• LA LETTERA

Dialogare con l’islam? Sì, ma senza farci ammazzare

Sul tema del nostro rapporto con l’islam si sta facendo molta confusione circa i diversi piani sui quali occorre affrontare il problema. C’è chi ostenta assoluta chiusura su qualsiasi rapporto, come c’è chi ostenta assoluta e acritica apertura. Mi pare che il problema sia più complesso.

Bandiera dell'Isis su una chiesa di Mosul

Caro direttore,

mi pare che sul tema del nostro rapporto con l’islam si stia facendo molta confusione circa i diversi piani sui quali occorre affrontare il problema. C’è chi ostenta assoluta chiusura su qualsiasi rapporto, come c’è chi ostenta assoluta e acritica apertura. Mi pare che il problema sia più complesso.

Proprio ieri mattina, parlando di questo con un cattolico, buono, convinto e molto generoso, mi sono sentito dire che è possibile e doveroso dialogare con le persone islamiche, perché, guardandosi negli occhi, è possibile ritrovare una comune origine, che ci permetta una serena convivenza. Questa posizione è assolutamente indiscutibile ed è sempre la prima cosa che occorre tentare di fare, perché l’altro, voluto e creato da Dio, non può non essere un possibile bene per me. Il dialogo, dunque, va sempre ricercato, con apertura e forti della nostra identità (perché non dobbiamo «confondere il dialogo con il compromesso»). 

Su questo punto non possiamo non essere tutti d’accordo. D’altra parte, il Vangelo ci invita anche ad essere candidi come colombe, ma anche furbi come serpenti e mi pare che su questo punto parte della cultura occidentale e della cultura cattolica barcollino non poco. Infatti, l’apertura al dialogo non può renderci ciechi di fronte al fatto che una parte consistente del popolo islamico non solo rifiuta sistematicamente ogni dialogo, ma usa, con altrettanta sistematicità, violenza contro chi islamico non è ( o contro chi è un islamico diverso). É inutile fare esempi, che, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti. La sola minaccia di questa violenza islamica sta sconvolgendo la vita di mezzo mondo. Eppure, anche di fronte a questa evidenza, molti intellettuali occidentali sono più vigilanti nell’accusare di islamofobia chiunque sottolinei tale evidenza, che non preoccupati dell’avanzare delle violenza stessa. La quale, non si manifesta solo con le grandi stragi (New York, Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles, Africa, etc.), ma anche con uno stillicidio di omicidi commessi contro persone che si permettono di auspicare un islam moderato. E, contro questi massacri, giornali e intellettuali brillano per il loro colpevole silenzio. 

Il Foglio di sabato 9 aprile così titolava la notizia principale: “Dieci blogger fatti a pezzi al grido di Allah è grande e non una riga sui giornali”. E il solito bravissimo Giulio Meotti così raccontava la terribile morte di un ventottenne dottorando in giurisprudenza di Dacca in Bangladesh: «a casa, di ritorno dall’università, siede al computer e posta su un blog alcune righe critiche della deriva islamista del suo Paese. Il giorno dopo, mentre rientra a casa, Nazimuddin Samad viene avvicinato da quattro uomini che, al grido di “Allah è grande”, lo macellano a colpi di machete o poi, tanto per essere sicuri, gli sparano in faccia». E questo è solo uno dei tantissimi casi, che, essendo apparentemente isolati, non fanno notizia. 

In questi stessi giorni, il gesuita Samir Khalil Samir, uno dei massimi esperti delle problematiche islamiste, ha accusato l’Europa di essere stata troppo tollerante, soprattutto in Francia e Belgio, verso una presenza islamica che si è fatta sempre più radicale, secondo la natura stessa di quella religione, nel senso di andare nella direzione di «imporre un modo di essere mussulmano». 

Caro direttore, è evidente che il problema, che esiste (è inutile negarlo), deve essere affrontato tenendo conto di tutti i fattori, sia quelli positivi sia quelli negativi. Dobbiamo, cioè, essere aperti con chi accetta il dialogo, ma dobbiamo anche difenderci da chi ci attacca violentemente, come, del resto, hanno chiesto anche alcuni vescovi del Medio Oriente. Ti faccio un esempio personale: se un islamico (o chiunque altro) irrompesse in casa mia per sgozzare mia moglie o mia figlia, non potrei certo limitarmi a “dialogare”. É evidente che il problema è drammatico, ma, proprio per questo, deve essere affrontato con il massimo realismo.