• LA DIRETTIVA

Copyright, tutti i rischi di dominio del pensiero unico

Approvato il decreto legislativo sul diritto d’autore e il mercato unico digitale. Ma non definisce come i colossi del web chiederannol’autorizzazione di autori e editori per indicizzare i contenuti. C'è il rischio che possa funzionare solo per amplificare il pensiero unico legittimando la saldatura tra produttori di informazione mainstream e piattaforme di condivisione online.

La settimana scorsa è stato approvato in via definitiva il decreto legislativo che recepisce la direttiva Ue sul diritto d’autore e sui diritti connessi nel mercato unico digitale. Non si tratta di argomento per giuristi o addetti ai lavori perché il suo impatto è universale. Le nuove norme, che saranno pubblicate nelle prossime ore sulla Gazzetta Ufficiale, cambieranno infatti gli equilibri in Rete e puntano a garantire un diverso bilanciamento tra tre elementi fondamentali: la valorizzazione del diritto d’autore di chi produce opere creative; la libertà d’espressione degli utenti; la libertà d’impresa delle piattaforme web e social.

Nel marzo di due anni fa il Parlamento europeo approvò il testo definitivo di quella che sarebbe poi diventata la direttiva 2019/790, al termine di un lungo braccio di ferro tra i colossi del web e gli Stati, chiamati a tutelare i diritti di autori e utenti. Tutti gli ordinamenti nazionali dell’Europa devono recepirla e l’Italia ha provveduto con il decreto del 4 novembre scorso, che attua i principi più qualificanti del testo di legge europeo adattandolo alla realtà italiana.

Il decreto presenta luci e ombre, ma soprattutto non definisce in maniera chiara il percorso che porterà i colossi del web a contribuire alla filiera di produzione e distribuzione dei contenuti. Le piattaforme di condivisione come Facebook, Instagram, Google News, YouTube dovranno chiedere e ottenere l’autorizzazione da parte dei titolari dei diritti e corrispondere un compenso agli autori e agli interpreti se vorranno indicizzare i loro contenuti. Per quanto riguarda il mondo dell’informazione, gli editori dei giornali e dei siti di informazione avranno diritto a un equo compenso per gli articoli, le fotografie, i video, i podcast che vengono veicolati dai motori di ricerca e dai social network. Gli utenti non saranno penalizzati perché tali accordi tra piattaforme e produttori di contenuti comprenderanno anche le azioni di condivisione da parte degli utenti, che dunque potranno continuare a condividere gratuitamente contenuti sulle pagine web e i profili social.

Tra i meccanismi di tutela del diritto d’autore ce ne sono due che, in linea teorica, dovrebbero assicurare una certa equità. Il primo è il regolamento che, entro due mesi dall’entrata in vigore del decreto, l’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) dovrà emanare per stabilire i criteri del calcolo dell’equo compenso che le piattaforme dovranno corrispondere agli editori e produttori di contenuti creativi in generale. Per quanto riguarda il mondo dell’informazione, si terrà conto del numero di consultazioni online degli articoli, degli anni di attività, della rilevanza del brand sul mercato degli editori, del numero di giornalisti impiegati, dei costi sostenuti per gli investimenti tecnologici e infrastrutturali e dei ricavi pubblicitari.

È prevista una negoziazione tra le parti che potrà sfociare in qualunque momento in un contenzioso legale, ove le piattaforme o gli editori e produttori di contenuti, ritenendosi insoddisfatti dell’equo compenso, decidessero di rifiutare l’accordo e preferissero percorrere la strada della tutela giurisdizionale dei loro diritti.

Il secondo strumento di garanzia è quello del divieto di riprodurre estratti brevi di articoli o altre opere che possano essere in qualche modo sostitutivi della fruizione a pagamento del prodotto. In altri termini, sempre nell’ambito dell’informazione, gli snippet che risultano indicizzati su Google dovranno essere talmente brevi da non far capire il senso di una notizia, cioè non dovranno dispensare «dalla necessità di consultazione dell’articolo giornalistico nella sua integrità». Non un parametro quantitativo, quindi, non un numero fisso di parole, bensì un criterio logico e qualitativo per non penalizzare i produttori di contenuti, che non dovranno perdere utenti a pagamento.

Ma un nodo decisivo da sciogliere riguarda gli effettivi obblighi dei colossi del web. A loro potrebbe non convenire la stipulazione di accordi globali con tutti gli editori, visto che alcuni link di articoli non sono praticamente mai cliccati e hanno un pubblico scarsissimo. Perché mai Google dovrebbe versare nelle casse di un editore minore una somma di denaro per poter indicizzare articoli di autori poco noti? È assai probabile, quindi, che gli accordi tra le piattaforme e i produttori di contenuti riguarderanno gli autori più blasonati, le testate più note, facenti capo ai brand più noti. Ne potrebbe derivare un ulteriore impoverimento del circuito informativo in Rete, poiché l’amplificatore diffusivo dei motori di ricerca e delle piattaforme social funzionerebbe solo per l’informazione mainstream, riconducibile ai grandi editori. Una sorta di pensiero unico legittimato dalla saldatura tra produttori di informazione mainstream e piattaforme di condivisione online.

Per evitare questo occorre che il Governo promuova un tavolo negoziale con tutti gli attori di produzione e distribuzione dei contenuti e sostenga l’industria editoriale in tutte le sue articolazioni, stimolando e incentivando anche economicamente le piattaforme a declinare il principio di uguaglianza in Rete e a dare voce in egual misura a tutti i prodotti editoriali, non solo quelli più blasonati. Ne va della democrazia dell’informazione perché il rischio è di acuire gli squilibri tra grandi gruppi editoriali e editori di seconda fascia, magari più legati al territorio ma poco appetibili agli occhi dei colossi.

Gli stessi siti di controinformazione, che sono il sale del pluralismo informativo, vivono di piccoli introiti e senza la visibilità assicurata dall’indicizzazione sulle piattaforme rischiano di avere ancora meno spazio di sopravvivenza.

Una direttiva celebrata per la sua valenza democratica non può diventare un’arma di soffocamento della libertà d’espressione. È compito della politica impedirlo.

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