Da Paolo VI a Francesco, i Papi in Africa prima di Leone XIV
Ascolta la versione audio dell'articolo
Montini è stato il primo Papa ad andare in Africa: era il 1969, quando si recò in Uganda. Ben 41 i Paesi africani visitati da san Giovanni Paolo II, alcuni dei quali più di una volta; 3 da Benedetto XVI e 10 da Francesco. Ecco alcuni dei loro appelli.
Il primo Papa a fare visita a uno Stato africano è stato Paolo VI, nel 1969. Scelse l’Uganda. «In questo momento benedetto il Successore di Pietro e Vicario di Cristo mette piede per la prima volta nella storia sul suolo d’Africa. (...) La Nostra preghiera si innalza, oggi, a Dio affinché l’Africa rifiorisca con tutta la ricchezza della sua cultura e delle sue nobili tradizioni e avanzi sempre più celermente sulle strade del progresso “volta ad adottare nuovi modi di vita, introdotti dalla scienza e dalla tecnologia” (Africae Terrarum, n. 13)». Furono queste le prime parole di Paolo VI, al suo arrivo. Ma il paese, che era indipendente dal 1962, già sottostava al primo di una serie di regimi autoritari. Milton Obote aveva preso il potere tre anni prima con un colpo di Stato e lo stava esercitando con mano dura. Paolo VI, incontrandolo, gli porse il dovuto, rispettoso saluto, ma, misurando le parole, fu al Paese, non a lui che assicurò fiducia e rivolse lodi. «Noi assicuriamo con fiducia Vostra Eccellenza – disse – della salda lealtà dei cittadini cattolici verso l’Uganda. Essi vogliono essere i più fedeli, i più laboriosi, più attivi e pacifici membri della comunità nazionale, coerenti con la loro fede e i loro doveri per il bene della Patria. (…) Con questa rinnovata assicurazione del Nostro benevolo interessamento e della Nostra calda amicizia, ben volentieri invochiamo su Vostra Eccellenza, sul Governo e sul diletto popolo della Repubblica di Uganda, le più ricche grazie e i più eletti favori divini di prosperità, felicità e pace».
Il pontificato del successore di Paolo VI, papa Giovanni Paolo I, durò soltanto 33 giorni. Dopo di lui, papa Giovanni Paolo II guidò la Chiesa dal 1978 al 2005, un lungo periodo durante il quale visitò 41 Paesi africani, alcuni più di una volta, tra cui il Kenya, la Costa d’Avorio e la Repubblica Democratica del Congo (all’epoca Zaire). Dappertutto ebbe accoglienze trionfali. Memorabili in particolare sono stati alcuni viaggi. Nel 1985 si recò in Marocco, su invito di re Hassan II, e a Casablanca parlò a circa 80 mila giovani musulmani. Nel 1992, in Senegal, volle recarsi alla Maison des Esclaves (Casa degli schiavi) a Gorée. «Il grido delle generazioni – disse inginocchiandosi in segno di penitenza – esige che noi ci liberiamo per sempre da questo dramma, perché le sue radici sono in noi, nella natura umana, nel peccato. Sono venuto per rendere omaggio a tutte le vittime sconosciute. (…) Non possiamo immergerci nella tragedia della nostra civiltà della nostra debolezza, del peccato. Dobbiamo rimanere fedeli a un altro grido, quello di San Paolo che ha detto: “Ubi abundavit peccatum, superabundavit gratia”». Dopo il primo viaggio, nel 1980, colpito dai danni immensi causati dalla desertificazione, istituì la Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel, della quale a febbraio papa Leone XIV ha approvato il nuovo statuto. Ne fanno parte nove paesi del Sahel. Nel tempo è diventata anche uno strumento di dialogo interreligioso perché la maggior parte dei beneficiari sono di fede musulmana.
Papa Benedetto XVI durante il suo pontificato, dal 2005 al 2013, ha visitato tre Paesi africani: il Camerun e l’Angola nel 2009 e il Benin nel 2011. Anche lui fu accolto da folle entusiaste. In entrambe le occasioni Benedetto XVI, con ancor maggiore enfasi del suo predecessore, ha denunciato come ostacoli maggiori allo sviluppo del continente africano e prime cause delle sofferenze che ne colpiscono gli abitanti, il tribalismo, la corruzione e la stregoneria. A Luanda, la capitale dell’Angola, celebrando la Messa nella parrocchia di Sao Paolo, Benedetto XVI affidò al clero la missione di convertire chi crede nella stregoneria: «Tanti vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani perché – dicono – sono stregoni». Il giorno successivo, durante la Messa celebrata sulla spianata di Cimangola, sempre a Luanda, descrisse con queste parole il dramma africano: «Pensiamo al flagello della guerra, ai frutti feroci del tribalismo e delle rivalità etniche, alla cupidigia che corrompe il cuore dell’uomo, riduce in schiavitù gli uomini e priva le generazioni future delle risorse di cui hanno bisogno per creare una società più solidale e più giusta». Nel viaggio successivo, nel Benin, ha nuovamente esortato gli africani a combattere la corruzione e a superare le divisioni etniche, definendo il tribalismo «un male enorme e un ostacolo alla fede».
Il suo successore, papa Francesco, ha invece riportato l’attenzione sui fattori esterni che ostacolano lo sviluppo del continente. Parte delle omelie e dei discorsi pronunciati durante i suoi viaggi sono stati raccolti in un libro: Giù le mani dall’Africa. Tutti ricordano il suo veemente appello del 2023, nel primo discorso pronunciato a Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo: «Giù le mani dall’Africa! Basta soffocare l’Africa: non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare. L’Africa sia protagonista del suo destino». In precedenza aveva visitato altri otto Stati africani. Dopo il Congo sarebbe andato nel Sudan del Sud, Paese al quale aveva dedicato speciale attenzione riponendo fiducia, purtroppo mal riposta, nella buona volontà dei suoi leader.
Papa Leone XIV troverà in Guinea Equatoriale e in Camerun gli stessi presidenti che accolsero papa Giovanni Paolo II, rispettivamente nel 1982 e nel 1985: Teodoro Nguema e Paul Biya. Le esortazioni dei suoi predecessori su di loro non hanno avuto effetto. Il Papa incontrerà popolazioni ancora sopraffatte da povertà e violenza, tanti giovani senza futuro.

