• EFFETTI COLLATERALI

Contro la Brexit, aumenta la voglia di unità dell'Irlanda

All’indomani della vittoria di Boris Johnson a Londra, a Dublino è iniziato un dibattito che non si sentiva da un pezzo: sull’opportunità e i metodi per riunificare l’Irlanda. Merito degli esiti elettorali che hanno dato la sconfitta agli Unionisti, per la prima volta minoranza in 99 anni di storia. Con la Brexit, tutti i confini sono in discussione.

"No alla frontiera dura" fra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda

All’indomani della vittoria di Boris Johnson a Londra, a Dublino è iniziato un dibattito che non si sentiva da un pezzo: sull’opportunità e i metodi per riunificare l’Irlanda. Un senatore del partito Fianna Fail (conservatore) ha infatti rimproverato il premier Varadkar di essere impreparato ad affrontare una possibile unificazione. Il dibattito è iniziato perché l’equilibrio politico nell’Irlanda del Nord (parte del Regno Unito) è profondamente mutato. Per la prima volta in 99 anni di storia, gli Unionisti, fedeli a Londra, sono diventati minoranza, sia pure di poco.

Le elezioni generali del 2019 non sono un voto locale, ma anche sul territorio nord-irlandese sono un sintomo di una tendenza ormai chiara. Nel 2016, la maggioranza si era opposta alla Brexit, per paura che, uscendo dall’Ue, tornasse la frontiera fra Irlanda del Nord (parte del Regno Unito) e la Repubblica di Irlanda (membro dell’Ue). La questione nord-irlandese è stata la causa principale del fallimento di tutti i tentativi di accordo sulla Brexit fra Ue e Regno Unito. La situazione è molto intricata. L’Ue, infatti, pone come condizione che la frontiera resti aperta, ma per questo almeno l’Irlanda del Nord deve restare entro le norme del Mercato Unico, assieme alla Repubblica di Irlanda, altrimenti occorrerebbe ripristinare i controlli doganali. Unionisti e Conservatori si sono sempre opposti ad una misura che vedono come una separazione dell’Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito e una sua riunificazione alla Repubblica di Irlanda.

La situazione si è aggravata l’ultimo anno, con una prima piccola recrudescenza di terrorismo della New Ira, ala estremista e scissionista dell’Ira, protagonista della guerra civile degli anni 70 e 80. Con l’uscita del Regno Unito dall’Ue e il possibile ripristino dei controlli doganali, infatti, gli irredentisti irlandesi (che vogliono la riunificazione dell’Irlanda del Nord al resto dell’isola) non si sentono più “a casa”: l’assenza di un confine visibile e l’appartenenza di entrambe le nazioni alla stessa Ue, aveva creato una sorta di unificazione nei fatti, anche se non di diritto. L’appartenenza di Regno Unito e Repubblica di Irlanda all’Ue era anche il presupposto che rese possibile gli Accordi del Venerdì Santo, che posero fine al lungo conflitto nel 1998.

Le elezioni riflettono una grande polarizzazione nella società nord-irlandese. Le urne hanno castigato il Partito Unionista Democratico, che ha perso due seggi, arrivando a 8. E’ sempre il partito di maggioranza relativa, ma, appunto, per la prima volta in 99 anni non ha più la maggioranza assoluta fra i nordirlandesi che siedono sui banchi del Parlamento britannico. Nel 1920, su 13 rappresentanti nordirlandesi, 11 erano Unionisti. In questo 2019, su 18 rappresentanti, solo 8 sono Unionisti. Degli altri dieci seggi, 7 sono del Sinn Fein (repubblicano irlandese, nato come organo politico dell’Ira) che mantiene la sua quota, 2 sono Socialdemocratici (in crescita) e 1 di Alleanza (in crescita). Sinn Fein e Socialdemocratici sono chiaramente per l’unificazione con la Repubblica di Irlanda. Mary Lou McDonald, leader del Sinn Fein, ha nel programma il referendum per la riunificazione dell’isola, un’istanza che il partito propone sin dal 2016, subito dopo la vittoria della Brexit al referendum sull’Ue. Il Partito Socialdemocratico, anche se non è così esplicito, chiede almeno una forte devoluzione di poteri all’Irlanda del Nord, per aumentare la distanza con Londra. Infine, Alleanza, nato come partito unionista laico e moderato nei primi anni 70, adesso ha come priorità la campagna europeista anti-Brexit, mentre sull’unione con Londra appare molto più freddo. L’esito in Irlanda del Nord è in parte una reazione alla campagna di Boris Johnson, tutta incentrata sulla Brexit, in parte alla performance deludente degli Unionisti in questi due anni, ago della bilancia del governo britannico, ma incapaci di portare a casa i risultati sperati. Ma di fatto, dietro un voto così filo-Dublino, c’è la paura di un ritorno della vecchia frontiera. Con la possibilità concreta, anche se ancora remota, che torni pure il terrorismo.

A Dublino, capitale dell'"altra Irlanda", l’unificazione dell’isola è di nuovo oggetto di dibattito. Mark Daly, il senatore del partito Fianna Fail rimprovera al premier (taoiseach) Varadkar di essersi fatto cogliere impreparato. Cita uno studio dell’agosto 2017, “Unire l’Irlanda e il suo popolo in pace e prosperità”, in cui si suggerisce lo strumento referendario per decidere con voto popolare sull’eventuale secessione dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito e la sua conseguente unificazione con la Repubblica di Irlanda. Il referendum dovrebbe essere preparato da un Forum per la Nuova Irlanda costituito da rappresentanti delle due parti dell’Irlanda e da consulenti internazionali. “La Brexit ci ha insegnato molte cose, la più importante delle quali è che non puoi indire un referendum senza prima aver completato un complesso lavoro di preparazione. Per un referendum sull’unificazione dell’Irlanda la preparazione deve iniziare adesso, non quando ci ritroveremo con il fatto compiuto alle urne”. Anche il premier Varadkar, venerdì scorso aveva comunque ventilato questa ipotesi: parlando alla McGill University ha dichiarato che una Brexit senza accordo indurrebbe molti più irredentisti e unionisti moderati a considerare l’opzione di un’Irlanda unita.

Più in generale (considerando anche la crescita dell'indipendentismo in Scozia), la Brexit ha rimesso in discussione tutti i confini. Divisioni e tendenze irredentiste che parevano fenomeni del passato, sono invece il futuro prossimo. A ulteriore dimostrazione che la storia dell'Europa non è a senso unico verso l'unificazione continentale.