• IL NODO

Covid e scuola, ripartire è d’obbligo

Continuano gli interrogativi sull’inizio delle lezioni in tempo di Covid-19, ma rimane una certezza: la scuola non è più trattata con serietà da decenni, e cede il passo alla società dello sballo ed edonista. Invece deve tornare a essere un luogo d’appartenenza, in cui gli insegnanti guidino i giovani a coltivare la speranza

Nel mondo della scuola l’elenco delle sigle incomprensibili per genitori e alunni cresce di anno in anno. Negli ultimi mesi si è allungato con la DAD, i PIA e i PAI. Non sono pochi gli amici, padri o madri di famiglia, che mi hanno chiesto chiarimenti: ma quest’anno i debiti ci sono oppure no?

Cambiano i nomi negli anni: si chiamavano esami a settembre, sono stati poi ribattezzati debiti formativi, quest’anno PIA (piani di apprendimento individualizzato) per l’occasione dell’emergenza da Coronavirus, ovvero lacune da sanare da parte degli studenti che in ogni caso sono già stati promossi (e questo si sapeva già dall’inizio di aprile).

Intanto, trovano spazio tra le notizie dei quotidiani, dei telegiornali e dei talk show i dibattiti sull’opportunità dell’apertura delle scuole, sulla sicurezza, sui banchi a rotelle che verranno consegnati alle scuole entro ottobre, sui trasporti, sull’inizio delle lezioni che in alcune regioni potrebbe slittare dopo il voto, sui protocolli da seguire nel caso vi fossero contagi tra studenti o personale della scuola, sulle eventuali responsabilità penali dei dirigenti scolastici.

Tante preoccupazioni e tante questioni purtroppo confermano i dubbi che sorsero alla fine dello scorso anno scolastico: verranno utilizzati i mesi estivi per riflettere con serietà sulla riapertura delle scuole? Saranno dettate subito delle agende con appuntamenti inderogabili per arrivare pronti alla data del rientro? Oltre a compilare schede su quanto non è stato svolto o dovrà essere effettuato sarà condotta una riflessione seria non solo su quanto i ragazzi hanno imparato, ma anche su quanto a loro è mancato? Che cosa è davvero essenziale in un rapporto educativo? Che cosa non può mancare a settembre perché adulti e ragazzi possano davvero respirare a scuola e non vivere in trincea, anche senza lockdown, negli istituti scolastici?

In mezzo a queste domande e a tanti problemi, mi rammarico nel constatare che si è preferito riaprire le discoteche tra luglio e agosto piuttosto che garantire una maggior sicurezza (anche psicologica) alla riapertura delle scuole. Inoltre, mentre sono stati conclusi il campionato di calcio e le coppe europee con serietà e correttezza professionale, lo stesso non è accaduto per il ciclo di studi della scuola secondaria di primo e di secondo grado rispettando le regole e l’iter che gli studenti conoscevano dall’inizio del percorso scolastico.

Tra tante incertezze, una certezza emerge per tutti coloro che vogliano guardare: la scuola non è più trattata come una scuola seria da decenni. Lo confermano le ultime riforme (compreso il cambiamento dell’Esame di Stato), la gestione della scuola in tempo di pandemia, i dati sulla preparazione dei nostri studenti. E i giovani sono molto abili a capire dove sia il tesoro degli adulti, cioè a comprendere a che cosa essi davvero tengano.

Da decenni ormai cultura ed educazione non sono tra i valori considerati fondamentali. Anzi, la società degli adulti attraverso le diverse forme massmediatiche promuove sempre più sballo ed edonismo. Modelli da imitare non sono certo coloro che brillano per capacità di giudizio e formazione, bensì chi grida, si fa sentire, usa volgarità, si fa strada con ogni mezzo. Non si può certo dire che il merito sia oggi apprezzato in Italia. L’appiattimento dei voti verso l’alto o verso il basso, la promozione per tutti, l’abbassamento del livello scolastico sono la più alta forma di ingiustizia. Chi proviene da famiglie non agiate, se mostra diligenza e capacità, può emergere (all’interno dell’ambito della legalità) solo con il merito e i risultati.

Dispiace anche sentire la notizia che alcuni insegnanti (credo e spero pochi per numero) vorrebbero continuare ad insegnare con la didattica a distanza, perché non sarebbero loro garantite la salute e l’incolumità.

L’insegnamento è una missione. La scuola non è una semplice agenzia di istruzione. La missione (dal latino mittere ovvero inviare) presuppone la mancanza di autoreferenzialità in chi insegna (perché è stato inviato, incaricato) e la presenza di un compito. La formazione del bambino e del ragazzo e l’educazione ad un corretto uso della libertà e della ragione sono il compito per eccellenza del mondo degli adulti che tra decenni sarà gestito e governato da quei giovani che sono cresciuti.

La scuola è una grande opportunità per gli studenti e per gli stessi insegnanti per crescere, per conoscersi, per scoprire la realtà, se stessi e i propri talenti. Per questo la scuola deve coltivare la speranza. La speranza riguarda una prospettiva sul futuro, una possibilità di compimento.

Dinanzi alla crisi delle famiglie, del mondo del lavoro, della cultura, della fede e dell’universo valoriale tradizionale, oggi i giovani hanno la percezione che non si possa costruire nulla nella vita, che non vi sia nulla che possa permanere nel tempo. Hanno dei sogni e delle aspirazioni, ma la realtà che vivono li ha spesso convinti che lo studio non abbia davvero a che fare con questi. Hanno un desiderio di appartenenza, che è costitutivo di ogni essere umano, ma la scuola di rado si presenta come un luogo a cui il giovane desideri appartenere. Hanno delle domande e un desiderio impellente di trovare qualcuno che li ascolti, che possa dar loro delle risposte o anche solo camminare insieme, ma troppo spesso incontrano adulti che sanno solo parlare o approfittare di loro per biechi interessi di guadagno. Hanno un abisso di vita, un desiderio di conoscere, di esplorare, di scoprire, di assaporare, ma troppo spesso sono lasciati soli dinanzi a questo desiderio che provoca un senso di vertigine e un vuoto immenso. Così, la parola d’ordine diventa riempire il vuoto, mettere a tacere l’horror vacui, stordire la mente, cogliere l’istante (carpe diem) a ogni costo dimenticando un progetto buono sulla vita, un destino di compimento, perché manca un futuro ed è assente la speranza.

Che cosa è mancato in questi sei mesi, quale occasione è venuta meno, anche qualora fosse stata applicata la migliore didattica a distanza possibile? È venuto meno un luogo cui appartenere.

Un bambino si ricorderà per tutta la sua vita dei nomi dei compagni della classe primaria. Un ragazzo porterà con sé i sentimenti e le esperienze provate alle medie e alle superiori e inizierà a costituire una stima e una percezione di sé a partire da quegli anni. All’università non c’è più la classe, ma fino a 18-19 anni c’è, per così dire, un luogo che ti è dato, che non ti sei scelto tu e che ti può piacere o meno, ma che, in un certo senso, funge da spazio di accoglienza e di abbraccio (o almeno così dovrebbe essere) insieme alla famiglia.

Poiché è costitutiva dell’uomo quest’esigenza di appartenenza, in assenza della scuola in presenza, il giovane cerca altre forme di appartenenza, magari non a gruppi reali, ma virtuali. In questi mesi, in assenza del luogo scuola, ancor più forte è diventato il rapporto del bambino e del ragazzo con il cellulare, con i suoi giochi e con le sue forme di intrattenimento (più o meno virtuose) che diventano spesso la prima modalità di educazione per molti.

Come insegnante e come genitore, che ha a cuore la felicità dei propri studenti e dei figli, credo che sia imprescindibile che la scuola possa riprendere (certo in sicurezza) dal vivo e con serietà. A rischio sono la crescita e la salute psichica delle nuove generazioni.

Cosa occorre per ripartire? Ripartiamo dalla nostra umanità, piena di domande, desiderosa di felicità, di affettività, di appartenenza, di compimento. Portiamo in classe questa nostra umanità che si trasmette con i sorrisi, gli incoraggiamenti, i rimproveri. Coltiviamo la nostra professionalità e la nostra curiosità, mai compiuta totalmente, sempre pronta a crescere, a comprendere, ad imparare. Portiamo la nostra passione: un buon insegnante è appassionato di quello che fa, lo ama, trasmette il gusto per quello che insegna. Portiamo il nostro affetto: un buon insegnante è affezionato ai propri studenti, percepisce il loro fallimento anche come proprio, li tratta come se fossero dei figli che i genitori gli hanno affidato perché possano crescere al meglio.

Per favore, però, lasciateci ripartire! Noi insegnanti e tutti i ragazzi lo desideriamo vivamente. Nel caso in cui uno studente venga trovato positivo non si possono mettere in quarantena l’intera classe, gli studenti e gli insegnanti che sono stati a contatto con lui nelle ultime 48 ore. Si faccia piuttosto subito il tampone a tutti i contatti. Sarà uno sforzo immane, ma ne varrà la pena. Altrimenti, con queste quarantene imposte senza avere fatto i test, il rischio è che insegnanti e studenti rimangano in quarantena tutto l’anno.