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LA SVALUTAZIONE

Così la Cina si integra nel sistema monetario internazionale

La svalutazione dello yuan va letta come una volontà cinese di entrare nei meccanismi dell'attuale, pur disordinato, sistema monetario internazionale. La moneta cinese non è più strettamente vincolata al dirigismo della banca centrale, ma avrà sempre di più un valore determinato dagli equilibri dei mercati. E questa è sia una buona che una cattiva notizia.

Economia 14_08_2015
Yuan

Un atteggiamento di sorpresa, un giudizio di stupore, un messaggio di pericolo per la stabilità del sistema economico. La mossa della Cina di svalutare per tre volte la propria moneta nel giro di 72 ore, ha suscitato commenti perplessi e allarmati, con un giudizio peraltro almeno in parte condiviso dai mercati finanziari che, almeno nell'immediato, hanno accusato il colpo con vistose perdite. In effetti le scelte di Pechino sono state la dimostrazione della volontà dei dirigenti cinesi di sostenere la crescita dell'economia rendendo ancora competitive le esportazioni da molti mesi in perdita di velocità: e questo è stato colto come un segnale esplicito delle difficoltà che il grande paese asiatico sta incontrando nel sostituire almeno parzialmente la domanda estera, che è stata il traino della crescita negli ultimi vent'anni, con la domanda interna cioè con i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese.

Proprio su quest'ultimo fattore puntavano e continuano a puntare molte imprese europee ed americane, soprattutto nei settori dei beni di lusso, settori che hanno fatto registrare negli ultimi anni crescite particolarmente rilevanti.

La mossa cinese va tuttavia considerata anche per altri importanti elementi al di là di una strategia di breve periodo. E infatti non si può non ricordare, anche se pochi lo hanno fatto, che Pechino si è limitata, pur in uno scenario completamente diverso, ad attuare la stessa decisione che gli Stati Uniti presero, anche loro in piena estate, il 15 agosto del 1971. In quel giorno infatti l'allora presidente americano Richard Nixon annunciava al mondo la fine della convertibilità del dollaro in oro, che era stata alla base degli accordi di Bretton Woods che nel 1944 avevano dato il via al nuovo sistema monetario internazionale, e quindi parallelamente una drastica svalutazione della moneta. A quarantaquattro anni di distanza i dirigenti cinesi hanno compiuto un passo molto simile. E quindi, potremmo aggiungere, c'è poco da lamentarsi.

Le mosse cinesi ha peraltro un'importante risvolto: significa che la Cina vuole progressivamente entrare nei meccanismi su cui si basa l'attuale, pur disordinato, sistema monetario internazionale. La moneta cinese non è più strettamente vincolata al dirigismo della banca centrale, ma avrà sempre di più un valore determinato dagli equilibri dei mercati. Questa novità è insieme una buona e una cattiva notizia. La buona notizia è che si dimostra sempre più insostenibile il teorema secondo cui sarebbe possibile realizzare un'economia libera e aperta in una società chiusa e centralistica. Quella cattiva è che un Paese con la forza economica e finanziaria della Cina rischierebbe di creare incertezze e instabilità se non riuscisse a mettere sotto controllo le forze della speculazione a breve termine. L'economia di mercato è un grande motore della crescita, ma senza adeguati strumenti di direzione e controllo si possono facilmente riprodurre i rischi che hanno portato alla crisi del 2008.

Il problema di fondo è se i dirigenti cinesi avranno la forza di capire che i mercati non richiedono direttive e forzature, ma hanno bisogno di regole e norme di comportamento, quelle peraltro che sono mancate negli stessi paesi occidentali, gli Stati Uniti innanzitutto. La moneta continua ad essere uno strumento troppo delicato per essere lasciato nelle mani dei Governi, ma nello stesso tempo l'economia è una realtà troppo importante per vedere crescita e posti di lavoro messi in difficoltà dai pirati della speculazione.

In questo difficile equilibrio si giocano le speranze della Cina di continuare sulla strada della crescita e dell'integrazione, anche monetaria, con l'economia globale. E le speranze dei paesi che una volta si chiamavano (e sono ancora) industrializzati come l'Italia, di poter contare su di un mercato di sbocco promettente come quello cinese, un mercato dove almeno cento milioni di persone (su un miliardo e 300mila) possono essere considerate appartenenti alla fascia medio-alta dei consumi.

E, ultimo, ma forse più importante, c'è un altro fattore particolarmente rilevante che spiega le attuali difficoltà della Cina, il tema demografico. Cominciano a farsi sentire infatti gli effetti della sciagurata politica del figlio unico, imposta dal Governo con metodi anche repressivi negli anni '80. La percentuale di popolazione attiva sta rapidamente scendendo tanto che lo stesso Partito comunista cinese ha portato a due i figli normalmente concessi. Meno giovani, meno forza lavoro, meno consumi. Una realtà contro la quale le manovre sulla moneta sono solo un pallido diversivo. Una realtà che dovrebbe far riflettere anche le "nostre" civiltà.