• GERMANIA

Da Colonia parte l'assalto all'episcopato

Per la successione del cardinale Mesiner inviati al Papa due documenti per chiedere un'elezione dal basso. Duri attacchi alla figura di Meisner, «imposto da Roma» e accusato di non aver interpretato il Concilio. 

Cattedrale di Colonia

Il prossimo 25 dicembre il cardinale Joachim Meisner, tuttora arcivescovo di Colonia, compirà 80 anni. Cinque anni di proroga dunque per il porporato nato a Wrocław (allora Breslau) che ha vissuto per intero, da studente, da sacerdote, da vescovo e cardinale l’esperienza socialista della DDR: prima a Erfurt, anzitutto, dove ha conseguito la laurea in teologia ed è stato ordinato sacerdote nel 1962, poi a Berlino, nella città divisa dal Muro.

Così lo stesso Meisner ha ricordato di recente quel 20 dicembre 1988, quando Giovanni Paolo II lo chiamò alla guida della grande diocesi di Colonia (due milioni di cattolici): «Né io né nessun altro, politici tedeschi compresi, avrebbe potuto immaginare a breve il crollo del sistema comunista, ma lui con quella scelta ha lanciato coscientemente un segnale: ‘Signori attenzione, perché sta per succedere qualcosa’». Dal quel momento, fino allo sbriciolamento del Muro berlinese, non passarono infatti che pochi mesi. Protagonista di un fatto storico dunque, Meisner, ma oggi che è prossimo l’arrivo del pastore che dovrà sostituirlo, qualcuno, in particolare tra i sacerdoti, preferisce ricordare come il suo arrivo a Colonia non fosse gradito ad una parte del clero locale, dunque sia stato imposto da Roma. Ora, poche settimane prima del suo compleanno, alcuni circoli interessati a condizionare la scelta del nuovo arcivescovo hanno inscenato un «teatrino di quart’ordine» (così l’ha definito il politologo e pubblicista Andreas Püttmann).

Due le iniziative messe in atto: un memorandum (Denkschrift) redatto da sei “leader cattolici” della città e una lettera della Iniziativa Ecclesiale di Colonia (Kölner Kircheninitiative). Entrambi gli scritti, manco a dirlo, sono stati indirizzati a papa Francesco.   

Il memorandum, firmato tra gli altri dal direttore della Karl-Rahner-Akademie, Bernd Wacker, dalla presidente del Kölner Katholikenausschusses (Comitato dei Cattolici di Colonia), Hannelore Bartscherer, e dallo storico Rudolf Lill, è di fatto un pamphlet trasudante solo invettive e insinuazioni contro l’arcivescovo uscente. Senza alcun supporto di citazioni dallo stesso, il cardinal Meisner viene accusato di «essere molto più che scettico rispetto a molte delle conquiste del Concilio». Ad un pastore come lui, che per 56 anni ha vissuto in regime apertamente anticristiani difendendo la libertà di tutti, senza lasciarsi corrompere (come accaduto ad altre autorità ecclesiastiche), i sei “leader” vogliono ora insegnare come si possa «orientare nuovamente i fedeli della diocesi verso lo ‘Spirito di libertà’ donato da Cristo», giungendo perfino alla discriminazione quando a proposito degli ex cittadini della DDR (con allusione a Meisner) li definiscono «abituati più alla demarcazione che al dialogo e alla ricerca del consenso».

Lo stile usato dal cardinale nel governo della grande diocesi renana, secondo gli autori del memorandum, sarebbe stato «intransigente», «a difesa dell’autorità», Meisner avrebbe instaurato «una specie di centralismo burocratico» e di «fasto pseudo-barocco», così da «negare nell’insieme la modernità». Eppure, per esempio, alcuni anni fa, in occasione dell’apertura del “Kolumba”, il museo diocesano, il cardinale disse di averlo «molto a cuore» e di aver «atteso con impazienza», perché «testimonianza del dialogo tra l’arte e la Chiesa», visto che «ciò che sta a fondamento del Kolumba è proprio la ricerca della discussione e dello scambio tra fede e società secolarizzata nell’ambito dell’arte». 

A Meisner vorrebbero attribuire poi «la rassegnazione e la paura ampiamente diffusa tra i collaboratori dell’arcidiocesi», nonché «il dissanguamento interiore della comunità». Ma basta confrontare i dati che riguardano Colonia con quelli dei partecipanti alle celebrazioni eucaristiche in altre diocesi i cui pastori sono graditi ai sei “leader” (Aquisgrana, Hildesheim, Amburgo, Essen) per capire quanto sia strumentale l’attacco contro il cardinale. 

L’altro documento, la lettera promossa dalla Kölner Kircheninitiative (una quindicina tra sacerdoti, diaconi e teologi, con il sostegno di Hans Küng e del gesuita Klaus Mertes) è stata anch’essa inviata a papa Francesco, ma anche «ai membri del Capitolo del Duomo di Colonia” e ai «confratelli» diocesani. I sottoscrittori lamentano il fatto che né il Concordato Prussiano del 14 giugno 1929, né gli Statuti del Capitolo Metropolitano di Colonia del 1° gennaio 2010 prevedono nel contesto della procedura di scelta «un esplicito coinvolgimento di laici, diaconi o sacerdoti». La conseguenza è che «quasi nessuno dei due milioni dei cristiani cattolici dell'arcidiocesi di Colonia può esercitare il pur minimo influsso sulla scelta di un arcivescovo».

In sostanza, la «preghiera» indirizzata a papa Francesco, che ringraziano per tutto ciò che «ha già messo in movimento» mira, per la scelta del prossimo arcivescovo di Colonia, ad un «coinvolgimento dei fedeli, così da rendere possibile fin dall’inizio tra quelli e il loro futuro arcivescovo un buon rapporto». Ma questo, come ha scritto il citato Püttmann per www.domradio.de, «in un Paese nel quale la Chiesa si assottiglia e risulta spiritualmente atrofizzata e secolarizzata e tuttavia è ancora fortemente presente nella realtà secolare l’indicazione di un candidato vescovo vedrebbe come dominanti i criteri secolari, appunto, e non quelli ecclesiali. E su questo tema la Chiesa evangelica ne ha molte di storie da raccontare!».

E’ infatti illuminante il fatto che nella lettera si parli di «persona vicina alla comunità». Ma la scelta di un vescovo non ha nulla a che fare con l’elezione di un portavoce, di un moderatore, di un politico vicino al popolo. «La figura guida», tanto per stare al commento da laico di Püttmann, «dev’essere il più possibile uniformato a Cristo», solo così potrà essere davvero anche «vicino agli uomini», ma «non meno di quanto dev’essere prossimo a Dio nello Spirito Santo, piaccia o non piaccia allo Zeitgeist».