Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Giuseppe Cafasso a cura di Ermes Dovico
COMUNISMO LATINO

Cuba: liberalizzazioni economiche, ma la repressione politica aumenta

Il regime comunista cubano annuncia una radicale riforma economico, sul modello cinese: liberalizzazione economica, ma pugno duro politico del partito unico. E gli arresti aumentano come documenta il rapporto Prisoners Defenders International. 

Esteri 23_06_2026
Cuba, pannelli solari contro la penuria elettrica (AP)

Cuba approva una svolta storica verso l’economia di mercato. Il Partito Comunista ha varato un piano articolato in 176 riforme economiche per affrontare la grave crisi alimentare ed energetica, ispirandosi ai modelli di Cina e Vietnam.

Il cuore delle misure riguarda l’espansione del settore privato e l’apertura agli investimenti dei cubani residenti all’estero, che potranno finanziare attività produttive e immettere capitali nel Paese. Il piano prevede inoltre nuove tutele per gli investitori stranieri, la fine del controllo statale sui prezzi, la privatizzazione di alcuni asset pubblici – tra cui gli hotel – e la possibilità di convertire parte del debito nazionale in partecipazioni societarie.

Dal punto di vista politico, non è prevista alcuna apertura democratica: il Partito Comunista mantiene un controllo centralizzato e rigoroso su tutte le leve di un regime che fa vivere all’isola la crisi economica più grave dagli anni Novanta. La popolazione affronta carenze diffuse di acqua, elettricità, medicinali e alimenti, mentre si riducono ulteriormente gli spazi di libertà di espressione e di protesta. Il governo continua ad attribuire il collasso al “blocco”, una spiegazione sempre più contestata anche da ex alleati, mentre si rafforza il sistema repressivo contro chi denuncia pubblicamente le condizioni di vita nel Paese.

«La repressione a Cuba ha raggiunto livelli tra i più alti degli ultimi decenni. Parliamo in gran parte di cittadini comuni, non affiliati all’opposizione, fermati per proteste pacifiche contro la miseria, per attività giornalistica indipendente o per critiche espresse sui social», racconta a La Nuova Bussola Quotidiana Javier Larrondo, presidente di Prisoners Defenders International, organizzazione che tutela i diritti umani e i prigionieri politici. Nel suo ultimo rapporto mensile, l’organizzazione segnala 28 nuove aggiunte alla lista dei prigionieri politici, molte legate alle proteste contro blackout elettrici, carenze d’acqua, scarsità di cibo e peggioramento generale delle condizioni di vita. La repressione, secondo il report, non colpisce più solo attivisti noti o oppositori strutturati, ma sempre più spesso cittadini comuni: professionisti, madri, minori e utenti dei social media arrestati per proteste pacifiche o critiche pubbliche.

Il rapporto di maggio documenta anche una nuova ondata repressiva contro le donne, con casi di detenzioni senza controllo giudiziario, ritorsioni per post sui social, minacce, isolamento carcerario, scioperi della fame e conseguenze dirette sui figli delle detenute. Tra gli episodi citati, la notte del 19 maggio ad Antilla, nella provincia di Holguín (nord-est dell’Isola), centinaia di residenti sono scesi in strada in una protesta spontanea e in un “cacerolazo” contro blackout che in alcune zone superavano le 20 ore giornaliere e contro la crisi economica. I manifestanti hanno marciato fino al commissariato locale chiedendo “Libertà” e “Patria y Vida”. Le forze dell’ordine hanno risposto con un’ampia operazione di controllo e militarizzazione dell’area.

A seguito di queste proteste, il rapporto segnala l’arresto di 14 nuovi prigionieri politici, tra cui membri della stessa famiglia. Vengono inoltre riportati casi di retate, detenzioni usate come forma di pressione sui nuclei familiari e la vicenda di un cittadino vulnerabile con gravi problemi di salute mentale e dipendenze.

Il documento descrive anche episodi di repressione legati ai contatti con diplomatici stranieri. Un attivista di 67 anni è stato arrestato dopo aver ricevuto in casa un capo missione statunitense, episodio che viene interpretato dall’organizzazione come un atto di intimidazione verso chi riceve visibilità internazionale.

Tra i casi individuali emerge quello di un lavoratore autonomo arrestato per aver pubblicato sui social alcuni post contro i continui blackout elettrici e le condizioni economiche. Secondo il rapporto, avrebbe subito interrogatori prolungati, privazione del sonno e del cibo e trattamenti degradanti in detenzione, oltre a una lunga custodia cautelare in attesa di processo per “oltraggio”. Il rapporto segnala inoltre una nuova morte in custodia statale. I prigionieri politici versano in condizioni sempre più gravi: 449 detenuti presentano malattie serie e 52 soffrono di disturbi mentali gravi, con necessità di assistenza urgente o rilascio immediato.

Viene inoltre evidenziato che, dei 2.010 prigionieri che il regime avrebbe dichiarato di aver scarcerato, l’organizzazione ha potuto verificare un solo caso di effettiva liberazione di un prigioniero politico. Secondo i dati riportati, dal 2023 sarebbero almeno sei i prigionieri politici morti in custodia, mentre le condizioni sanitarie dei detenuti restano critiche. Particolare preoccupazione viene espressa per la detenzione di minori in strutture per adulti, con casi di adolescenti detenuti che avrebbero contratto malattie in carcere o subito violenze e pressioni psicologiche.

Infine, il rapporto analizza anche un elenco ufficiale di detenuti diffuso dalle autorità cubane, rilevando numerose incongruenze: su oltre duemila nomi, solo una minima parte risulta effettivamente riconducibile a casi già documentati come prigionieri politici, mentre le liberazioni effettive verificate risultano estremamente limitate.