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Dal Mali alla Somalia, l'illusione di una vittoria

Le motivazioni dell'intervento francese (e del supporto italiano) in Mali ricordano drammaticamente le ragioni del conflitto in Somalia. Ma la sconfitta degli integralisti islamici spesso si rivela una pericolosa chimera.

Guerra in Mali

Si dice del Mali quel che da 20 anni si dice della Somalia. Soprattutto in questi giorni, dopo l’entrata in guerra della Francia nel nord del paese e dopo l'impegno della nostra Camera di fornire un contributo di vettori aerei per il supporto logistico per un periodo di due mesi. E cioè che bisogna sconfiggere gli integralisti islamici che si sono insediati dei territori su cui il governo non riesce a esercitare il proprio controllo, bisogna impedire che li trasformino in enclave permanenti del terrorismo internazionale e che, consolidatisi in quelle regioni, si impadroniscano del potere imponendo la sharia alla popolazione e facendo del Mali un nuovo nemico dell’Occidente.

Dopo 20 anni di missioni e interventi militari internazionali, in Somalia gli integralisti islamici non sono ancora stati annientati. Ma il problema non è tanto la loro mancata sconfitta militare quanto il fatto che le attuali istituzioni politiche somale, benché rinnovate e accolte nel contesto internazionale come democratiche, sono ben lontane dall’essere tali e da garantire al paese un governo responsabile e capace, libero dai guasti della corruzione, dell’autoritarismo e del tribalismo. Messi in fuga da un intervento militare esterno e magari anche integrati in un governo di unità nazionale, i movimenti integralisti islamici, e ogni altra formazione antigovernativa, riconquistano presto terreno e consenso popolare, e altri ne nascono di nuovi, se chi governa svolge male i propri compiti e non merita fiducia.

Nessun intervento internazionale, diplomatico e militare, finora è stato in grado di assicurare buon governo e pace sociale in un paese africano, dopo averlo aiutato a ripristinare la legalità e a porre fine a un conflitto civile, in assenza di una classe politica benintenzionata e all’altezza del proprio mandato: al meglio, si ottengono per un periodo stabilità e crescita economica, senza tuttavia sviluppo umano, il che prepara infallibilmente nuove crisi. Anche in Mali la vittoria militare sui movimenti antigovernativi non basterà a rimuovere i fattori di crisi se il paese verrà riconsegnato alla stessa classe politica che l’ha retto finora e se questa non cambierà radicalmente modo di governare.

Le prime elezioni democratiche in Mali risalgono al 1992. Ma nei 20 anni trascorsi i problemi del paese non sono stati affrontati e la crisi iniziata un anno fa ne è la conseguenza. Il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, Mnla, espressione dell’etnia tuareg, iniziava il 17 gennaio 2012 l’offensiva che in poche settimane gli ha assicurato il controllo di buona parte dell’Azawad, il nord.
Il 21 marzo un golpe militare rovesciava il governo e subito dopo l’Mnla proclamava l’indipendenza delle regioni settentrionali. Intanto però alcuni movimenti integralisti islamici prendevano il sopravvento sull’Mnla. I tre maggiori sono Aqmi, Al Qaeda nel Maghreb islamico, Mujao, Movimento per l’unità e il jihad in Africa Occidentale, e Ansar Dine, I Difensori della fede. Vogliono non la secessione, ma l’adozione della shari’a, la legge coranica, come legge nazionale.

I tuareg denunciano da anni, a ragione, l’emarginazione e le discriminazioni subite dai governi maliani dominati dalle etnie del sud, tanto più patite perché inflitte da popolazioni disprezzate, ritenute inferiori. I tuareg infatti per secoli hanno usato come schiavi i Bambara e le altre popolazioni contadine del sud del Mali e ancora detengono degli schiavi come d’altra parte succede nei vicini Niger e Mauritania.
In armi da decenni contro Bamako, la fine di Gheddafi in Libia ha munito i tuareg di armi, provenienti dall’arsenale del colonnello, e di migliori tattiche di combattimento, grazie ai mercenari addestrati da Gheddafi tornati in patria.

Anche la diffusione del terrorismo e la formazione di movimenti integralisti non sono problemi recenti. Il Mali è da molti anni uno degli stati africani che maggiormente preoccupano per la mancanza di controllo sui territori del nord che consente alle cellule terroristiche di insediarsi e muoversi liberamente.
Per questo, insieme al Ciad, al Niger e alla Mauritania, dal 2002 è assistito da un progetto avviato dagli Stati Uniti volto a impedire che si formino reti transnazionali di cellule terroristiche nel Sahel, la Pan Sahel Initiative, che fornisce ai quattro paesi sostegno logistico e tecnico e addestramento militare: in verità, a quanto pare, con risultati molto modesti.

Tra l’altro, proveniva dal nord del Mali anche la Brigata al-Muwaqiin Bi dam (“quelli che firmano con il sangue”), autrice dell’assalto al sito algerino di In Amenas conclusosi con un massacro. È stata creata a dicembre dall’algerino Mokhtar Belmokhtar, trasferitosi anni fa in Mali dopo aver svolto incarichi di comando in patria nel GIA, Gruppo Islamico Armato, nel GSPC, Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, e nell’AQMI, Al Qaida nel Maghreb Islamico.
La religione islamica, elemento unificante del paese, se finora non è valsa ad attenuare significativamente le tensioni etniche, per contro ha contribuito alla sua arretratezza economica relegando le donne in una condizione marginale e subalterna.

Nel 2009, in verità, il governo aveva tentato di modificare il codice di famiglia in vigore dal 1962. Il testo proposto e approvato dal parlamento conteneva norme intese a tutelare maggiormente le donne e a migliorarne lo status: ad esempio, consentiva alle vedove di godere in via preferenziale dei beni lasciati dal marito, che la legge consuetudinaria assegna invece alla famiglia del defunto, sostituiva il termine “patria potestà” con “autorità genitoriale” e aboliva il ripudio. Ma è stato fatto oggetto di vivaci critiche da parte della popolazione che ha protestato con manifestazioni e cortei ed è stato respinto per i suoi contenuti contrari alla shari’a dall’Alto consiglio islamico.

Prendendone atto, il presidente Touré aveva deciso di avviare una serie di consultazioni con esponenti politici e religiosi prima di decidere se promulgare o meno il codice. Due anni dopo, il codice varato nel dicembre 2011 non presentava nessuna delle modifiche introdotte in favore delle donne. Anzi, l’età del matrimonio è stata abbassata a 16 anni per le donne rispetto ai 18 proposti, l’uomo è stato consacrato “unico capo della famiglia” ed è stato introdotto il dovere di obbedienza della moglie al marito. Il Mali occupa il 175° posto nell’Indice dello sviluppo umano 2012, la speranza di vita alla nascita è di 51 anni, il tasso di alfabetizzazione degli adulti è del 26%, il 51% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, il tasso di mortalità materna è tra i più alti del mondo – 830 donne decedute ogni 100.000 bambini nati vivi – e ben 191 bambini su mille muoiono prima di compiere i cinque anni.