• INDICI DI POVERTÀ

Diminuiscono i poveri. Ma è solo apparenza

Di questi tempi di crisi si discute più di come definire e misurare la povertà che di come combatterla. Nuovi rapporti fanno luce sull'espandersi di un ceto medio globale non più povero. Ma i numeri non bastano a delineare le condizioni di vita.

Povertà

Per una ragione o per l'altra, non si fa che parlare di povertà di questi tempi e, strano a dirsi, quasi si discute più di come definirla e misurarla che di come combatterla. Con qualche novità. Un'occasione per parlarne è stata la recente pubblicazione del Rapporto 2013 sullo sviluppo umano, curato come di consueto dall'UNDP, l'agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo. Si intitola L'ascesa del Sud: progresso umano in un mondo diverso: a sorpresa, annuncia l'affrancamento di milioni di persone dalla povertà e l'imminente ingresso di miliardi di persone in un "nuovo ceto medio globale". 

Secondo il Rapporto, oltre 40 paesi in via di sviluppo hanno infatti compiuto progressi superiori alle aspettative, in gran parte dovuti agli importanti investimenti realizzati con il contributo decisivo della cooperazione allo sviluppo nel settore dell'educazione, della sanità, dei servizi sociali, delle abitazioni, delle infrastrutture.

Non si era capito, finché a rivelarlo non sono stati i nuovi indici di povertà adottati. Per anni il numero dei poveri nel mondo è stato calcolato in base alla soglia di povertà, individuata fino al 2007 nel reddito minimo di un dollaro USA al giorno per persona, a parità di potere d'acquisto, portato poi nel 2008 dalla Banca Mondiale a 1,25 dollari. 

Dal 1997 al 2009 le Nazioni Unite avevano inoltre introdotto l'Indice di Povertà Umana, IPU, per integrare l'Indice di sviluppo umano, ISU, calcolato ogni anno dall'UNDP. Mentre quest'ultimo misura lo sviluppo umano Stato per Stato servendosi di quattro indicatori – speranza di vita alla nascita, alfabetizzazione degli adulti, scolarizzazione e Prodotto interno lordo pro capitate a parità di potere d'acquisto – l'IPU si incentrava su tre fattori: durata della vita, istruzione e tenore di vita.

Poi, dal 2010, la povertà è diventata multidimensionale. L'IPU è infatti stato sostituito da un nuovo, più articolato strumento di misurazione chiamato Indice Multidimensionale di Povertà, IMP, messo a punto dall'UNDP e dall'Oxford Poverty & Human Development Initiative, un centro di ricerche economiche fondato nel 2007 presso il Dipartimento di Sviluppo Internazionale dell'Università di Oxford: ed è questo indice a rivelare vittorie inaspettate nella lotta alla povertà.

L'IMP classifica come "multi-dimensionalmente" povere le persone trovate carenti in almeno il 33,33% degli indicatori che lo compongono dieci in tutto divisi in tre parametri e valuta inoltre la gravità del loro stato di povertà. I parametri sono salute, educazione e tenore di vita. La salute è misurata con due indicatori:insufficiente se si danno casi in famiglia di bambini deceduti e di persone malnutrite; altri due indicatori calcolano l'educazione: inadeguata se in una famiglia nessun adulto ha frequentato la scuola almeno per cinque anni e se nessun bambino ha completato otto anni di scuola; il terzo parametro infine, il tenore di vita, è costituito da sei indicatori: considera povera una famiglia che vive in un'abitazione priva di luce elettrica, sprovvista di servizi igienici e con un pavimento di sabbia, terra o sterco, che non dispone di acqua potabile o che deve impiegare più di 30 minuti tra andata e ritorno per procurarsela, che usa come combustibile da cucina sterco, legna o carbone, che non ha più di una radio, di un televisore, di un telefono, di una bicicletta, di una motocicletta e di un frigorifero e che non possiede né un'automobile né un autocarro.    

Raccolte tutte le informazioni necessarie, a indicare l'IMP di ogni paese è una formula che tiene conto della percentuale di poveri rilevata e della gravità media del loro stato di povertà. Questa formula, come si è detto, grazie ai nuovi parametri, ha consentito di rivedere il livello di sviluppo degli Stati portando alle conclusioni contenute nel Rapporto 2013. Nelle Filippine, ad esempio, considerando la soglia di povertà le persone povere sono il 22,6% della popolazione, mentre applicando l'IMP scendono al 13,4%, nella Repubblica del Congo passano dal 54,1% al 40,6% e in Uzbekistan addirittura dal 46,3% al 2,3%. Per contro, in Togo salgono dal 38,7% al 54,3%, in Costa d'Avorio dal 23,8% al 61,5%, in India dal 41,6% al 53,7%.

Nel complesso, secondo il Rapporto, i progressi reali, individuati dal'IMP, sono stati tali e la probabilità che le nazioni più povere riescano a sradicare la povertà estrema entro i prossimi 20 anni sono tanto elevate da giustificare l'entusiasta commento: mai nella storia del mondo le condizioni di vita di così tante persone sono cambiate così rapidamente e drasticamente?

Troppo bello per essere vero? L'IMP ha un evidente, fondamentale punto critico: si tratta di uno strumento di misurazione complesso e applicato a realtà complesse, difficili da rilevare con precisione e accuratezza, specie in determinati contesti. Non poche incertezze sorgono inoltre al momento di calcolare e interpretare i suoi parametri complicati e formati da tante componenti. Occorre aggiungere che, per il momento, reddito e dati ricavati in base all'IMP spesso si riferiscono ad anni diversi, rendendo poco significativo il confronto: ad esempio, 2008 e 2000 per la Repubblica Centrafricana, 2009 e 2005 per l'Argentina, 2008 e 2003 per la Russia. 

Ma soprattutto l'IMP indica ancor meno dell'IPU e dell'ISU quel che più importa: se cioè una persona è uscita davvero dalla condizione di povertà, perché guadagna di più, perché ha un lavoro sicuro su cui può contare nel tempo, o se invece ciò che la fa classificare non più povera o meno povera le deriva da servizi e risorse che da sola continua a non essere in grado di procurarsi. Lo stesso vale per le comunità e per gli stati. Ad esempio, fa differenza se una scuola o un pozzo di acqua potabile sono stati costruiti da chi li usa e se chi ne gode è in grado di provvedere alla manutenzione e alle spese o se invece costruzione e costi sono a carico di una organizzazione non governativa, di un'agenzia delle Nazioni Unite, del governo di un altro paese: in più, l'istruzione ha dei costi, ma non crea sviluppo se poi mancano opportunità di lavoro. 

Messa nei termini più semplici: che una persona mangi a sufficienza perché produce abbastanza cibo o guadagna di che acquistarlo o invece perché è assistita da enti e organismi che provvedono ai suoi bisogni, fa lo stesso in termini di salute e benessere, ma quella persona resta povera, anche se non patisce più le conseguenze della denutrizione.  

Si parla molto di sviluppo sostenibile, sempre in termini di salvaguardia dell'ambiente e di risparmio di risorse naturali non rinnovabili. Ma se davvero, come sostiene il Rapporto 2013, molti progressi si devono agli investimenti in assistenza e infrastrutture a cui ha provveduto in misura rilevante la cooperazione allo sviluppo, allora si deve ragionare piuttosto sulla sostenibilità di un sistema di aiuti che mitiga i disagi della povertà e supplisce alla scarsità di interventi pubblici dei paesi poveri, ma spesso lo fa mentre non si creano nel frattempo le condizioni sociali, politiche ed economiche di un reale, durevole sviluppo.

Scriveva nel 1986 a proposito dell'Africa Jacques Giri, autorevole esperto in materia di povertà  e sviluppo per aver lavorato nell'ambito della cooperazione internazionale per 30 anni: «Tutti noi abbiamo creduto e continuiamo a credere che costellare il paesaggio africano di fabbriche, tracciarvi strade, costruire delle scuole, delle università, dei ministeri, fare trivellazioni nei villaggi e attrezzarli di pompe a energia solare, magari fornirli anche di qualche trattore, significasse portare lo sviluppo. Ma dopo aver intrapreso così tanti sforzi, ci rendiamo conto che la formula magica che consisteva nel procurarsi le apparenze dello sviluppo per far sì che si verificasse, non ha funzionato». Anche attenuare gli effetti della povertà di per sé non equivale a sradicarla, se non in apparenza.