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Crisi economica, una coda lunga

Abbiamo superato la fase più difficile dell'emergenza finanziaria, ma le conseguenze della crisi sono ancora tutte da scoprire.

Crisi economica

“L’emergenza non è finita, ma abbiamo superato la fase più difficile e pericolosa della crisi economica e finanziaria di questi ultimi anni”. Così il presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, si è espresso in varie occasioni nelle scorse settimane. E in particolare nell’incontro con la cancelliera tedesca Angel Merkel aveva sottolineato che “in questa fase della vita europea in cui la crisi più acuta sembra decisamente superata, non ci si può rilassare, né dal punto di vista delle politiche interne, né dal punto di vista delle politiche europee. Occorre che l'Unione europea entri in una fase nella quale presti attenzione all'occupazione, soprattutto quella giovanile”.


Come leggere queste parole? A che punto è l’Italia nell’operazione di superamento della crisi e soprattutto di avvio di quella tanto declamata fase due che dovrebbe portare un nuovo cammino di crescita?


Come spesso accade c’è una notizia positiva e una negativa. Quella positiva è che l’Italia ha sicuramente superato la fase più difficile dell’emergenza finanziaria, quella che nel novembre scorso aveva creato un vero e proprio panico nei mercati finanziari con una crescente difficoltà a collocare i titoli del debito pubblico. La notizia negativa è che per ottenere questo risultato sono state somministrate medicine talmente forti che il malato-Italia ne è uscito fortemente debilitato ed ora ha bisogna di una copiosa cura ricostituente.


Fuor di metafora, per ridare solidità ai conti pubblici il Governo Monti ha dovuto aumentare sostanzialmente la pressione fiscale, riformare incisivamente il sistema pensionistico, ridurre i trasferimenti agli enti locali (costringendoli ad aumentare le imposte di loro competenza). C’erano alternative? Guardando al passato certamente sì. Sulle pensioni si sarebbe dovuto intervenire molto prima (ma su questo tema il Governo Berlusconi aveva il demagogico veto della Lega). Così come era apparsa una mossa soprattutto elettorale l’abolizione dell’Ici che aveva creato un ulteriore buco nei conti pubblici. Così si sarebbero dovute realizzare le riforme più volte promesse, come l’abolizione delle Province, e mai concretamente realizzate.


Ma guardare al passato serve a poco. E’ già importante che le maggiori forze politiche abbiano riconosciuto, sia a destra che a sinistra, la loro incapacità a realizzare riforme significative. (Certo, anche a sinistra se è vero come è vero che il Governo Prodi era inopinatamente intervenuto sulle pensioni addirittura abbassando l’età pensionabile).

Così come era messa l’Italia nel novembre scorso le alternative erano ben poche. Il problema, come detto, è come evitare che ora dalla crisi finanziaria si passi ad un lungo e pericoloso periodo di stagnazione economica, se non di vera e propria recessione.


In questa fase l’Italia avrebbe bisogno, almeno in linea teorica, di una classica politica keynesiana: più spesa pubblica per realizzare infrastrutture creare posti di lavoro, moltiplicare i redditi, rilanciare i consumi e quindi l’economia. Ma il problema non è solo costituito dal fatto che il bilancio pubblico ha ben pochi margini per nuovi investimenti, ma soprattutto dalla sostanziale incapacità dello Stato di trasformare in opere concrete gli eventuali stanziamenti. Tra gli anni ’50 e ’60 ci sono voluti nove anni per realizzare gli oltre 700 km. dell’autostrada del Sole, in questo millennio a vent’anni dall’inizio dei lavori sono ancora lontani dall’essere completati i pochi chilometri della superstrada della Valcamonica.


Con in più la dimensione strutturale della crisi: con il tasso di natalità più basso d’Europa e con il (positivo) più rapido aumento della speranza di vita l’Italia deve affrontare cambiamenti di fondo di cui la politica non si è ancora resa conto. Di politiche per la famiglia infatti non sembra esservi traccia così come di progetti di formazione reale capaci di mantenere i meno giovani nei posti di lavoro.


Il Governo deve fare la sua parte, con una drastica lotta agli sprechi nella spesa pubblica, per garantire insieme la solidità dei conti pubblici e la possibilità di nuovi investimenti. Ma non bastano tagli e tassi, ci vuole “qualità” nella politica: riforme che diano spazio alla dignità e alla creatività delle persone, che riescano a rendere l’Italia attrattiva agli investimenti esteri, che ridiano fiducia alle famiglie e alle imprese. Un compito altrettanto difficile, quanto indispensabile. Per rendere meno lunga e mano amara la coda della crisi economica.