• MEDIO ORIENTE

Curdi, a frenare i turchi sono Assad e Putin

Le truppe siriane hanno passato l'Eufrate affiancando le forze curde e fronteggiando quelle turche, mentre i militari russi stanno pattugliando la linea di contatto tra gli eserciti di Siria e Turchia. Così, mentre gli Usa si ritirano e la UE è assente, Assad e Putin appaiono come i veri vincitori.

Bombardamenti turchi in Siria

Erdogan attacca i curdi e mentre fa i conti con le dure critiche di tutto l’Occidente, sono Putin e Assad a imporsi come risolutori della nuova crisi.
Il ministero della Difesa a Mosca ha reso noto ieri che militari russi stanno pattugliando da ieri la “linea di contatto” tra le forze siriane e turche nel nord-est della Siria, dove Ankara ha sferrato un'operazione militare contro le milizie curde delle Unità di protezione popolare (Ypg).

Le truppe di Assad hanno superato l’Eufrate affiancando le forze curde e fronteggiando le truppe turche e le milizie alleate di Ankara: sul terreno i combattenti curdi oppongono una dura resistenza alle forze turche e ai loro alleati a Ras al Ain mentre a Manbij, evacuata dagli americani, sono entrati i soldati di Damasco.
Le forze siriane "hanno preso il pieno controllo di Manbij e delle località nelle vicinanze", ha detto il ministero della Difesa russo, sottolineando che "la polizia militare russa continua a pattugliare i limiti nord-occidentali dell'area di Manbij lungo la linea di contatto tra gli eserciti della Repubblica araba siriana e la Turchia". Allo stesso tempo, le forze della Coalizione anti-Isis a guida Usa hanno confermato il loro ritiro dalla zona contesa di Manbij.

Mentre gli USA si defilano e Trump, dopo aver di fatto autorizzato Erdogan ad attaccare minaccia ora sanzioni economiche ad Ankara, il Cremlino assicura che non permetterà "alcuno scontro tra Turchia e Siria e schiera i militari russi lungo la “linea di contatto” tra le forze siriane e turche.
Mosca garantisce anche che la Turchia è in contatto "in tempo reale" con Damasco, attraverso i rispettivi ministeri della Difesa, i servizi di intelligence e i ministeri degli Esteri. Affermazione che sembra indicare l’esistenza di una regia congiunta che costituisce oggi l’unica speranza per i curdi di non vedere invaso l’intero Rojava settentrionale.

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha ribadito che “continueremo la nostra lotta... fino a quando non avremo raggiunto gli obiettivi che ci siamo prefissati", ma pare improbabile che intenda sfidare sul campo di battaglia le truppe di Assad protette dalla Russia, oggi l’unico ”amico” rimasto a Erdogan.
Del resto la rapida penetrazione delle truppe di Damasco nella regione curda nel nord della Siria rappresenta la vera svolta nel conflitto da cui statunitensi, britannici e francesi si sono defilati nelle ore scorse.

Nell’offensiva Ankara sta impiegando in prima linea soprattutto le milizie dell’Esercito siriano libero (ESL), nemiche giurate di Assad, con l’obiettivo di ridurre al minimo le perdite tra le proprie fila. Contro le forze di Assad le milizie dell’ESL verrebbero però annientate senza l’intervento diretto dei turchi. Inoltre queste milizie sono penetrate nel Rojava attratte dal bottino garantito dal saccheggio delle città curde (come accadde l’anno scorso ad Afrin) non certo per farsi sterminare dalle truppe di Assad o dai russi.

La rapida messa a punto di una regia congiunta tra russi, siriani e turchi lascia il sospetto che l’operazione turca “Fonte di pace” sia stata scatenata proprio con l’obiettivo di consentire a Trump di evacuare i suoi militari dalla Siria Orientale e porre le basi per una soluzione del conflitto gestita da Ankara e Damasco con la mediazione attiva di Mosca.

Ipotesi suffragata dal fatto che poche ore prima che Damasco annunciasse l’intervento delle sue truppe, Erdogan si era detto certo che gli imminenti colloqui con Putin avrebbero permesso di trovare una soluzione alla crisi. Assad e Putin appaiono quindi come i veri vincitori. Il presidente siriano compie un ulteriore passo verso la riunificazione nazionale ma soprattutto emerge come l’uomo che ha salvato i curdi assumendo il ruolo di stabilizzatore con il supporto di quella Lega Araba che fino a ieri ne voleva la caduta.

Mosca invece emerge come la vera potenza di riferimento in Medio Oriente, immagine rafforzata dai viaggi di Putin in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti: un’area dove oggi è considerata molto più credibile e affidabile di Washington. 
Al tempo stesso gli ultimi sviluppi del conflitto ridicolizzano la posizione dell’Europa, impegnata a esprimere condanne e valutare embarghi sulle forniture di armi ad Ankara ma senza nessuna azione concreta per difendere i curdi, protetti invece dai “cattivi” Assad e Putin.

Tra una manifestazione di piazza e un dibattito parlamentare, l’Europa dovrà pure interrogarsi sul sostegno offerto per anni a quei ribelli siriani “moderati” che altro non sono che le stesse milizie jihadiste (fratelli musulmani, salafiti, qaedisti ed ex dell’Isis) che oggi affiancano le truppe turche anche con l’obiettivo di liberare i combattenti del Califfato catturati e imprigionati dai curdi.