• L’INIZIATIVA

Cristiani perseguitati, la preghiera dei Trinitari

Si è chiusa il 23 ottobre la settimana di preghiera, che ha interessato 25 Paesi, promossa dai padri e religiosi Trinitari in favore dei cristiani perseguitati. Un’iniziativa nel solco di un impegno secolare, secondo il carisma proprio dell’Ordine fondato da san Giovanni de Matha per riscattare i fedeli fatti prigionieri dai mori. E che tra le sue devozioni ha quella alla statua, riscattata, di Gesù Nazareno

Una statua non parla, lo sappiamo. Una statua è lì, ferma, posta magari dentro una nicchia o vicina a qualche altare. Statua di marmo, o legno non importa. E, vista così, potrebbe anche dire nulla: è in silenzio, è muta davanti al fedele che si reca, orante, presso questo simulacro, simbolo di altro, anzi di Altro (con la “A” maiuscola). Eppure, anche le statue “parlano” e tanto. Parlano di storia, di personaggi, legati fra loro da una linea rossa che rende queste biografie un intreccio di animi, di cuori che hanno respirato insieme: accomunati tutti da una Croce, la Croce di Cristo.

È il caso della statua del Gesù Nazareno, così profondamente legata alla storia dei Padri Trinitari, l’ordine religioso fondato da san Giovanni de Matha (1154-1213) e approvato da Innocenzo III nel 1198.

La devozione trinitaria verso questa immagine risale alla fine del 1600 e ancora oggi essa è patrona dei cristiani perseguitati, per i quali i Trinitari si adoperano da secoli. La statua di Gesù Nazareno fu trovata in Marocco immersa in un letamaio da parte di un frate laico, fra Pedro di Los Angeles, dei Padri Trinitari Scalzi. In virtù del carisma del suo Ordine, chiese il riscatto di sette immagini sacre in cambio di sette mori, che il re avrebbe potuto scegliere tra i prigionieri catturati dagli spagnoli con la condizione che il religioso sarebbe stato bruciato vivo se non avesse tenuto fede all’accordo. Il re accettò, a patto che il frate trovasse il denaro corrispondente al peso della statua, che era di legno massiccio. Al momento del peso bastarono 30 monete d’oro, che il re Carlo II aveva inviato per il riscatto, a simbolo dei 30 denari per cui Giuda aveva venduto Gesù.

Questa, secondo la tradizione, l’origine della devozione. Ma c’è molto di più. E riguarda il tempo presente, in cui i cristiani sono perseguitati in molte terre. Proprio per questo motivo, l’Ordine della Santissima Trinità ha vissuto una settimana di preghiera, dal 17 al 23 ottobre: venticinque Paesi del mondo in preghiera grazie a un sussidio liturgico comune, composto ad hoc, per porre fine all’annosa tragedia dei cristiani che - per la loro fede - vengono perseguitati. E non poteva che essere, appunto, l’Ordine Trinitario a presentare questa iniziativa, vista la storia che li rende sempre “nuovi”, sempre “vivi” in un contesto politico mondiale - come ad esempio quello della Siria e della Turchia e di altre zone geografiche sofferenti del globo - che presenta problematiche profonde riguardo a questo delicato tema.

L’Ordine Trinitario, nato al tempo delle Crociate, ha sempre compiuto la sua missione per la via della pace. I Trinitari hanno liberato migliaia di schiavi cristiani. Per secoli, infatti, l’Ordine della Santissima Trinità è stato luogo d’incontro umanitario della Chiesa. San Giovanni Paolo II così si espresse, nel 1998, verso i Padri Trinitari: “Il vostro Ordine ha fatto della liberazione degli oppressi e dell’amore per i poveri un tratto qualificante della propria missione nella Chiesa e nel mondo”. Un Ordine “così antico e così nuovo”, come lo definì san Paolo VI nel 1974.

Basterebbe leggere lo statuto ufficiale del Sit (Solidarietà Internazionale Trinitaria), organismo approvato nel 1999 dal Capitolo generale straordinario, per comprendere appieno come l’impegno per i cristiani perseguitati sia una costante dell’intero Ordine di san Giovanni de Matha. Il loro impegno, costante, per questa “buona battaglia” - come la definirebbe san Paolo - rende l’Ordine Trinitario uno degli ordini che maggiormente impegna la propria vocazione evangelica al servizio dei più deboli, soprattutto se “schiavi”, se “perseguitati”.

Tornando al sussidio liturgico che hanno adottato le comunità trinitarie di 25 Paesi, esso è un’accorata preghiera mondiale: una voce al Signore per porre fine alle barbarie contro bambini, famiglie che hanno la sola “colpa” di credere in Cristo. Nella prefazione (a cura di padre Antonio Aurelio Fernández) al testo di queste preghiere, si legge: “Il Giovedì Santo, nel Cenacolo di Gerusalemme, il Figlio di Dio ha celebrato l’Eucaristia con i suoi. La persecuzione, il martirio e la morte erano imminenti. Pertanto, il Cenacolo è uno spazio per incontrarsi e prepararsi prima della missione finale. Potremmo dire che l’Eucaristia è l’anticipazione sacramentale del suo sacrificio finale. Ma nel Cenacolo è successo anche un altro evento unico, l’impulso alla missione della Chiesa. La Pentecoste è l’origine della missione ecclesiale”. Al centro, sempre l’Eucaristia, il segno - il signum - del sacrificio di Cristo per gli uomini. Ora, sono molti gli uomini che offrono la propria vita per quel signum e la preghiera rimane uno degli strumenti più importanti per stare accanto proprio a questa umanità sofferente.