• LAOS, PAKISTAN, INDIA

Cristiani perseguitati, ma saldi nella fede

I cristiani non sono perseguitati solo in Iraq e in Nigeria, dove le loro sofferenze fanno notizia. Subiscono anche una silenziosa e quotidiana violenza in tutte le terre in cui sono minoranza. Le ultime due settimane sono piene di episodi di deportazioni, aggressioni fisiche e conversioni forzate di cristiani, in Laos, Pakistan e India.

Radicale indù

Vivere a mala pena tollerati, in un ambiente estraneo, a tratti ostile, in cui diffidenza, disprezzo e risentimento d’improvviso possono tradursi in violenza estrema.

È quel che sperimentano milioni di cristiani sparsi per il mondo. Si sa delle tragedie immani, come quelle dei cristiani perseguitati in Iraq e Siria dall’Isis, il Califfato islamico fondato da al Baghdadi lo scorso giugno, e in Nigeria dai Boko Haram, i jihadisti dell’altro Califfato che cresce da agosto nel cuore del continente africano. Di tanti altri cristiani si dice poco o nulla, perseguitati anch’essi, senza il conforto di sapersi pensati, ricordati nelle preghiere: eppure, saldi nella fede.

In Laos, tra fine agosto e settembre – ma la notizia si è diffusa soltanto nei giorni scorsi – sei famiglie cristiane di etnia Hmong, circa 25 persone tra adulti e bambini, sono state costrette a forza a lasciare il loro villaggio, Ko Hai, situato nel distretto centrale di Khamkeut. Senza più casa e mezzi di sussistenza, partiti con quel poco di indumenti e supellettili che hanno potuto mettere insieme e trasportare, hanno trovato temporanea accoglienza nel villaggio di Hoi Keo, nello stesso distretto.

I Hmong sono una minoranza etnica (l’8% della popolazione) accusata di tradimento e perseguitata dal governo comunista laotiano per il ruolo da essi svolto, a fianco degli Stati Uniti contro le forze nordvietnamite, durante la guerra civile combattuta tra il 1953 e il 1975. I Hmong profughi  nei paesi vicini e soprattutto negli Stati Uniti sono circa 200.000. Si calcolano in 100.000 quelli caduti vittime delle vendette governative.

Ma non per questo le sei famiglie Hmong si sono inimicate gli abitanti del loro villaggio, bensì per il loro persistente rifiuto tornare alla religione tradizionale, animista, praticata dalla maggior parte degli abitanti di Ko Hai e dei villaggi vicini (il 67% dei laotiani sono buddisti, il 31,5% sono animisti, l’1,5% sono cristiani). I capi del loro villaggio, con il sostegno delle autorità locali, a luglio avevano dapprima arrestato due uomini e, in carcere, avevano tentato di indurli all’abiura. Vista la loro resistenza, dopo un mese li avevano liberati, ma hanno continuato a esercitare pressioni e intimidazioni sulle famiglie finchè, non ottenendo che rinunciassero alla fede cristiana, le hanno espulse.

Altri due Hmong cristiani sono in carcere dall’inizio di novembre, per la stessa ragione: il rifiuto di abiurare. Fanno parte di un gruppo di sette cristiani, tra cui un ragazzino di 14 anni, arrestati nella provincia di Luang Namtha, nel nord ovest del paese.

In Pakistan un’intera, piccola comunità cristiana, composta da nove famiglie, è stata a sua volta costretta il 13 novembre a lasciare il proprio villaggio, Chak, situato nei pressi di Sahiwal, nella provincia del Punjab. In questo caso ad aprire la crisi è stata la notizia del matrimonio di una giovane musulmana di Chak, Rukhsana Kausar, con Shahab Masih, un ragazzo cristiano. I due giovani si sono conosciuti a Chak, dove Shahab ha dei parenti, ma si sono sposati e vivono in un villaggio lontano. Così è ai famigliari di Shahab residenti a Chak che la famiglia della ragazza si è rivolta esigendone l’immediata “restituzione”, forte del fatto che la legge coranica proibisce alle donne islamiche di sposare uomini di altre religioni. Poi, vedendo la richiesta ignorata, il padre di Rukhsana è ricorso alla polizia accusando Shahab Masih di aver rapito sua figlia. Nel frattempo l’intera comunità islamica ha iniziato a minacciare di morte i parenti di Shahab e poi tutti i cristiani del villaggio. Alla fine, temendo per la vita, questi hanno deciso di andarsene e adesso sono senza casa e senza i negozi da cui traevano di che vivere. Neanche così si sentono al sicuro, tanto più che per ora le autorità non hanno risposto alla loro richiesta di aiuto. È intervenuto nel frattempo il leader cristiano Aslam Sahotra, presidente dello Human Liberation Front Pakistan, che ha inoltrato un appello al primo ministro del Punjab Shahbaz Sharif affinchè ne assicuri il ritorno a casa sotto protezione.

Ancora più drammatiche sono le notizie sempre più numerose di aggressioni e minacce patite dai cristiani che vivono in India. Ecco le più recenti.

Il 26 ottobre nel villaggio di Madota, nel distretto di Bastar, stato di Chhattisgarh, da mesi teatro di persecuzioni contro i cristiani, un gruppo di fedeli è stato aggredito da circa 40 militanti del Bajrang Dal, l’ala giovanile del movimento fondamentalista indù Sangh Parivar, che li hanno accusati di praticare conversioni forzate. Si è trattato di una sorta di agguato. Infatti i cristiani avevano appuntamento con dei funzionari amministrativi per discutere un ricorso presentato da poco contro la messa al bando dei missionari cristiani decisa in alcuni villaggi del distretto. Invece dei funzionari, però, si sono presentati i militanti armati.

Nelle stesse ore, nello stato dell’Uttar Pradesh, distretto di Jaunpur, 310 cristiani si sono riconvertiti all’induismo, cedendo alle minacce dei fondamentalisti indù. È la terza volta che si verificano riconversioni collettive forzate in meno di due mesi. L’evento del 26 ottobre ha ricevuto particolare risonanza perchè è stato fatto coincidere con il Diwali, una delle più importanti feste induiste. Come riportava l’agenzia di stampa AsiaNews il 28 ottobre, i riconvertiti appartengono a 30 famiglie che hanno abbracciato il cristianesimo negli ultimi quattro anni.

Il 4 novembre a fare le spese della violenza induista sono stati otto cristiani denudati, picchiati e frustati nel villaggio di Kotla, nel Madhya Pradesh, da militanti del Bajrang Dal. Si tratta di sette fedeli che insieme al reverendo Rana stavano preparando un ufficio di preghiera. Invece di soccorrerli, la polizia intervenuta li ha arrestati accogliendo le accuse false di tentata conversione mosse dai fondamentalisti. Dal 1968 è in vigore nello stato del Madhya Pradesh una legge che regolamenta le modalità di conversione da parte delle minoranze religiose. Inasprita con degli emendamenti nel 2013, viene sfruttata spesso dalle forze radicali indù per perseguitare i cristiani.

Ma, come spiegava il 14 novembre all’agenzia di stampa AsiaNews Sajan George, presidente del Global Council of Indian Christians, è in tutto il paese che gli estremisti indù attaccano le minoranze religiose – anche gli islamici, non solo i cristiani – denunciandone le attività come una minaccia all’unità dell’India. «Sono le forze straniere che tentano di distruggere l’unità dell’India ricorrendo alle conversioni e ad altre attività» – è l’accusa lanciata per l’ennesima volta da Mohan Bhagwar, capo del gruppo paramilitare radicale indù Rashtriya Swayamsevak Sangh, durante le celebrazioni per i 50 anni di un’altra organizzazione estremista, il Vishwa Hindu Parishad, svoltesi l’11 e il 12 novembre nel Karnataka: parole che alimentano pregiudizi, sospetti e diffidenza nei confronti delle minoranze. Contro i cristiani, in particolare, le accuse ricorrenti sono di essere “stranieri” e di comprare le conversioni con denaro ed “estorcerle” con attività caritatevoli.