• COMUNISMO

Cubani contro il regime, Black Lives Matter con la dittatura

I cubani di Milano si sono dati appuntamento ieri di fronte al Cuba Point di via Sidoli. «I cubani scendono in piazza senza armi, per chiedere la libertà, con manifestazioni pacifiche. E la polizia ha sparato. Gli agenti hanno ammazzato anche bambini», denuncia l'organizzatrice Dailaine Nunez Lopez. Ma nessuno si inginocchia per protesta. Tanto più che Black Lives Matter prende posizione... dalla parte del regime comunista.

Poster contro Miguel Diaz Canel presidente di Cuba

I cubani di Milano si sono dati appuntamento ieri di fronte al Cuba Point di via Sidoli. La manifestazione, pacifica, non ha mai rischiato lo scontro con i contro-manifestanti che prendevano le parti del regime castrista. Un fitto cordone di polizia ha tenuto separati i due sit-in.

Gli slogan della manifestazione di solidarietà, sono quelli che abbiamo imparato a conoscere: Patria e Vita, soprattutto, una risposta al “Patria o morte!” grido di battaglia di Castro. La voglia di vivere e di libertà si manifesta anche nella gioia di questo popolo di dissidenti che fino a tarda sera affolla i locali di Città Studi, disperdendosi in caroselli improvvisati di auto che sventolano le bandiere cubane. Discrete, ma ci sono, anche le presenze politiche italiane: radicali (+Europa), Forza Italia e il piccolo ma attivissimo Istituto Liberale (che aveva organizzato nel 2019 la manifestazione per la libertà di Hong Kong). Più tardi arrivano anche i ragazzi di Students for Liberty, organizzazione libertaria internazionale con sede negli Usa. Tutto l’opposto di quel che si poteva vedere dall’altra parte della barricata: berretti dell’esercito cubano, magliette con la stella rossa e il classico volto del Che. Miti e mondi opposti si confrontavano (con la polizia a tenerli ben separati).

Cuba è un luogo dell’anima, una causa universale oltre che una nazione. Una di quelle che dividono l’umanità in poli opposti: o si ama la rivoluzione, o si amano i “controrivoluzionari”, come vengono bollati dal regime castrista. L’amore per la rivoluzione castrista è molto tenace e condiziona ancora la narrazione degli eventi cubani del presente, anche nei media italiani. Quel che si notava fra i manifestanti, ieri, era un diffuso senso di frustrazione per come i media sfumano, quando non tacciono, gli eventi in corso nell’isola caraibica comunista. «Io spero che ci sia consapevolezza di quel che avviene a Cuba, ma guardo i telegiornali e noto che non stanno raccontando tutto», ci spiega Dailaine Nunez Lopez, una ragazza cubana, da 11 anni in Italia, che ha organizzato questa manifestazione milanese, con grande entusiasmo, senza aiuti di organizzazioni strutturate e in appena quattro giorni. «Dicono solo alcune cose. Non dicono che gli uomini del regime stanno ammazzando la gente. I cubani scendono in piazza senza armi, per chiedere la libertà, con manifestazioni pacifiche. E la polizia ha sparato. Gli agenti hanno ammazzato anche bambini, uno di tredici anni. Hanno ammazzato genitori davanti agli occhi dei loro figli. Non è giusto che un bambino di cinque anni veda i genitori uccisi. Non è giusto che non si sappia!»

Gli oratori della manifestazione dicono chiaro e tondo i motivi della protesta: il comunismo è fame. Il comunismo è dittatura: nessuna elezione in 62 anni. E si sentono raccontare vere storie dell’orrore, come le squadre reclutate dal Partito per picchiare i manifestanti per strada (hanno pubblicato un bando per reclutarli, pochi giorni fa, come denuncia la blogger dissidente Yoani Sanchez), o la polizia che entra nelle case, anche per uccidere. E le madri degli arrestati che cercano disperatamente i figli, perché di loro non sanno più nulla. Pare effettivamente strano che un Paese completamente sottomesso, dove il regime reprime le manifestazioni con questi livelli di violenza, non susciti troppa solidarietà internazionale. Per un singolo atto di brutalità della polizia di Minneapolis (l’uccisione di George Floyd) si inginocchiano ancora oggi, a più di un anno di distanza, politici, tennisti e calciatori di fama mondiale, per rispetto alla causa del movimento Black Lives Matter. Ma per la polizia cubana che spara su manifestanti disarmati, che in maggioranza sono neri, non si inginocchia nessuno.

A proposito: cosa sta dicendo, di Cuba, Black Lives Matter? Ieri l’organizzazione anti-razzista si è schierata apertamente: contro il governo Usa. Quindi, di fatto, dalla parte del regime castrista, di cui ha fatto proprie retorica e argomenti. «Black Lives Matter condanna il trattamento disumano a cui il Governo Federale degli Usa sottopone i cubani ed esige la rimozione immediata dell’embargo a Cuba». Anche i media italiani parlano spesso dell’embargo americano, quale causa della sofferenza del popolo cubano. «Non è più una scusa valida. Il blocco lo abbiamo noi dentro – ribatte la Nunez Lopez – Si possono importare fino a dicembre tutte le medicine e tutti i viveri di cui abbiamo bisogno».

Nel comunicato di Black Lives Matter, leggiamo la classica narrazione marxista degli eventi, nella consueta retorica di estrema sinistra: «Il popolo cubano è stato severamente punito dagli Stati Uniti perché il Paese ha mantenuto le sue promesse di sovranità e auto-determinazione. I leader statunitensi hanno cercato di schiacciare la Rivoluzione per decenni», insinuando così che anche le proteste attuali potrebbero essere opera sovversiva di Washington.

La presa di posizione di Blm, per chi ne conosce le origini ideologiche, non dovrebbe stupire nessuno: è un movimento apertamente marxista e intende la causa anti-razzista solo come lotta di classe razziale. Stupisce, piuttosto, che chi si inginocchia per rispetto a Blm, credendo di giovare semplicemente alla causa anti-razzista, non noti il peggiore dei paradossi: che un movimento nato contro la violenza della polizia (americana) finisca per sostenere la dura repressione di uno Stato di polizia comunista, anche contro manifestanti neri.

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