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l'intervista/riccardo braglia

«Così la malattia mi ha portato ad essere un uomo nuovo nella fede»

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Imprenditore del settore farmaceutico, una vita da leader aziendale. Ma quando arriva la malattia per Riccardo Braglia tutto viene messo in discussione. Oggi quel cammino nel deserto è diventato un libro. L'intervista alla Bussola: «Sono stato salvato dalle tre “F”: fede, famiglia e fiducia. E ho scoperto il perdono, la gratitudine e l'umiltà. La scienza? Proprio perché ne conosco il limite so che oltre c'è la fede». 

Attualità 28_04_2026

Dalla malattia alla guarigione passando per un deserto interiore che gli ha fatto scoprire il senso della vita e riassaporare la fede. Nella vita di Riccardo Braglia, imprenditore del settore farmaceutico c’è un prima e un dopo. Sono segnati sul calendario del 16 dicembre 2021, quando dopo una accidentale caduta nella sua cappella privata viene ricoverato per una lesione al tendine del quadricipite. Ma quella caduta è stata la sua salvezza.

In ospedale, infatti, Braglia, scopre di avere una leucemia, in una forma particolarmente aggressiva. Per lui comincia così un calvario, anzi come lo chiama lui, il deserto. E Il cammino nel deserto è il titolo che alla fine di questa esperienza, come un uomo nuovo che ha affrontato la malattia, ma soprattutto ha rimesso al centro ciò che conta veramente, ha dato alle stampe per Piemme.

Braglia presenterà il suo libro domani a Milano alla libreria Mondadori con l’amico Marcello Foa, il direttore di Liberti Media che ha scritto la prefazione a quello che era nato inizialmente come un diario della malattia nel chiuso delle asettiche stanze dell’ospedale svizzero dove è stato curato. E poi sarà a Roma, il 13 maggio.

66 anni, origini milanesi, sposato, 4 figli, Braglia è a capo della Helsinn Healthcare, una importante azienda farmaceutica con sede a Lugano in Svizzera, che ha ereditato dal padre. Oggi l’azienda è specializzata anche in farmaci per la cura dei tumori.

E proprio il fatto di doversi misurare con una forma di tumore aggressiva come la leucemia mieloide acuta, per lui abituato a stare dall’altra parte, quella di chi i farmaci per guarire li produce e non li assume per sé, lo ha messo di fronte al dolore, gli ha fatto ricentrare le priorità, lo ha spinto in una ricerca di senso e di fede che oggi mette al servizio della sua azienda, della sua famiglia, ma anche della Fondazione Nuovo Fiore, impegnata in Africa nella costruzione di scuole.

Braglia ha accettato di raccontare per la prima volta la sua storia. E lo ha fatto in questa intervista alla Nuova Bussola Quotidiana.

Riccardo, da Ceo punto di riferimento di 500 lavoratori a malato è un passo inaspettato…
È stato uno choc totale anche perché non avevo alcun sintomo. E come imprenditore del settore farmaceutico sapevo che la leucemia mieloide acuta ha percentuali di sopravvivenza basse. Così ho deciso di concentrarmi su me stesso, sulla mia salute e ho iniziato a delegare. Non potevo più essere il centro della vita della mia famiglia o dei miei collaboratori.

E così da leader ha dovuto fare un passo indietro. È stato difficile?
Sì, è necessaria una grande umiltà e una grande fiducia. Fede, fiducia e famiglia sono le tre “F” che mi hanno salvato. Mi sono misurato con l’essere un paziente di un ospedale e proprio durante il periodo del Covid, completamente solo, ma non abbandonato, perché fuori sapevo che la mia famiglia e i miei amici c’erano, anche se io non potevo fare nulla per loro.

Nel libro ad un certo punto scrive: «Lì (in ospedale ndr.) ho scoperto che il malato non è mai solo un bisognoso, ma anche un testimone di fede, un profeta della speranza» …
Sono stato tante volte a Lourdes con i malati insieme all’Ordine di Malta e mi ha sempre sorpreso la loro grande disponibilità verso la speranza. Questa volta l’ho vissuto in prima persona, ho capito che non può essere fonte di depressione, ma di cambiamento.

In particolare, cambiamento di che cosa?
Il mio parroco mi disse: «Non so come andrà a finire questo ciclo, ma fai in modo che sia il tuo cammino nel deserto». Una sorta di invito ad affrontare questo deserto in modo spirituale.

Però la paura non si è mai nascosta.
Non ho avuto paura di morire, ma paura di soffrire sì. E di far soffrire i miei cari. Paura di essere dimenticati, di non essere più importante per la famiglia. Si tratta di sentimenti con i quali mi sono dovuto confrontare nella quotidianità, che non riesci a sfogare per non caricare al telefono – che per il lungo periodo del trattamento medico era l’unico mezzo di comunicazione a disposizione - di queste emozioni negative mia moglie e i miei figli.

Ma la fede l’ha scoperta o l’ha riscoperta?
Direi riscoperta, fortificata, messa ancora di più al centro della mia vita. La scienza è stata importante per guarire, ma la fede è quella che mi permetteva di alzarmi alla mattina, ho scoperto un dialogo parlato col Signore, ma il Rosario quotidiano mi ha messo nella condizione di scacciare la paura. Ho scoperto l’affidamento e anche nei momenti di disperazione ho sempre trovato al mio fianco qualcosa che mi facesse risollevare.

In particolare?
Tante volte mi sono detto «non ne posso più», ma sempre arrivava qualcosa. Ad esempio, la lettera di incoraggiamento di Papa Francesco oppure quella ragazza nella stanza accanto alla mia…

Che cosa è successo?
Aveva circa venti anni e la mia stessa malattia, orfana di madre, nessuno la veniva a trovare. Quel giorno aveva effetti collaterali piuttosto dolorosi e non aveva il conforto della famiglia. Per giunta eravamo isolati. Ho pensato tanto a lei e mi sono reso conto che io dovevo ringraziare per me e pregare anche per lei.

La sua cappella privata è un luogo decisivo di questa storia. È proprio lì che è caduto e si è innescato tutto il processo, una “dioincidenza” non trascurabile.
Mi piace questa espressione, rende meglio l’idea di una semplice coincidenza.

Perché l’ha dedicata alla Santissima Trinità e non ad un santo particolare?
Potevo dedicarla a Sant’Antonio abate di cui sono devoto, ma ho pensato alla Santissima Trinità perché nel “Gloria al Padre…” c’è dentro tutto, è il concetto più complesso della fede che parte dai primi secoli con il Concilio di Nicea, ma che ti mette di fronte al cuore: o ci credi o non ci credi. Così ho pensato che potesse essere una buona protezione per rafforzare la mia fede.

Perché ad un certo punto dice che «ha imparato a guardare con gratitudine ogni dettaglio?».
Perché se il buon Dio mi ha lasciato vivere è perché possa essere ancora qui un testimone del suo amore. Posso lavorare con tutti e quattro i miei figli in azienda, ho ripreso ad andare in Africa dove stiamo costruendo con la Fondazione qualcosa di importante assieme alle sorelle e ai sacerdoti. Ho un senso di gratitudine infinito verso Dio e verso tantissime persone che mi sono state vicine, amici che ho scoperto essere più amici di quanto pensavo e amici che mi hanno deluso. Ma il senso della gratitudine ti porta anche ad un altro passo.

Quale?
Il perdono. Noi non perdoniamo mai abbastanza. Ho iniziato a guardare con occhi diversi le persone alle quali avevo fatto qualche sgarbo. Ho fatto un elenco e ho recitato delle preghiere di perdono. E ho guardato a chi mi ha fatto dei danni nella vita per poter dire: «Io ti perdono». È stato un processo durato due o tre settimane, mi ha reso più leggero.

A proposito di chi le ha fatto del male. Nel libro racconta anche un’altra grande prova della sua vita imprenditoriale. Lei è il produttore dell’Aulin, un farmaco antinfiammatorio, che fu oggetto di una campagna di accuse che poi si è rivelata infondata. Ha perdonato anche chi ha cercato di metterle i bastoni tra le ruote?
Si perdona e basta, si dimentica, nel senso che non è più un assillo nella mente, ma non si scorda, perché ciò che rimane nel cuore, resta. Quella fu una lotta titanica.

Nel libro ne accenna come ad un passaggio che è stata una delle prove più grandi prima della malattia…
Ci hanno fatto soffrire, è stato il combattimento di Davide contro Golia, era impossibile vincere contro una multinazionale, che aveva messo in giro delle voci false contro quel farmaco. Ma alla fine abbiamo vinto, il farmaco è stato penalizzato, ma devo guardare il bicchiere mezzo pieno.

Si è mai chiesto perché proprio a lei è toccata questa prova?
Forse perché Dio sapeva che potevo sopportarla…

O forse perché la Grazia di Dio è capace di far sopportare le prove, anche le più dure?
Anche. Una delle cose che mi è mancata di più nelle settimane di cura, era la possibilità di accostarmi all’Eucarestia.

Lei non nasconde la sua fede cattolica in un mondo, quello dell’impresa, dove il profitto e l’interesse rischiano di prendere il sopravvento. A maggior ragione in un campo delicatissimo come quello farmaceutico. Come fa a conciliare il suo essere cristiano?
In azienda ho messo un’etica cristiana, pur non imponendola a nessuno, la grande maggioranza dei miei collaboratori è cattolica, ma anche chi non pratica recepisce questo. Ogni anno facciamo una Messa a suffragio dei nostri defunti in azienda e partecipano anche i collaboratori che non credono o non praticano. Dopo la mia malattia sono stato costretto a ristrutturare l’azienda per poter ripartire. Anche i sindacati mi hanno riconosciuto questo sacrificio, ho preferito ricorrere a sostegni straordinari, dando due volte ciò che si poteva pattuire, favorendo nuovi collocamenti, per non mettere nessuno sulla strada. Così è successo che anche ex colleghi vengano a trovarmi. Per me è il segno di una semina buona.

Come ci si rapporta eticamente nelle decisioni di un’azienda farmaceutica?
A volte ci sono stati proposti prodotti, che ho rifiutato di fare, preferisco guadagnare meno perché non mi interessa fare i soldi a tutti costi. 

Nel libro si chiede anche come è stato possibile ammalarsi. E ricorda che nel 2021 fece diversi vaccini, da quello antinfluenzale a quello contro la febbre gialla fino a quelli anti Covid. Si è fatto un’idea?
La risposta non ce l’ho, però l’ho indagata a lungo. Dati non ce ne sono, però devo dire che ho in famiglia una genetica che porta alla leucemia; quindi, penso alla possibilità che ci sia alla base una predisposizione e che ci sia stato un fattore scatenante. Sicuramente il mio sistema immunitario era debilitato.

Come si immagina tra dieci anni?
Non mi immagino ai giardinetti! L’auspicio è quello di lasciare ai miei figli, resterò consulente, mi dedicherò alla Fondazione Nuovo Fiore in Africa, tornerò coi malati a Lourdes, mi dedicherò alla natura, produrrò miele.

Lei è un esponente dell’industria farmaceutica. Oggi abbiamo un approccio scientista nei confronti della medicina, quasi come un dogma, un’ideologia. Invece lei sembra poggiare le sue convinzioni su altro. È sicuro di essere nel luogo giusto?
Più conosco la scienza medica e più mi confermo che la fede in Dio è oltre il limite della scienza. C’è un limite oltre il quale la scienza non può arrivare e quell’oltre è la fede, sennò ci sarebbe il nulla, ma per uno scienziato il nulla è inaccettabile. Per questo dico che la scienza non è il fine ultimo.

Lo sa che è lo stesso approccio di Galileo Galilei?
È l’approccio di tanti scienziati con i quali ho collaborato. Vede, nel mio campo, che è quello oncologico, ci sono malattie che non hanno spiegazione, ma se anche ci saranno, la scienza si scontrerà sempre con un limite. Solo la fede può andare oltre quel limite.