• Saïd Djabelkhir

Critica l’islam: studioso algerino condannato a 3 anni

Professore di lingua e filosofia araba, giornalista e scrittore esperto di sufismo, Saïd Djabelkhir è diventato il primo accademico a essere condannato alla galera in Algeria “per aver insultato i precetti dell’islam”. In realtà, la sua colpa è l’aver provato a sottoporre l’islam a “ragione interrogativa”, facendo precisazioni storiche non gradite.

“È una lotta che deve continuare per la libertà di coscienza, per la libertà di opinione e per la libertà di espressione. Perché la lotta per la libertà di coscienza non è negoziabile”. Così ha dichiarato Saïd Djabelkhir, uscendo dall’aula di tribunale che lo ha condannato a tre anni di carcere per aver criticato l’islam. Djabelkhir, professore di lingua e filosofia araba, giornalista e scrittore, islamologo algerino specializzato in sufismo, da pochi giorni è il primo accademico in Algeria a essere stato condannato alla galera, e a una multa pari a 50.000 euro, “per aver insultato i precetti dell’islam”.

Noto conduttore radiotelevisivo in Algeria, ma anche in Europa, fondatore di Circle of Lights for Free Thought, già nel 2019 aveva criticato una certa dimensione delle credenze islamiche e la cosa lo aveva esposto al ludibrio di alcuni movimenti che avevano chiesto fosse messo a morte. Ora Djabelkhir è stato condannato dalla magistratura algerina. Oppositore strenuo del sunnismo, e in particolare di salafiti e wahhabiti, non poteva che aspettarsi una simile sentenza.

Visto come una dittatura residuale, il governo algerino cerca di imporre l’islam nella sua declinazione sunnita a tutta la popolazione. In Algeria, infatti, l’immaginario collettivo guarda al sunnismo come elemento imprescindibile per dirsi algerini veramente, fino in fondo. E così, da tempo, la legge e la giustizia vengono usate per colpire le minoranze musulmane e i cristiani: si chiede giustizia contro gli “apostati” e gli “infedeli”.

Tutto inizia quando Saïd Djabelkhir viene denunciato da alcuni colleghi, a inizio anno, per aver deciso di rispondere a un predicatore salafita che aveva emesso una fatwa contro il capodanno berbero: giudicata una festa pagana, la celebrazione era stata declassata ad haram, proibita. Il professor Djabelkhir aveva allora voluto ricordare come alcuni rituali adottati dall’islam esistevano già molto prima che Maometto li codificasse. Come certi pellegrinaggi. Accusato di mettere in discussione le parole di Maometto e di aver considerato inammissibili alcuni hadith (le parole attribuite a Maometto) è finito in tribunale. Aveva anche avanzato alcune perplessità circa il consiglio del profeta di bere urina di cammello per scopi terapeutici, “per me non dovrebbe essere attribuito a lui”. Per Djabelkhir il pellegrinaggio a La Mecca, il rituale giro intorno alla Kaaba e il matrimonio con le bambine sono rituali pagani e pre-islamici. Affermazioni che non gli sono state perdonate.

L’islam è la religione di Stato in Algeria. La legge impone una multa o una pena detentiva a “chiunque offenda il Profeta o denigra i precetti dogmatici dell’Islam, siano essi scritti, disegni, dichiarazioni o altri mezzi”. Secondo l’accusa, le sue considerazioni, avanzate con il piglio critico dello studioso e con nozioni storiche, sono pericoli perché hanno “deriso” e “disprezzato” la vera fede. In realtà la colpa di Saïd Djabelkhir è l’aver provato a sottoporre l’islam a “ragione interrogativa”. Il dibattito che ne è nato è stato talmente violento che, secondo la cronaca del processo, persino il presidente della Corte ha dovuto richiamare all’ordine l’accusa.

Si tratta di una vicenda che sfida la libertà d’espressione e di coscienza. L’Algeria in questo momento è a un bivio cruciale sui diritti umani; per la difesa sono abbondantemente stati scavalcati e schiacciati, da tempo. La fibra religiosa di un intero popolo è sfruttata senza pudore per seminare disordine e divisione. La giustizia è stata, infatti, investita della missione di proteggere i diritti e le libertà solo islamiche in un apparato di controllo pignolo del pensiero. In un comunicato dal titolo “La deriva del troppo”, la Lega algerina per la difesa dei diritti umani (Laddh) ha denunciato “la criminalizzazione delle idee, del dibattito e della ricerca accademica ancora garantita dalla Costituzione”. Amnesty International, da parte sua, ha evocato una “spaventosa regressione per la libertà di espressione in Algeria”.

Djabelkhir era già stato al centro di numerose minacce di morte, anche da parte di imam. Aveva criticato la Fratellanza Musulmana e la sua ideologia, l’Arabia Saudita e il suo ruolo nella diffusione di un certo islam, asserendo che “i sauditi, dal 1979 ad oggi, hanno speso più di 64 miliardi di dollari per propagare il fondamentalismo islamico. Questa cifra può dare l’idea della portata del danno arrecato alle società”. Aveva anche chiesto una “riforma religiosa”. Ma tutto ciò nel 2019 gli era costato svariate minacce di morte (sui social venne pubblicato anche l’indirizzo del suo studio al grido: “Dobbiamo affrontarlo oggi, non domani”) e una campagna d’odio, con programmi televisivi ad hoc per diffamarlo.

Con il suo “Circolo delle luci per il pensiero libero”, le conferenze e gli interventi sui social, il professore denuncia una società algerina che a 20 anni dal “decennio nero” è cambiata poco. Dagli anni Novanta anche i programmi scolastici sono gli stessi.

All’indomani della sentenza, l’Algeria ha visto una nuova manifestazione del popolare movimento Hirak riversarsi per le strade per chiedere la fine di “ingiustizia e di oppressione”.

In Algeria il flusso di proteste contro l’attuale classe dirigente non si è mai arrestato. Spesso le manifestazioni sono state dipinte come “anti Bouteflika”, ma in realtà il malcontento dei cittadini algerini non è soltanto contro l’ex capo dello Stato oramai fuori dal contesto politico, da quasi due anni. Ad Algeri è cambiato il presidente, ma la popolazione è ancora in piazza. I nodi sociali ed economici da cui è stata avviata la protesta nel febbraio 2019 non sono mai stati affrontati.

Anche i cristiani sono perseguitati dalla giustizia islamica algerina. L’ultimo caso eclatante è stato quello di Abdelghani Mameri, un cristiano copto accusato di evangelizzazione, e condannato il 15 dicembre dal tribunale di Amizour a “sei mesi di prigione e una multa di 100.000 dinari”. Come con il professor Djabelkhir, anche in quell’occasione l’aula è stata invasa da musulmani con barbe lunghe giunti per sostenere la giustizia contro i cosiddetti “infedeli”.

In altre parole, anche se la libertà di coscienza è sancita dalla Costituzione, resta un sogno per gli algerini non sunniti. Perché oggi quell’ideologia è talmente estesa a tutta la società, che durante il Ramadan alcuni cittadini che ne hanno la possibilità preferiscono fuggire dal Paese per vivere in libertà e senza minacce. Altri ancora, messi a tacere, preferiscono vivere nel nascondimento per evitare la persecuzione dello Stato algerino.

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