• LA PAURA CHE RENDE STUPIDI

Covid-mania: salvatori di vite puniti e anziani abbandonati

Il dottor Gianluca Iob dell'ospedale di Aosta era l’unico che poteva salvare una paziente. Lo ha fatto (senza infettare nessuno) anche se aveva il Covid, ma per questo è stato denunciato. Alcune persone hanno rischiato la morte perché non sono state curate immediatamente in attesa del tampone. La nuova ideologia salutista fa male al corpo e alla mente di un paese impazzito.

Una domenica pomeriggio dell’aprile scorso, una donna di sessant’anni viene ricoverata d’urgenza all’ospedale di Aosta per un aneurisma all’arteria splenica; la signora necessita di un intervento delicato, urgente, ma l’unico chirurgo in grado di svolgerlo, il dottor Gianluca Iob, si trova in isolamento domiciliare per una positività al tampone per il Covid; una semplice positività, senza alcun sintomo. Anzi, secondo le dichiarazioni del direttore dell’USL, Pier Eugenio Nebiolo, il tampone aveva dato «un esito debolmente positivo, quello che in altri laboratori viene definito "indeterminato"». Impossibile trasferire la persona in altro ospedale, date le sue condizioni cliniche.

Il responsabile del 118, Luca Cavoretto, contatta Nebiolo, che prende in mano la situazione e decide di chiamare il dott. Iob. Viene mandata a casa sua un’ambulanza per prelevarlo, condurlo in ospedale per effettuare il delicato intervento e poi riportarlo a casa. Il tutto senza sotterfugi: avvisate le autorità, avvisati i membri dell’équipe medica che ha collaborato per l’intervento chirurgico. Decisione coraggiosa, dati i tempi, ma assolutamente ineccepibile e di grande buon senso: di fronte ad una morte certa da un lato, ed alla possibilità di trasmettere non una malattia, ma una semplice positività - possibilità estremamente ridotta date le protezioni che normalmente si utilizzano in sala operatoria-, si è scelto di salvare la vita ad una persona.

Già. Ma poi arrivano quelli che “la legge è legge”, come il pm Francesco Pizzato, che chiede per tutti e tre, chirurgo, direttore dell’USL e responsabile del 118, un decreto penale di condanna con multa da cinquemila euro. Il dott. Nebiolo continua a tirar dritto per la sua strada: «Ho dato il permesso di toglierlo dalla quarantena, avvisando le autorità. E anche se fosse stato positivo al 100 per cento avrei fatto altrettanto. L'équipe che ha operato con lui era consapevole. E la sala operatoria era quella appositamente realizzata per le malattie infettive. Il risultato finale è che abbiamo salvato la vita a una persona. Risultata, poi, anche negativa al Covid».

Il bello della vicenda è che ancora esistono medici “covid free”, che hanno il cervello ancora sufficientemente sgombro dall’allarmismo per saper valutare la realtà per quella che è e ricordarsi che la missione del medico è quella di curare, non di schivare e far schivare la positività ai tamponi. Ma il brutto è che invece esistono altre persone che hanno ridotto il cervello alla grandezza di una norma, di una articolo o di un comma di legge.

Da aprile alla scorsa settimana. Un servizio, andato in onda su LA7, mostra in un ospedale di Napoli un malato in barella con codice rosso, fermo fuori dal Pronto Soccorso, in attesa dell’esito del tampone. Un codice rosso! Prima di salvarti la vita, abbiamo bisogno di sapere se fai parte degli untori, quelli positivi. Stesso servizio stessa follia: ad un altro PO di Napoli arriva un uomo con la testa mezza rotta, ma il PO è chiuso per sanificazione (c’era stato un positivo) e il malcapitato, dopo aver convinto il personale medico infermieristico con urla e minacce (i bei modi servono sempre) viene “cucito” sulla soglia della porta.

Ormai il nuovo razzismo è deciso dalla positività o negatività al tampone: se sei positivo, puoi crepare. In realtà, anche se sei negativo, ma hai la sfortuna che l’unico medico che ti può salvare la vita è in quarantena. Se poi non sei aggiornato in fatto di positività, se il tuo ultimo tampone risale semplicemente a due giorni prima – cioè praticamente se sei un semplice cittadino italiano che non appartiene ad una squadra di calcio di Serie A -, sei comunque da annoverare tra i possibili positivi e dunque da trattare con cautela.

Questa follia totale sta avendo delle conseguenze devastanti, di cui le prime pagine dei giornali, così impegnate a sfornare numeri senza senso, ma con grande effetto si dimenticano di dare notizia. Giusto per informare: sapete che ci sono delle case di riposo che da marzo non hanno ancora aperto ai parenti? Anziani, ai quali, nella maggioranza dei casi, non è rimasta che la dimensione relazionale ed affettiva della vita, che non vedono un familiare da oltre sette mesi? Altre case che nei mesi estivi avevano permesso qualche sporadica visita, ma rigorosamente all’aperto e addirittura lasciando i parenti al di là della recinzione, per poi richiudere immediatamente appena tornati i primi starnuti autunnali? Anziani che sono morti (non per covid!) senza nemmeno aver potuto rivedere i parenti, o essere assistito da uno di loro?

Questo fatto, già di per sé allucinante, diventa persino urticante quando si sentono le giustificazioni di queste scelte: “Lo facciamo per proteggere le persone più deboli”. Ditelo a qualcun altro. La verità è che nessuno vuole prendersi la responsabilità di avere un “positivo”, tutti vogliono pararsi il fondoschiena, mettendo poi a tacere la coscienza con la scusa dei più deboli. E questo a causa della follia normativa di questo Governo. Ma siamo ancora uomini? Siamo ancora persone? Anche un imbecille sa che per una persona anziana, già privata della propria casa, spesso costretta a letto o alla sedia a rotelle, poter tenere una relazione con i propri cari è vitale; o dobbiamo aspettare che ci siano pubblicazioni scientifiche, magari delle meta-analisi, che ci comunichino l’evidenza?

La seconda ondata del Covid è arrivata, ed è molto peggio di quanto si immagini. Non parlo dei numeri (irrisori) dei contagi o dei malati, ma del clima sociale che si è creato. Persone in fila per ore ed ore per fare il tampone, perché l’amico del vicino di casa è risultato positivo; pediatri isterici che obbligano i genitori a “tamponare” un figlio che ha il moccio al naso; datori di lavoro che, per non avere problemi, obbligano un dipendente che si è preso due giorni di malattia per una cefalea a fare il sierologico. Di storie così ormai ce ne sono a migliaia ed indicano il vero malanno del nostro tempo: siamo impazziti di paura. E’ questo il conto del terribile abbraccio tra scientismo e salutismo in un terreno di coltura segnato dal mito del benessere. Un abbraccio mortale, che dopo la follia collettiva porterà inesorabilmente ad un totalitarismo tecnicistico, che però si presenterà con il volto sorridente dello smart, per nascondere i lavori forzati ed i gulag dell’era post-covid.