Contro la guerra, la Chiesa dovrebbe richiamare il diritto naturale
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La condanna della guerra preventiva e la denuncia delle violazioni del diritto internazionale da parte del segretario di Stato vaticano, cardinale Parolin, sono sacrosante, ma compito della Chiesa è anche parlare chiaramente sulle radici di questa crisi. Come fece l'allora cardinale Ratzinger.
Di un «multipolarismo ispirato dal primato della potenza» e caratterizzato «dalla capacità di manifestare autosufficienza», il cardinal Parolin aveva parlato il 17 gennaio, in occasione dell’anniversario della Pontificia Accademia Ecclesiastica. Intervistato da Vatican News, il segretario di Stato vaticano ha nuovamente ripreso il discorso e sostenuto che multipolarismo, potenza e autoreferenzialità sono i tre fattori che stanno erodendo l’attuale ordine internazionale.
Il porporato non fa giri di parole ed è estremamente chiaro nel descrivere ciò che sta avvenendo in queste ore in Medio Oriente e, più in generale, nel fotografare i mutamenti in atto nello scenario globale da ormai diversi anni a questa parte. «Il sistema della diplomazia multilaterale nei rapporti tra gli Stati vive una crisi profonda […] – osserva Parolin –. Tale atteggiamento rappresenta l’altra faccia della volontà di potenza: il desiderio di agire liberamente, di imporre ad altri il proprio ordine, evitando la drammatica ma nobile fatica della politica».
L’attacco «preventivo» di Israele e Stati Uniti ai danni dell’Iran (ma lo stesso dicasi – a parti invertite –, dei «focolai» di instabilità scatenati dalla Repubblica islamica) mal si concilia con la «asserita» necessità di doversi difendere da un’imminente minaccia nucleare. Piuttosto, a far ingolosire Netanyahu e Trump sembra essere stata un’occasione davvero unica e difficilmente ripetibile da cogliere al volo, senza lasciar spazio a «nobili» secondi fini.
Stando a quanto rivela il Corriere della Sera, il 23 febbraio il primo ministro israeliano avrebbe informato il presidente statunitense che nella mattinata di sabato 28 febbraio la Guida suprema iraniana Alì Khamenei si sarebbe incontrato con i suoi consiglieri in un luogo noto all’intelligence israeliana. In un colpo solo v’era dunque l’opportunità di eliminare il successore di Khomeini (alla guida del Paese dal 1989) e il suo stretto entourage.
«Dubito fortemente che l’Iran avrebbe condotto un attacco preventivo, penso che quello che è successo molto francamente è che quando l’intelligence ha mostrato che c’era una opportunità di colpire i leader inclusa la Guida suprema, il presidente [Trump] ha deciso che era un obiettivo importante da perseguire», ha candidamente ammesso l’ex direttore della Cia e già segretario della Difesa statunitense Leon Panetta.
Le parole del segretario di Stato vaticano vanno ad inserirsi in questa partita a scacchi subdola, fatta di sofismi e crudi interessi di parte. «Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme», osserva Parolin. L’utilizzo della violenza da parte di un regime, certamente nega la dignità umana e soffoca la libertà dei popoli, ma «al contempo ci si può chiedere se davvero si pensi che la soluzione possa arrivare tramite il lancio di missili e bombe».
La denuncia del cardinal Parolin, e quindi della Santa Sede, è giusta e necessaria. È legittimo domandarsi, tuttavia, se i fattori che caratterizzano l’attuale situazione internazionale, come l’autoreferenzialità e il primato della potenza, non meritino di essere evidenziati con maggior vigore dalla Santa Sede, alla luce del peculiare contributo etico che essa può apportare. Nel caso specifico, è vero che «vengono rimessi in discussione principi quali l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra», come ricorda il cardinal Parolin; tuttavia, occorre altresì ricordare che simili violazioni accadono poiché si è inteso fondare il sistema internazionale attuale su una logica relativistica, ovvero su principi convenzionali sui quali si è cercato di raccogliere il consenso più largo possibile, in nome di una visione di «libertà» spuria, intesa cioè in senso puramente negativo (declinata secondo l’ottica egotica ed irrazionale di una «libertà da…» e non di una sensata e ragionata «libertà di…»).
Ed ecco perché è necessario restituire centralità al diritto naturale, quale espressione delle inclinazioni innate dell’uomo verso la verità e il bene. «Per la Chiesa il diritto naturale insito nella stessa creatura umana, è stato il mezzo per poter dialogare con quanti non condividevano la fede», affermava nel 2004 l’allora cardinal Ratzinger in dialogo con il prof. Galli della Loggia. Purtroppo, a causa di un processo secolare, oggi il concetto stesso di natura è stato svuotato dall’interno assumendo un significato «puramente empirico», venendo ridotto «a quanto si può osservare con le scienze, con la biologia, a quanto è riscontrabile nella dottrina evoluzionistica», osservava Ratzinger.
La situazione internazionale attuale vive momenti di profonda crisi poiché ci si è illusi che la Carta delle Nazioni Unite fosse sufficiente a creare un sistema di regole condivise. La realtà ci restituisce, invece, un quadro instabile, frutto di una «negoziazione» al ribasso sin dal suo sorgere. Nel momento in cui l’«unica garanzia di una convivenza pacifica tra i popoli» è «il negare cittadinanza alla verità sull’uomo e sulla sua dignità, nonché alla possibilità di un agire etico fondato sul riconoscimento della legge morale naturale», è evidente che si stanno costruendo delle premesse instabili per definizione. In tal modo, «viene […] di fatto ad imporsi una concezione del diritto e della politica, in cui il consenso tra gli Stati, ottenuto talvolta in funzione di interessi di corto respiro o manipolato da pressioni ideologiche, risulterebbe essere la sola ed ultima fonte delle norme internazionali», constatava Benedetto XVI.
Si sa, oggi le notizie scorrono in fretta; le immagini e le emozioni dominano la scena mediale ancor più delle riflessioni. Anche per questo motivo, la Santa Sede dovrebbe tornare a scommettere con più enfasi ed incisività su quella «grammatica comune» incarnata dal diritto naturale, incanalando speranza e desiderio di pace sul terreno solido di una medesima Sapienza creatrice.
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