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LA LETTERA

De Gasperi non è stato l'alternativa a Ventotene

Quello dei padri fondatori cattolici dell'Unione Europea è un mito, la realtà è che il progetto democristiano ha contribuito alla rivoluzione, all'affermazione di un'agenda relativista e laicista.

Cultura 03_04_2025

Caro direttore,

Di "Ventotene", contro "Ventotene", non mi sembra necessario argomentare, se non parafrasando il noto detto di un genio italico del XX secolo, Ennio Flaiano, a proposito di comunismo e anti-comunismo. "I comunisti hanno letto Marx, gli anti-comunisti sono quelli che l'hanno capito"; così per "Ventotene": c'è chi lo ha letto, ma chi lo ha capito inevitabilmente lo avversa come uno sciagurato ed esiziale programma.

Mi lascia però perplesso e persino un po' amareggiato il fatto che tanti, troppi, buoni pubblichino, su ottimi spazi, considerazioni che oppongono alla nefasta Europa pensata a Ventotene, quella divisata da Schuman, Monnet, Adenauer e Degasperi (non è un refuso: si chiamava così), che siccome ideata da cattolici sarebbe (stata) buona e benefica. In realtà, quei signori - delle cui buone intenzioni non discuto, ma so quale via è lastricata di buone intenzioni - erano cattolici di una specie particolare: erano democristiani, cioè cattolici democratici. E in proposito mi pare utile citare Antonio Gramsci, il cui pensiero è perverso, ma non gli si può negare una grande intelligenza rivoluzionaria, che gli permetteva di scorgere i germi della Rivoluzione ovunque fossero annidati, ben oltre la veste esteriore o il nome. Il comunista sardo coglie del cattolicesimo democratico tutta la vena progressista, conformemente alla sua natura di espressione politico-sociale del modernismo teologico: «Il modernismo non ha creato “ordini religiosi” ma un partito politico, la democrazia cristiana» (Gramsci, Quaderni del carcere, II, 1384), cioè, «modernismo significa politicamente democrazia cristiana» (ibid., 1305); «Il cattolicismo democratico fa ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida. […] Perciò non fa paura ai socialisti l’avanzata impetuosa dei popolari […]. I popolari stanno ai socialisti come Kerensky a Lenin» (Gramsci, I popolari, in L’Ordine Nuovo, anno I, n. 24, 1-11-1919, 286).

E questa tesi della natura rivoluzionaria (cui ovviamente non è essenziale la violenza) dei democristiani-cattolici democratici, è confermata proprio da costoro. Una piccola antologia.

Comincia De Gasperi, «Noi ci siamo definiti “un Partito di centro che si muove verso sinistra”» (Intervento al Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana, del 31 luglio-3 agosto 1945), e se non fosse stato chiaro ribadisce, «La democrazia Cristiana [è un] partito di centro inclinato a sinistra, [che] ricava quasi la metà della sua forza elettorale da una massa di destra» (Discorso al III Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, Venezia 2/5-6-1949).
E su questa linea si muoverà, con le parole e i fatti, tutta la classe dirigente (elettori e base sono un’altra cosa, fondamentalmente ingannati) e intellettuale della DC. Leopoldo Elia, più volte parlamentare, ministro ed anche presidente della Corte costituzionale, dirà che «De Gasperi avvertiva il pericolo che fare dell’anticomunismo la ragione dominante della propria fortuna politica poteva alimentare tendenze reazionarie [e non sia mai!]» (L. Elia, Dossetti, Lazzati e il patriottismo costituzionale, in L. Elia e Pietro Scoppola, A colloquio con Dossetti e Lazzati. Intervista di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola (19 novembre 1984), il Mulino, Bologna 2003 ,147).

L’intellettuale cattolico democratico, Pietro Scoppola, ha ulteriormente – ed autorevolmente – confermato questa tesi sull’azione e l’identità politica autentiche della DC: «In sostanza, la Dc ha sempre raccolto un elettorato prevalentemente moderato, che è stato tuttavia coinvolto in una politica prevalentemente diretta (tranne alcune parentesi) ad un ampliamento verso sinistra delle basi di consenso alla democrazia e alla funzione di governo» (ibidem, 132).
E se possono non stupire le dichiarazioni di un catto-democratico «estremista» come Ciriaco De Mita, che facendo eco quasi letterale, non so quanto consapevolmente, alla frase di un vecchio democristiano francese (poi transitato all’estrema destra), Georges Bidault, «gouverner au centre et faire, avec les moyens de la droite, la politique de la gauche», afferma con orgoglio modernista che «Quando gli storici si occuperanno di fatti e non solo di propaganda spiegheranno che il grande merito della DC è stato quello di avere educato un elettorato che era naturalmente su posizioni conservatrici se non reazionarie a concorrere alla crescita della democrazia. La DC prendeva i voti a destra e li trasferiva sul piano politico a sinistra» (Corriere della Sera, Intervista all’on. Ciriaco De Mita, 23-8-1999).

Forse potrebbero ancora stupire quella di un «moderato» (e così, in un certo senso, si chiude il cerchio modernista-progressista nel quale è collocata tutta la leaderhip DC), «Un Doroteo doc come Flaminio Piccoli non teme affatto l’ipotesi di un accordo a sinistra. “È dagli anni ’60 – afferma – che la Dc non è più anticomunista. Anzi, se fosse stato per noi il Pci sarebbe rimasto al potere ben oltre la vicenda Moro. Non fummo mica noi a dire basta, sa? Fu Mosca a ordinare a Berlinguer di uscire dal governo…”» (Sebastiano Messina, «Muoviti Dc, il nemico non c’è più», in la Repubblica, 16-3-1990).

Né si può dire che ciò sia effetto di una degenerazione intellettuale di uomini convinti, e perciò spaventati, che il comunismo e il progressismo fossero ineluttabili, e che non si potesse contrastarli, ma si dovesse patteggiare con loro. No. Il peccato è originale. «Il partito popolare italiano […] è nato come un partito non cattolico, aconfessionale, come un partito a forte contenuto democratico […] che non prende la religione come elemento di differenziazione politica» (don Luigi Sturzo, Discorso a Verona 16-3-1919), là dove il «forte contenuto democratico», non può significare altro che relativista-laicista, su princìpi e prassi. Quindi, ha solo ragione Plinio Corrêa de Oliveira quando afferma che «La Democrazia Cristiana non è altro che un dispositivo ideologico e politico specificamente fatto per trascinare verso l’estrema sinistra uomini di destra e soprattutto centristi ingenui».

Non mi dilungo oltre, e concludo con una domanda (a mio avviso retorica): si può pensare davvero che quei signori avessero in mente di attuare l'autentica Dottrina Sociale della Chiesa, cioè di fondare una restaurata Europa cristiana, non laicista né secolarizzata, bensì soggetta alla regalità sociale di Cristo e che quindi la UE sarebbe un tradimento delle loro idee democristiane, cioè rivoluzionarie?

Giovanni Formicola