• DDL Zan

Ddl omofobia, anche l’autore di questo quadro rischierebbe

È stato descritto in molti modi il pittore che Sgarbi considera l’ultimo dei caravaggeschi e che Camillo Langone ha soprannominato “il principe dei Papi” per i numerosi pontefici che ha raffigurato nei suoi quadri, con minuziosi riferimenti storici e teologici. Nonostante una carriera già lunghissima e densa di successi, c’è chi ha cercato di penalizzarlo definendolo “conservatore” e c’è anche chi è caduto nella tentazione di ridurre la sua figura a quella di un artista provocatore, per il giudizio critico espresso, in alcune sue opere, sullo stato di attuale decadenza in cui versa la Chiesa cattolica e per la sua posizione chiara su alcune questioni eticamente “scomode”.

Ma il pittore Giovanni Gasparro è semplicemente una persona libera, che ha messo l’arte al servizio di Dio e dunque della Verità e questo non riesce proprio a trattenerlo dal dire la sua, sulle questioni moralmente più rilevanti. In una recente dichiarazione, apparsa sul Quotidiano Italiano ha infatti affermato che “l’arte ha ancora il potere di parlare alle coscienze, quindi ben venga se non è relegata alla mera decorazione d’interni ed entra prepotentemente nel dibattito pubblico. La pittura è materia viva”.

Ma a cosa si riferiva, in particolare, Giovanni Gasparro, nel parlare di pittura come “materia viva”? Precisamente al suo ultimo dipinto, ben incollato alla realtà, avente al centro uno dei temi scottanti di questa infausta epoca di deliri ideologici: i risvolti non certo “romantici” del love is love, veicolati, in modo particolare, nella nostra società, dall’esaltazione dell’omosessualismo.

Il quadro, infatti, rappresenta, senza troppi infiocchettamenti di circostanza, san Pelagio di Cordova, un ragazzino appena tredicenne che, per aver conservato la fede in Cristo e la castità, contro le lascive lusinghe del re dei Mori ‘Abdul ar-Rahman III, venne fatto a pezzi con delle tenaglie di ferro, in Andalusia, e che la Chiesa ha annoverato tra le schiere dei martiri.

Gasparro ha ripreso il glorioso martirio di san Pelagio nel quadro che ha pubblicato su Facebook lo scorso 26 giugno, giorno in cui ricorre la memoria liturgica del Santo. Così l’opinionista, scrittore e giornalista Camillo Langone, ha pensato bene di riprendere il dipinto e di dedicargli un articolo sul Foglio, ricordando che, se passasse il Ddl Zan, anche il pittore in questione subirebbe le pene previste da questo Ddl, tra le quali, si augura Langone, non venga compreso pure il “sequestro dei pennelli”.

L’artista,  poi, interrogato sul Quotidiano Italiano proprio a proposito del Ddl liberticida, non ha esitato a dire la sua, sottolineando, per amore di verità, quello che anche noi andiamo denunciando già da un po’ di tempo: “Il reato che si configura è di opinione, anche di fede se si vuole semplicemente ribadire, ad esempio, che la famiglia è formata da un uomo e una donna e che i bambini devono crescere con entrambe le figure genitoriali, o persino citare le Sacre Scritture nei passi neo e vetero testamentari, che indicano l’omosessualità praticata fra i peccati mortali per l’anima. Il ddl Zan-Scalfarotto appare come una potenziale legge ghettizzante e liberticida per zittire tutti i dissidenti non allineati alle ideologie omosessualista e femminista – aggiunge l’artista – o coloro che contrastano pratiche aberranti come l’utero in affitto, di cui si sono resi rei anche molti eterosessuali. Non è paradossale quanto paventa Langone. Se il 26 giugno fosse entrata in vigore la legge Zan-Scalfarotto, con ogni probabilità si sarebbe configurato per me il reato di omofobia, con le inevitabili conseguenze giudiziarie. L’arte ha ancora il potere di parlare alle coscienze, quindi ben venga se non è relegata alla mera decorazione d’interni ed entra prepotentemente nel dibattito pubblico. La pittura è materia viva”.

E non è la prima volta che l’artista si adopera in modo da rendere la sua pittura “viva” e profetica, in modo che parli, cioè, al nostro tempo, veicolando e, in qualche modo, rivendicando, coi fatti, costituiti dalla sua stessa produzione pittorica, la funzione originaria dell’arte stessa, come espressione e veicolo della Bellezza, intesa come aspetto costitutivo, ontologico del reale, perciò oggettivo e  comprensibile attraverso l’intelletto, ma anche come supporto gnoseologico prezioso nel cogliere l’intelligibilità del reale stesso.

Ed è proprio nell’alveo di questa concezione che si collocano altre opere di Giovanni Gasparro che ci preme menzionare per mostrare come le sue recenti dichiarazioni sul Ddl Zan, e il dipinto raffigurante san Pelagio martire, non rispondano a un banale intento provocatorio ma siano l’esito di un percorso coerente che ha sempre avuto come punto luminoso i temi etici di scottante attualità. Come ad esempio il dipinto che nel 2013 ha vinto la Bioethics Art Competition della cattedra in bioetica e diritti umani dell’Unesco, “Casti connubii”, contro l'aborto, ispirato all’omonima enciclica di papa Pio XI (31 dicembre 1930).

Mentre in “Amoris laetitia. San Giovanni Battista ammonisce l’adulterio di Erode Antipa ed Erodiade”, del 2017, l’Autore ha espresso inequivocabilmente la sua idea in merito all’adulterio, raffigurando san Giovanni Battista, dipinto secondo l’iconografia classica, vestito di peli di cammello, che punta il dito contro Erode Antipa ed Erodiade, con l’intento di ammonirli per il grave peccato commesso, mentre i due reagiscono, con sguardi sorpresi e indignati, assumendo l’aspetto di  maschere grottesche, come a mostrare gli effetti deleteri del peccato, attraverso i loro volti trasfigurati dalla lussuria.

Questo atteggiamento artisticamente schietto e privo di fronzoli ha ovviamente esposto l’artista al solito corollario di insulti, riservato a chi se ne infischia di muoversi nell’alveo del politicamente corretto, per fare carriera: dall’“oscurantista” al “medievale”, fino all’immancabile “omofobo”. Ma, fortunatamente, tutto ciò non ha compromesso la sua carriera: il pittore ha infatti esposto alla Biennale di Venezia, presso la Galleria Nazionale di Cosenza a confronto con Mattia Preti, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, la Real Basilica di Superga a Torino, Palazzo Venezia a Roma, il Museo Nazionale Alinari  e i Musei di Villa Bardini a Firenze, Castel Sismondo e il Museo della Città di Rimini, il Casino dell’Aurora di  Palazzo Pallavicini a Roma, la Pinacoteca di San Severino Marche a confronto con il Pinturicchio, la Pinacoteca Corrado Giaquinto di Bari, il Museo Civico di Bassano del Grappa, il Labirinto di Franco Maria Ricci a Fontanellato, il Museo Napoleonico e il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il Grand Palais di Parigi, il MART di Rovereto e la Stadtgalerie di Kiel (Germania). Le sue opere sono esposte in importanti collezioni pubbliche e private europee e statunitensi, nonché in diverse chiese e basiliche italiane (a Siena, Trani, Roma e L'Aquila) ed estere (a Malta, in Svizzera e in Grecia).

Perché facciamo questo lungo excursus? Per chiarire come la condanna del Ddl Zan, pronunciata dal pittore, provenga, appunto, da una voce autorevole del mondo dell’arte. E siamo confortati dal fatto che, in una società e in un momento storico come il nostro, in cui tolleranza, accoglienza e inclusività sono diventati dei semplici paraventi dietro cui si nascondono pavidità, ignavia e vergogna per la propria fede, ci sia ancora qualcuno disposto a chiamare il male con il proprio nome, anche a costo della carriera.