre parole la rinuncia al deterrente chimico dovrebbe venire barattata con la garanzia che non vi saranno attacchi esterni contro Damasco. Garanzie impossibili da ottenere, sia perché una Siria più debole diverrebbe un bersaglio più facile, sia perché quanto accaduto a Saddam Hussein e a Muammar Gheddafi dovrebbe scoraggiare Assad dal seguire la strada del disarmo chimico, accettabile per il suo regime solo se accompagnato da robuste garanzie militari da parte dei suoi pochi alleati: Russia, Iran e Cina.

Dopo la guerra del Golfo che si concluse con la liberazione del Kuwait, tra il 1991 e il 1999 l’Iraq venne ispezionato dalla United Nations Special Commission on Iraq (Unscom), commissione dell’Onu che individuò e smantellò gran parte delle armi chimiche e biologiche di Saddam Hussein. Un disarmo che non impedì, nel 2003, agli anglo-americani di invadere l’Iraq con l’obiettivo di abbattere il regime giustificando l’intervento con l’accusa di aver ripreso la produzione di armi di distruzione di massa. Armi che non vennero in realtà mai trovate anche se è molto probabile che prima dell’attacco anglo-americano Saddam abbia fatto trasferire proprio in Siria i suoi arsenali.

La caduta del dittatore iracheno e l’offensiva dell’amministrazione Bush contro il cosiddetto asse del Male (che comprendeva anche Iran e Corea del Nord) indusse il leader libico Muammar Gheddafi a rinunciare alle armi di distruzione di massa consegnandole agli anglo-americani che nel 2004 portarono fuori dalla Libia centinaia di tonnellate di testate missilistiche, granate d’artiglieria, aggressivi chimici e centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. Come ha raccontato Saif al Islam, figlio di Gheddafi, in un’intervista al giornale panarabo al-Sharq al-Awsat, per rinunciare ai suoi arsenali strategici il Colonnello chiese e ottenne dagli USA garanzie per la difesa del Paese nordafricano. Garanzie rivelatesi valide solo fino al marzo 2011 quando gli Stati Uniti guidarono l’attacco al regime di Tripoli in appoggio alla rivolta scoppiata in Cirenaica.