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Cop26, arriva il neo-colonialismo verde

Sebbene le intenzioni dichiarate siano quelle di aiutare i paesi poveri, si sta facendo l'esatto opposto: gli si negano i combustibili fossili, necessari allo sviluppo, e con gli aiuti li si rende dipendenti dai paesi ricchi. Ecco come funziona il neo-colonialismo.

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La Cop26, la Conferenza internazionale sul clima, in corso a Glasgow volge al termine, essendo la chiusura prevista per domani 12 novembre, salvo il protrarsi dei negoziati per arrivare a un documento finale condiviso. Sebbene le dichiarazioni dei politici e i mass media tentino di mantenere viva la suspense in attesa dell’auspicato accordo che salverà il pianeta, in realtà il destino è già segnato da prima che la Cop26 iniziasse. Qualsiasi documento esca da Glasgow sarà un impegno generico a fare di più e in modo più accelerato per tagliare le emissioni di anidride carbonica (CO2) e l’uso dei combustibili fossili, carbone in testa. Ma nulla più. Va in questa direzione la bozza di accordo che circola dall’altra sera e anche la dichiarazione comune Stati Uniti-Cina resa nota ieri e che ha mandato in visibilio i fan dell’accordo.

In realtà di concreto c’è praticamente nulla e questo non deve sorprendere, perché in realtà gli obiettivi fissati sono semplicemente irrealizzabili. Pensare oggi che nel giro di pochi anni tutta l’energia necessaria nel mondo sia prodotta grazie ai pannelli solari e alle pale eoliche – oltre alle centrali idroelettriche già esistenti – è pura fantascienza. Non è escluso che il futuro ci porti una tecnologia capace di trasformare efficientemente sole e vento in energia, ma oggi non è neanche lontanamente pensabile.

Nella prospettiva del fabbisogno energetico globaledestinato peraltro a raddoppiare nel 2050 rispetto al 2018 –  le fonti rinnovabili restano marginali malgrado la mole di sussidi statali per il loro sviluppo e commercializzazione. E infatti, mentre la Cina a parole si impegna a lavorare sodo per diminuire le emissioni, contemporaneamente progetta nuove centrali a carbone per poter soddisfare il proprio fabbisogno energetico: alle mille centrali a carbone già in funzione, se ne aggiungeranno a breve altre 240, già in costruzione o progettate. E l’India segue, sebbene a distanza: 281 centrali a carbone già operative, 28 in costruzione e 23 ancora in fase pre-costruzione. Ammesso che sia davvero una soluzione, pensare di poter eliminare il carbone entro il 2050 quando ad oggi rappresenta la fonte del 35% dell’energia consumata nel mondo è semplicemente ridicolo.

L’altro grande tema di Glasgow e fonte dei più aspri contrasti, è il finanziamento dei paesi poveri da parte dei paesi ricchi, ritenuti con le loro emissioni di CO2 i principali responsabili dei cambiamenti climatici di cui le popolazioni più povere sarebbero le principali vittime. Come abbiamo più volte affermato si tratta di una narrazione ideologica, ma in forza di questa c’è la promessa di garantire un fondo da 100 miliardi di dollari l’anno ai paesi poveri. Si tratta di una forma di risarcimento per un presunto peggioramento delle condizioni climatiche, ma finora si è arrivati a circa 80 miliardi di dollari. Da qui le rimostranze soprattutto dei paesi africani, che sarebbero i principali beneficiari di tanto senso di colpa. E l’India addirittura si è presentata a Glasgow chiedendo, in cambio di un taglio drastico delle emissioni, che le siano assegnati mille miliardi di dollari entro il 2030. In pratica l’India chiede la stessa quantità di fondi prevista per tutti i paesi poveri messi insieme (fondi che peraltro è difficile ottenere).

La retorica del risarcimento da dare ai paesi poveri si fonda sull’idea che la riparazione dei danni del passato serve a garantire lo sviluppo futuro (sostenibile, ovviamente). In realtà è il contrario. La condanna dei combustibili fossili (che hanno garantito lo sviluppo dell’Occidente) significa che ai paesi poveri, africani in testa, si imporrà l’uso di fonti rinnovabili; vale a dire che si renderà loro impossibile un vero sviluppo economico e proprio per questo li si renderà ancora più dipendenti dai fondi che arrivano dai paesi ricchi.

Si tratta di una nuova forma di colonialismo che si presenta con il volto buono della difesa del clima o, meglio ancora, della “giustizia climatica”, come si usa dire oggi. Chi ha tanto a cuore i poveri e la lotta alla povertà dovrebbe guardare meglio a presupposti ed esito di certe politiche internazionali se non si vuole diventare complici di chi ha come obiettivo uno “sfoltimento” della popolazione.

 

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